Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
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Un fossato fra due (e più) Italie

Luca Tentoni - 29.06.2019
Europa Verde

A un mese dalle elezioni europee, è giunto il momento di tornare su un aspetto apparentemente "minore" del voto del 26 maggio. Il Paese non è solo diviso fra Centronord a prevalenza leghista e Sud-Isole dove il M5s (indebolito rispetto al 2018) è il primo partito. Ci sono divisioni ben più profonde, che riguardano in primo luogo le città capoluogo di regione (soprattutto le più grandi: Roma, Milano, Torino, Napoli) differenziandole dal resto dei comuni e, in secondo luogo, la demarcazione - molto netta - fra zone centrali delle metropoli e quartieri periferici. I dati su questo doppio cleavage sono importanti perché spiegano quanto sia sempre più evidente la coesistenza di mondi diversi, di elettorati con sensibilità, opinioni, percezioni molto distanti fra loro. Si può ricondurre questa differenza nella categoria "inclusi/esclusi", far riferimento al tenore di vita o alla stabilità del lavoro o, ancora, far riferimento al grado di scolarità. Tuttavia, abbiamo di fronte moltissimi elementi che da soli non spiegano il perché di questa separazione profonda e forse inconciliabile fra due Italie, ma che - presi nell'insieme - ci danno un ritratto di incomunicabilità di mondi (non solo dovuto a quella che qualcuno ha definito tendenza pro o anti-globalizzazione o di coloro che, in questo ambito socio-economico, si percepiscono - o sono - "vincitori" o "sconfitti"). Iniziamo dai dati complessivi: il 26 maggio i partiti di governo hanno ottenuto il 51,32% dei voti (Italia più Estero; solo Italia, 51,4%), pari a 13,744 milioni; Lega e FdI (l'asse sovranista di destra) hanno avuto il 40,71% (solo Italia, 40,79%) e 10,901 milioni di consensi; il Pd, Più Europa ed Europa Verde (cioè un embrione di un possibile futuro centrosinistra) hanno conseguito il 28,17% (28,07% solo Italia) e 7,392 milioni. Sul piano circoscrizionale abbiamo i seguenti rapporti di forza: Nord-Ovest, Lega-FdI 46,3%, Pd-PiùE-Verdi 29%, M5S 11,1% (Lega-M5S 51,8%); Nord-Est, Lega-FdI 46,7%, Pd-PiùE-Verdi 30,4%, M5S 10,3% (Lega-M5S 51,3%); Centro, Lega-FdI 41,4%, Pd-PiùE-Verdi 31,9%, M5S 15,9% (Lega-M5S 49,4%); Sud, Lega-FdI 31,1%, Pd-PiùE-Verdi 22,7%, M5S 29,2% (Lega-M5S 52,6%); Isole, Lega-FdI 29,7%, Pd-PiùE-Verdi 21,7%, M5S 29,8% (Lega-M5S 52,3%). In altre parole, nonostante le differenze territoriali (la Lega prevale al Centronord, i Cinquestelle nel Mezzogiorno) la coalizione di governo "gialloverde" non ha mai meno del 49% (Centro) e mai più del 52,6% (Sud), con una distribuzione apparentemente omogenea dei consensi complessivi (frutto, lo ripetiamo, della combinazione di due partiti molto diversamente insediati sul territorio. L'"eventuale centrosinistra", invece, è fra il 29 e il 31% nel Centronord ma è sotto il 23% al Sud e nelle Isole. Tutto chiaro, netto, delineato? I dati disaggregati fra capoluoghi di regione e altri comuni (contenuti nella “Storia delle elezioni europee in Italia: 1979-2019” che il Mulino sta per mandare in libreria) ci mostrano una realtà ben diversa. Nelle città più piccole (lo stesso discorso vale per le periferie urbane) le forze di governo hanno il 54,1% nel Nord-Ovest, il 55,2% nel Triveneto, il 49% nell'ex Centro rosso, il 56,6% nel Lazio, il 52,9% al Sud, il 52,9% nelle Isole. Nel complesso, il 53% nazionale contro il 42,5% ottenuto nelle "piccole capitali". Sempre nei comuni non capoluogo di regione, abbiamo i seguenti risultati: Lega-FdI, Nord-Ovest 48,9%, Triveneto 53,2%, ex Centro rosso 40%, Lazio 47,7%, Sud 31,9%, Isole 30,3%; Pd-PiùE-Verdi, Nord-Ovest 26,6%, Triveneto 24,7%, ex Centro rosso 34,7%, Lazio 22%, Sud 22,1%, Isole 20,8%; M5S, Nord-Ovest 10,9%, Triveneto 8,5%, ex Centro rosso 14%, Lazio 18,2%, Sud 28,7%, Isole 30%. Una differenza abissale rispetto alle "piccole capitali", dove i partiti sovranisti di destra (Lega-FdI) hanno ovunque dati inferiori rispetto al resto dei comuni: -16,4% al Nord-Ovest, -14,3% nel Triveneto, -10,8% nell'ex Centro rosso, -13,2% nel Lazio, -11% al Sud, -4,3% nelle Isole. L'opposto accade per l'"eventuale centrosinistra" (Pd-PiùE-Verdi): 41,6% (+15%) nel Nord-Ovest, 36,4% (+11,7%) nel Triveneto, 46,9% (+12,2%) nell'ex Centro rosso, 36,8% (+14,8%) a Roma, 27,2% (+5,1%) al Sud, 27,6% (+6,8%) nelle Isole. In altre parole, il solo Pd è, nei capoluoghi di regione, il partito col maggior numero di voti (30,4%), seguito da Lega (24,9%), M5S (17,6%), FI (7,7%), FdI (6,5%), Più Europa (4,2%), Europa Verde (2,9%). In queste ventuno città (Trento e Bolzano rappresentano entrambe il Trentino-Alto Adige) le forze sovraniste di destra (Lega-FdI) hanno il 31,4%, cioè l'1% in più rispetto al solo Pd ma il 6,1% in meno del "piccolo centrosinistra"), mentre i gialloverdi si fermano al 42,5%, appena cinque punti in più dell'eventuale alleanza fondata sul Pd. Se si va più in profondità, isolando i dati dei quartieri centrali delle metropoli da quelli periferici, le differenze si amplificano. In parole povere, nessuno è mai riuscito a realizzare la secessione di intere regioni o macroaree del Paese, ma la spaccatura trasversale, fra voto urbano (meglio: del cuore dei centri urbani maggiori) e resto dell'Italia è una frattura culturalmente, economicamente e socialmente molto più profonda e grave, perché evidenzia una coesistenza forzata fra "vicini di casa": da questo punto di vista, un veneto che abita in un piccolo o medio centro non è molto diverso (sul piano del comportamento elettorale) da un lombardo o da un piemontese, ma è agli antipodi di un veneziano o di un milanese o di un torinese. La secessione più pericolosa è avvenuta in silenzio, dal 2011 in poi, ma nessuno se n'è accorto. Due Italie vivono ormai da separate in casa, sperando che nessuno voglia dar vita ad una drammatica "guerra dei Roses".