Ultimo Aggiornamento:
14 dicembre 2019
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Un’occasione mancata. Le Linee guida MIUR per l’educazione al rispetto.

Chiara Sità * - 01.11.2017
Classe

Sono state firmate dalla Ministra Valeria Fedeli le Linee guida nazionali “Educare al rispetto: per la parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di discriminazione”, in attuazione all’articolo 5 del ddl. 119/2013 sul contrasto alla violenza di genere e nella cornice delle normative europee sui diritti umani. Le Linee Guida si propongono di mettere a disposizione della comunità scolastica (dirigenti, insegnanti, genitori, allievi) un quadro di riferimento per mettere in atto percorsi educativi volti a promuovere il rispetto delle differenze di genere e contrastare le discriminazioni.

I contenuti delle Linee negli ultimi anni sono stati oggetto di non poche polemiche, di cui ricordiamo in particolare quella contro la cosiddetta “educazione al gender”.

Educazione “al gender” o “all’ideologia gender” è una locuzione priva di significato dal punto di vista pedagogico e didattico, utilizzata da movimenti di area tradizionalista come il comitato “Difendiamo i nostri figli” per definire paventati percorsi educativi che cancellano le differenze tra il maschile e il femminile, che “educano all’omosessualità”, o che introducono i bambini a pratiche sessuali. È inutile ricordare che nella scuola italiana (e non solo) non accade nulla di tutto questo. Eppure gli autori delle Linee Guida sentono la necessità di dedicare una considerevole porzione del testo a rassicurare questi movimenti, citando ampi stralci della circolare 15/09/2015in cui si ricorda che “tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né le ideologie gender né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo”. Sarebbe interessante sapere che cosa si intende con pratiche estranee al mondo educativo, visto che con questa definizione i movimenti sopra citati hanno messo all’indice e invitato i genitori a protestare contro progetti di contrasto al bullismo e alla discriminazione (qui i “bollini rossi” alle scuole bolognesi) e di educazione alla parità di genere (basti ricordare il caso del “gioco del rispetto” nelle scuole dell’infanzia di Trieste).

In questo quadro generale, occorre dire che le Linee Guida emanate costituiscono un’occasione mancata su due piani. Il primo è il piano dei contenuti. Se le Linee, come dichiarano nel titolo, vogliono affrontare “tutte le forme di discriminazione” legate al genere, non lo fanno. L’unica differenza nominata e approfondita sul piano educativo nel testo è la differenza sessuale rispetto alla quale si afferma la necessità di superare, nelle pratiche educative e nell’uso del linguaggio, la cultura della sopraffazione del maschile sul femminile. Non si dedica alcuno spazio al contrasto alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, l’identità di genere, l’espressione di genere. Sapendo che stare bene e sentirsi al sicuro a scuola è cruciale per l’apprendimento, delle linee guida per l’educazione al rispetto e il contrasto delle discriminazioni dovrebbero porsi l’essenziale domanda: che cosa consente di creare un contesto educativo in cui ciascuno si sente accolto in una comunità di apprendimento e non discriminato sulla base di ciò che costituisce la sua identità (sesso, identità di genere, orientamento sessuale, appartenenza familiare ecc.)?Utilizzare come unico frame ideologico l’idea della differenza uomo-donna come base dell’identità e “origine della vita” non è una risposta. Il documento non si preoccupa né delle diversità familiari (i bambini nati da coppie omosessuali, sempre più numerosi nelle scuole italiane, non potranno rispecchiare la loro esperienza familiare in questa affermazione); né, per esempio, delle identità non binarie, transgender, non eterosessuali che pure attraversano gli ambienti scolastici, sono ad altissimo rischio di subire discriminazioni e atti di bullismo, e spesso sono sospinte nella paura e nell’invisibilità proprio a scuola, come segnalano i primi risultati della recente ricerca internazionale coordinata per l’Italia dal Centro Risorse Lgbti. Inoltre, anche nella parte dedicata al contrasto alla violenza contro le donne, il documento non esplicita mai il rapporto, che nelle pratiche educative è ineludibile, tra contrasto alla violenza di genere ed educazione all’affettività e alla sessualità, intesa come educazione alla consapevolezza della propria e altrui soggettività, a cominciare dal corpo, fin dalla scuola dell’infanzia.

Questo documento, inoltre, è un’occasione mancata sul piano del metodo: esso utilizza il concetto di corresponsabilità tra famiglia e scuola, che da alcuni anni ha affiancato e progressivamente sostituito quello di partecipazione dei genitori alla vita della scuola segnando – non nella sua ideazione, ma certamente nella sua attuazione – una svolta legalista di affermazione di compiti e doveri reciproci che rischia di esacerbare anziché prevenire la conflittualità tra famiglie e scuola. A questo, le Linee guida aggiungono una novità, il “consenso informato” dei genitori, concetto mai utilizzato nelle linee guida ministeriali sulla corresponsabilità e che nel documento sull’educazione al rispetto rimane talmente vago da generare confusioni interpretative che non mancheranno di accendere nuove conflittualità tra genitori e scuole. Per fare alcuni esempi: si tratta di consenso informato dei genitori al piano triennale dell’offerta formativa della scuola o alle singole attività progettate dagli insegnanti in classe? Si tratta del diritto a ritirare il proprio figlio da percorsi educativi che la famiglia non ritiene congruenti con il proprio sistema di credenze oppure si tradurrà in una sorta di diritto di veto dei genitori sulle più diverse progettazioni scolastiche?

La possibilità di attuare effettivamente queste linee guida (sperando in un futuro non lontano di vedere linee guida maggiormente inclusive) dipenderà in gran parte dalla capacità di affrontare i vuoti e i punti oscuri di questo documento e le domande che esso genera sulla relazione tra scuola e famiglie.

 

 

 

 

* Ricercatrice in Pedagogia, Università di Verona