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Torna la questione sindacale

Paolo Pombeni - 15.11.2023
Sciopero Landini

In questo paese che non riesce a liberarsi dal meccanismo dell’eterno ritorno stiamo marciando all’indietro verso la querelle che infiammò l’origine della nostra repubblica: il tema dello sciopero politico. La frattura fra la CGIL di Landini, che si è annessa in qualche modo una UIL sempre più debole, e la CISL di Sbarra è un fenomeno che meriterebbe più attenzione di quella che le destina la solita polemica di basso profilo che si incarica di aprire un Salvini disposto a tutto pur di tenere in qualche modo la scena.

Se nella prima fase della nostra repubblica il conflitto era tra un sindacato che era chiaramente una appendice del partito comunista e un sindacato che era nato dall’impulso del mondo cattolico a liberarsi da quella sudditanza (e che avrebbe cercato poi di costruire una sua diversa forma di sindacalismo), con il tramonto della guerra fredda e delle sue contrapposizioni quella spaccatura era andata dissolvendosi. Non a caso era cresciuta la domanda di unità sindacale, che non si era mai compiutamente realizzata, se non per un breve periodo nel settore dei metalmeccanici. Per il resto le “macchine” organizzative non amano dissolversi e le alleanze si potevano anche fare, e si sono fatte, ma ciascuno manteneva le sue bandiere, gerarchie, insediamenti. Erano i tempi della famosa “triplice” che riuscì a condizionare non poco, tanto in positivo quanto in senso piuttosto corporativo le politiche pubbliche.

Allora i tre sindacati potevano davvero presentarsi come una alternativa parziale in termini di rappresentanza ai partiti politici sempre più in crisi e giungere a lavorare con vari governi per un contenimento delle sbandate, finanziarie e non, che minavano la tenuta del paese. Era il tempo della concertazione, di un certo dialogo per esempio tra Ciampi e i sindacati, di una limitata cooperazione con diversi governi. Tempi da valorizzare per tanti aspetti, non da ultimo per la barriera che i sindacati eressero allora contro la penetrazione nelle fabbriche dell’estremismo, anche terrorista, dell’estrema sinistra.

Da qualche tempo stiamo assistendo ad una trasformazione della presenza sindacale. Nella fase di turbolenta transizione in cui ci è toccato vivere, l’utopia di un sindacalismo messianico che potesse salvare il paese dalle sue debolezze strutturali è andata sempre più crescendo e affermandosi. Cofferati ha responsabilità in questo cambiamento, che fu indubbiamente favorito dall’egemonia effimera del berlusconismo che portò il nostro sistema politico a cadere nella trappola del presunto conflitto fra angeli e demoni. È difficile non vedere che peraltro il sindacato stesso è stato corresponsabile del deteriorarsi della situazione sociale con una certa azione a favore dei “garantiti” contro le fasce giovanili che faticavano a trovare posto nel mercato del lavoro, con non poche difese di ceti almeno un tempo privilegiati come erano quelli dell’impiego pubblico e para pubblico, con una non piccola difficoltà a contrattare con datori di lavoro che peraltro quanto a lungimiranza nell’analisi delle mutazioni in corso non erano proprio attrezzati.

Tutto questo porta una parte del sindacalismo attuale a regredire quanto a cultura politica alle intemerate dei vecchi slogan più o meno sessantottini, alle mitologie delle contrapposizioni contro il nemico storico del fascismo che non si sa più bene se possa davvero esistere, ai mantra sulla forza dello sciopero generale. Roba d’antan, talora da primo Novecento, in un mondo dove tutto sta cambiando. La novità relativa è che quel tipo di sindacato pensa di essere in grado di essere non una base per il partito o i partiti della “sinistra”, ma di essere lui la guida dell’alternativa politica a cui quella parte dovrebbe essere destinata dalla storia. Si può anche capire quanto forte sia questa tentazione quando i partiti della sinistra sono carenti di leadership politica, avviluppati a loro volta in mitologie di retroguardia, mentre al governo c’è quella componente che, sempre nelle mitologie storiche, non avrebbe mai potuto tornare al potere, cioè una destra che non ha remore a presentarsi come tale.

Ecco allora che Landini e i suoi riscoprono lo sciopero generale (generale si fa per dire) politico, non indirizzato ad un negoziato che porti alla formazione di un diverso equilibrio nell’organizzazione della manovra economica, ma ad un generico progetto di “ben altro” che non si sa bene non solo come finanziare, ma perché adesso dovrebbe essere improvvisamente a portata di mano dopo che sono quarant’anni mal contati che governi di vario colore politico non sono stati in grado di rompere la difesa della distribuzione corporativa dei redditi e delle risorse (che fra l’altro si sono ridotte in maniera sostanziosa).

È peraltro da rilevare che la CISL per ora almeno non sembra in grado di contrapporre agli sbandamenti dei suoi concorrenti una cultura sindacale forte, per cui deve limitarsi a star fuori dagli impeti vagamente radical-riformatori di chi ancora crede nella politica dell’agitazione come tale. Magari così potrà anche guadagnare qualcosa nella contrattazione col governo in carica (e con le sue propaggini nelle amministrazioni locali), ma non può illudersi di conquistare un po’ di egemonia senza impegnarsi con una cultura politica all’altezza di questa fase storica.

Insomma la questione sindacale è una roba seria. Ridurla alle sciocchezze di Salvini e alle controbattute spocchiose di Landini è qualcosa che ispira tristezza.