Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Un nuovo paradigma

Stefano Zan * - 27.10.2018
Elite

La prima sensazione che molti provano di fronte alla nuova maggioranza di governo è di incredulità: come è possibile che questi signori abbiano vinto le elezioni, abbiano formato un governo improbabile e continuino ad aumentare il loro consenso? Non è così che si fa politica! Un vero e proprio scandalo cognitivo prima ancora che di merito di fronte al quale si resta disorientati, come di fronte a tutti gli scandali, perché saltano i tradizionali e confortevoli nessi causa-effetto. Le elezioni si possono vincere o perdere ma non in questo modo.

Si prova la stessa sensazione dello Stato Maggiore francese che dopo aver investito tutto nella costruzione della linea Maginot in poche ore si è trovato circondato dai tedeschi passati con i carri armati dalle Ardenne: non è così che si fa la guerra, hanno detto i francesi. Eppure gli altri hanno vinto.

Con le elezioni del 4 marzo forse è successo qualcosa di veramente nuovo che fatichiamo a capire.

I canoni classici del voto di protesta che regolarmente punisce chi sta al governo non tengono più di tanto così come non tengono, le autocritiche degli sconfitti che continuano a chiedersi dove hanno perso e in cosa hanno sbagliato, mantenendo però le tradizionali chiavi di lettura.

Si può forse avanzare l’ipotesi che ci troviamo di fronte ad una vera e propria rottura politica, ad un qualcosa di completamente nuovo che, proprio perché nuovo facciamo fatica a comprendere e quindi anche a contrastare.

Chiamerei questa rottura politica un salto fideistico in un nuovo universo semantico. Provo a spiegarmi perché ho la sensazione che si tratti di un percorso logico che vale la pena esplorare.

La rottura di cui parlo può essere analizzata tanto nella sua pars destruens che in quella costruens.

Nella pars destruens ormai da molti anni si è fatto di tutto per trovare i colpevoli, i nemici, i responsabili dello stato in cui versa il Paese. Alcuni partiti e praticamente tutta la stampa e la televisione e parte della magistratura, giorno dopo giorno, hanno additato agli occhi dell’opinione pubblica le colpe della casta, dei tecnocrati, dei privilegiati, degli intellettuali e, ovviamente dei politici. Un’operazione sistematica, martellante, pervasiva che partendo anche da casi puntuali faceva di tutta un’erba un fascio riuscendo nel tempo a identificare come il vero nemico del popolo le elites, comunque intese. Tutto questo prescindendo ovviamente dai dati reali, dalle responsabilità individuali, dalle eccezioni rispetto alla regola, come se le elites fossero un unicuum omogeneo e caratterizzato sempre e comunque dagli stessi interessi, privilegi e comportamenti criminogeni.

Di converso però bisogna anche riconoscere che le elites non hanno saputo rinnovarsi e non si sono accorte che il sentiment della gente aveva abbandonato le antiche appartenenze e identità politiche.

Alla mancata circolazione delle elites si è affiancato il venir meno dello zoccolo duro dei vecchi partiti e il nuovismo assume valore in sé.

L’operazione è talmente riuscita che Salvini dichiara apertamente che il nuovo scontro, il nuovo conflitto è tra popolo ed elites (italiane ed europee). Ed indubbiamente questa distinzione manichea e semplicistica ha convinto una buona parte dell’elettorato che ha finalmente trovato un nemico simbolico contro cui esprimere il suo voto a rivalsa di una insofferenza generica che covava da tempo. Ovviamente l’andamento dell’economia reale era ed è assolutamente irrilevante.

Nella pars costruens l’elemento vincente è stata la promessa di poche cose, molto chiare e concrete, facilmente monetizzabili da parte di ciascun destinatario del singolo provvedimento, tra l’altro provvedimenti mai richiesti dalla “base” con vere e proprie azioni di lotta. Non solo, sono riusciti a costruire una trappola mediatica per cui chi si oppone al Governo in realtà si oppone al popolo e sostiene i poteri forti delle elites e delle tecnocrazie.

Non c’è nessuna visione di medio-lungo termine, non c’è nessuna presa di posizione seria su altri temi. la comunicazione è diventata vera e propria pubblicità con il suo linguaggio essenziale, diretto, rassicurante che non accetta contraddittorio.

Il dilettantismo è titolo di merito in quanto riprova di non essere parte delle elites.

La volgarità è sintonia con il volgo.

Pars destruens e pars construens hanno creato un nuovo universo semantico radicalmente diverso da quello della vecchia politica: è cambiato il linguaggio, il modo di comunicare, la costruzione dell’agenda politica, la creazione di senso, i valori di riferimento. La semplicità e la semplificazione non sono banalizzazione ma realismo. E in modo fideistico la maggioranza degli elettori ha deciso di “convertirsi” a questo nuovo modo di fare e di pensare la politica. Non un semplice voto di protesta ma una vera e propria conversione che si basa su un atto di fede nella speranza e nella convinzione che così le cose cambieranno davvero.

Guardando twitter ci si rende conto che quello che una volta si chiamava confronto politico oggi è una vera e propria guerra di religione tra fedeli ed infedeli senza alcuno spazio per il dubbio, per la mediazione, per la ricerca di una spiegazione comune. Una sorta di guerra civile telematica che nulla concede all’interlocutore.

I partiti della maggioranza non hanno semplicemente vinto il campionato elettorale ma hanno giocato e giocano un’altra partita, con altre regole, altri schemi, altri spettatori, altri avversari. E gli altri perdono (e continueranno a perdere) perché non si sono ancora accorti che il gioco è cambiato: sembra lo stesso ma è profondamente diverso.

L’ universo semantico della nuova politica costituisce un nuovo paradigma con il quale dovremo fare i conti per lungo tempo. Al momento i due universi sono assolutamente non comunicanti e le litanie liturgiche della vecchia politica non scalfiscono minimamente il nuovo, anzi, paradossalmente, spesso lo rafforzano.

Gli eventuali insuccessi del Governo saranno attribuiti come colpa ai nemici tanto interni che esterni e rafforzeranno anziché indebolire la visione proposta dal Governo.

I nuovi credenti hanno fatto un investimento in fiducia di lungo termine e saranno difficilmente riconvertibili a breve con proposte alternative.

Solo forti conflitti interni alla maggioranza potrebbero mettere in crisi il governo ma non il nuovo paradigma politico, il nuovo linguaggio, il nuovo modo di fare politica.

E in questo quadro costruire un’opposizione efficace è davvero problematico. Ma di questo riparleremo.

 

 

 

 

* E' stato docente universitario di Teoria delle organizzazioni. Il suo blog è ww.stefanozan.it