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19 giugno 2024
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Un orizzonte denso di nubi

Paolo Pombeni - 25.10.2023
Adriano Galliani

Il destracentro si gode il successo in Trentino e in Alto Adige e finge che lo sia anche l’elezione suppletiva che ha consegnato il seggio senatoriale di Monza al forzista Galliani, sorvolando sul fatto che in quel collegio ha votato il 19,23% degli aventi diritto. Sul piano nazionale le cose non vanno altrettanto bene, anche se al momento la tenuta del governo Meloni non è insidiata seriamente.

Se si leggono i risultati elettorali astraendo dagli ovvi riscontri di chi ha vinto e chi ha perso in termini di conquista di seggi, c’è la conferma di società in profonda trasformazione. Il cinismo di una parte della classe politica pensa che siano cose che contano poco, l’importante è chi può reggere il mestolo della distribuzione dei dividendi a disposizione del potere, ma le trasformazioni hanno ricadute che prima o poi presenteranno il conto. Vale soprattutto per lo stabilizzarsi dell’astensionismo che continua a crescere anche in società che mantengono nonostante tutto buoni livelli di tenuta sociale. In Trentino ha votato il 58,3% degli elettori con un calo del 5,6% rispetto alle precedenti elezioni. In Alto Adige è andata un po’ meglio, ha votato il 71% degli aventi diritto ma lì c’è ancora una certa forza di mobilitazione per le tensioni etniche (interne ai sudtirolesi di lingua tedesca più che a quelli di lingua italiana …).

Dovrebbe colpire in entrambe le realtà un pluralismo di partiti piuttosto esasperato, che peraltro non ha salvato due partiti protagonisti di questo ultimo quindicennio: sono praticamente spariti sia Forza Italia che i Cinque Stelle. Certo da quelle parti non erano mai stati particolarmente forti, ma da lì a sparire ce ne corre. Nessun partito in Trentino può vantare un consenso di massa: il primo è il PD che raccoglie il 16,6% che rapportato come per gli altri al 60% dei votanti non può essere un risultato travolgente, né lo è il risultato della Lega (13%) e di FdI (12,3%). Un partito sorto quasi dal nulla come Campobase (centrosinistra), senza alcun leader carismatico a livello ufficiale, ha raccolto l’8%, segno che nella società ci sono spazi di manovra che potrebbero allargarsi.

In Sudtirolo finisce l’epoca del partito unico di raccolta per i cittadini di lingua tedesca e quella componente si fraziona fra estremisti dell’autonomia (se non della secessione) ed estremisti no vax e anti immigrati. Ma poi anche qui nuove formazioni con la rappresentanza della componente italiana molto indebolita (FdI si vanta primo partito degli italiani ma raccoglie percentualmente la metà dei consensi che aveva il vecchio MSI dei tempi della grande tensione). Tutti indizi di un mondo in trasformazione che non trova leader capaci di guidarla con una visione del futuro fuori dei vecchi schematismi, magari opportunamente riverniciati.

Sarebbe sbagliato considerare quel che avviene in queste terre come una prefigurazione certa del futuro: quando un sistema sociale e politico si mette in movimento non si sa dove si andrà a parare, dovremmo averlo imparato nell’ultimo trentennio. Tuttavia se consideriamo quel che è avvenuto come parte di una transizione che sta sconvolgendo il mondo, qualche domanda dovremmo farcela.

Il panorama nazionale rimane caratterizzato da una grande incertezza circa le ricadute che la crisi internazionale in corso avrà sul nostro paese. Della guerra in Ucraina si parla ormai poco perché l’attenzione è puntata sul Medio Oriente, ma quella rimane una questione chiave che probabilmente è stata anche una delle componenti dello scatenarsi dello scontro tra il terrorismo di Hamas e Israele. La Russia è più che attiva nella crisi attuale e chiede, neppure troppo implicitamente, che si accetti di riconoscerle un ruolo come possibile stabilizzatore sul versante mediorientale, il che significa lasciarle campo libero in Ucraina con la prospettiva di un possibile allargamento della sua espansione verso l’area balcanica. Gli Stati Uniti non stanno a guardare, ma ciò significa ricostruire quel fronte “atlantico”, cioè una interazione con l’Europa, fronte che era stato marginalizzato dopo la caduta del muro di Berlino. Naturalmente si pone così un problema per l’Unione Europea che dovrebbe esprimere una politica unitaria che fatica ad avere se non come generici discorsi di buona volontà.

In questo contesto cosa può fare l’Italia sempre più immersa in un confronto fra componenti politiche, economiche e sociali frammentate, proiettate più ad impossessarsi di tutte le “spoglie” che si possono ricavare da vittorie politiche occasionali e incapaci di costruire un consenso sia pure dialettico sulle esigenze che ci impone un futuro piuttosto oscuro? Ai politici di professione, ma sarebbe meglio dire ai politicanti di professione, queto modo di ragionare non piace: conta raccattare successi, più o meno ampi, più o meno parziali, il futuro lasciamolo, come si diceva una volta, sulle ginocchia degli dei.

Ma il futuro è dietro l’uscio. Con la situazione di finanza pubblica che abbiamo, con le sfide che ci pone il contesto internazionale, con il deteriorarsi delle agenzie che supportavano l’integrazione sociale, non ci vorrà molto perché le nostre numerose debolezze ci presentino il conto. Ad esso non si potrà rispondere sciorinando percentuali di sondaggi e neppure di voti, rilanciando demagogie a buon mercato sulla rapida soluzione delle nostre difficoltà: non funziona. Serve la costruzione di una solidarietà sociale che non ammette di arraffare prebende e posizioni per sé e per gli amici, serve una classe dirigente, politica, ma anche sociale, capace di leadership e di visioni.

Serve un cambio di passo. La sfida a chi fa politica oggi, da una posizione di maggioranza o da una di opposizione non fa troppa differenza, è questa.