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18 maggio 2024
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Una contingenza difficile

Paolo Pombeni - 06.09.2023
Più salario

Non è un momento facile per la politica italiana. Innanzitutto perché il bilancio dello stato non è messo bene: arrivano al pettine i nodi di politiche avventurose (bonus più o meno super dispensati alla leggera), la situazione economica dei nostri partner essenziali per le esportazioni non è buona (a cominciare dalla Germania), l’inflazione non è ancora sotto controllo né si capisce quando e come lo sarà. Tutto questo mentre ci sarebbe bisogno di interventi di sostegno al welfare: al di là del pur grave tema della povertà in espansione, c’è un sistema sanitario che funziona a macchie di leopardo (in piccola parte ottimo, in un’altra parte accettabile, in una grande porzione non funziona affatto) e c’è il tema del basso livello di troppi salari, in parte insufficienti per vivere adeguatamente, in parte comunque contratti tanto da non poter permettere la ripresa della domanda interna.

Sarebbe sbagliato sostenere che il governo non si renda conto della situazione: almeno una parte dei ministri (dalla premier a Giorgetti e a qualcun altro) ha davanti il quadro e se ne preoccupa. Che poi da questo riesca a trarre indicazioni su come uscirne, è un altro paio di maniche.

Come si è detto molte volte gli appetiti elettorali dei partiti, specie di quelli della attuale maggioranza, non si riescono a tenere completamente sotto controllo. Certamente l’assenza di risorse disponibili obbligherà a rinunciare a qualche progetto avventato (riforma delle pensioni, flat tax generalizzata, investimenti faraonici, ecc.), ma al prezzo di lasciar correre ulteriore demagogia, che è lo strumento con cui i partiti, privati della possibilità di realizzare tante promesse elettorali, distrarranno l’opinione pubblica orientandola su temi più o meno scandalistici (immigrazione, ma non solo).

Il governo ha dalla sua il fatto di non avere una opposizione credibile come sorgente di una alternativa. Le tensioni sociali non sembra possano confluire in un sostegno a partiti che per lo più sono a loro volta demagogici e incapaci di raccogliere consenso attorno a proposte con credibilità (e tali non sono le sparate massimaliste della maggior parte dei loro vertici). La situazione abbastanza strana è che il malessere sociale, che è anche abbastanza ampio sebbene per ora non di natura “incendiaria” come taluni vorrebbero far credere, scompagina la maggioranza senza offrire spazi di allargamento alle opposizioni. Quelle componenti che sono insoddisfatte del cosiddetto “moderatismo” della Meloni (in realtà una presa di coscienza di una situazione difficile) o si spostano sulle frange demagogiche alla Salvini e compagni o vanno ad ingrossare l’astensionismo. Questa gente alla capacità della sinistra di offrire un’alternativa non crede.

Del resto basta guardare alla situazione per capire questo fenomeno. L’insoddisfazione sociale, se non addirittura la rabbia che in anni passati aveva ingrossato a dismisura il consenso al grillismo dei Cinque Stelle ha perso fiducia in quell’alternativa che alla prova dei fatti si è dimostrata incapace di governare e produttrice di un bel numero di disastri i cui effetti si stanno pagando ora. Il PD ha perso la capacità di presentarsi come il partito della nuova classe dirigente. Si è dissolto in un movimentismo senza prospettive che insegue più o meno le mode di un presunto cambiamento sociale che avrebbe mutato ogni nostro quadro di riferimento (generando una nuova forma di propaganda reazionaria contro il cosiddetto mondo alla rovescia) e per il resto ripropone un massimalismo utopico che non trova consensi se non nei sognatori.

Per di più alle opposizioni mancano figure dotate della dialettica necessaria a sostenere questi sguardi alternativi. Sia Conte che la Schlein come “tribuni” sono fallimentari, e come veri leader politici mancano di carisma e personalità in proprio, ma non è che nelle altre fila ci siano politici in crescita.

Così il sistema è fortemente squilibrato: non c’è una dialettica vera e ragionata tra diversi orientamenti nell’analisi del presente e del futuro, perché tale non può essere considerato il cozzare delle demagogie e l’inseguirsi degli slogan di maniera. È particolarmente grave che ciò accada in una congiuntura in cui il quadro internazionale si fa ogni giorno più complicato. La nostra opinione pubblica non è molto sensibile a questo aspetto che invece è e sarà sempre più determinante.

Gli equilibri geopolitici scricchiolano. Gli USA stanno entrando in una fase elettorale molto controversa, la Cina alle prese con un indebolimento della sua potenza economica sembra rincorrere rivincite sul piano internazionale, la domanda di creare nuove aggregazioni rispetto alle sistemazioni intorno ad un certo predominio dell’Occidente appare sulla scena per quanto in modo ancora confuso (la vicenda dei BRICS col loro discutibile allargamento va valutata attentamente). L’incognita russa è emersa drammaticamente. L’Europa è quanto mai incerta sul suo futuro, alle prese con il problema di riprendere o meno la abbastanza miope politica di austerità di bilancio, ma altrettanto col tema di un problematico allargamento che secondo certe stime nel giro di sei-sette anni potrebbe portarla ad aggregare 35 paesi con problematica espansione ad Est. Come farà a governare un coacervo di così tanti stati piuttosto dissimili fra loro è una incognita di non poco peso, visto che anche il tenere insieme gli attuali 27 non è che sia così facile.

Il nostro paese avrebbe bisogno di una opinione pubblica e di una classe dirigente che si concentrassero a progettare come noi potremo stare in un mondo che presumibilmente sarà piuttosto diverso da quello che ha forgiato le nostre culture politiche. Certamente dovrà farlo mentre in contemporanea affronta tutte le debolezze, per non dire di peggio, che abbiamo accumulato negli ultimi decenni, ma per riuscirci deve far crescere la consapevolezza che si è esaurito lo spazio per giocare con le vecchie bandierine e con le muove demagogie.