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21 novembre 2020
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Torna il teatrino della politica?

Paolo Pombeni - 07.09.2016
Massimo D'Alema

La definizione di “teatrino della politica” è stata a lungo popolare, poi è stata sostituita dalla mania per lo “storytelling” spesso tradotto come “narrazione”.Eppure è la forza evocativa della prima definizione richiamata quella che balza alla mente di fronte agli ultimi episodi che ci ha servito la telenovela della politica italiana.

Il redivivo D’Alema che arringa una piccola folla di reduci spiegando che sarà lui che rottamerà Renzi grazie alla vittoria del no al referendum è stato in sostanza oggetto di frizzi e lazzi da gran parte della stampa e dei commentatori. Non è un bel vedere, perché non fa mai piacere constatare che un personaggio che pure aveva statura e presenza politica si riduce a propinare slogan sul disastro a cui porterebbe una riforma costituzionale che non è poi tanto lontana da quella che lui aveva proposto qualche decennio or sono. Ancor più triste che un uomo che pure sa come funziona la politica si metta a sostenere che sta preparando lui una bozza di riforma, ovviamente molto seria, pronta all’uso per essere approvata subito dopo la bocciatura di quella intitolata al duo Boschi-Renzi. Non induce a lieti pensieri il fatto che D’Alema finisca in compagnia di altri novelli don Chisciotte che ci spiegano come loro hanno in mano il progetto di riforma adatto che, sempre dopo l’inevitabile (secondo loro) vittoria del no al referendum, diventerà legge costituzionale.

Naturalmente se questa è la “vecchia” politica quella nuova non è che ci dia spettacolo migliore. Quello che i Cinque Stelle stanno mettendo in scena a Roma si avvicina al teatro del surreale. Una sindaca che si è scelta come collaboratrice nel settore più delicato del suo mandato, la gestione dei rifiuti, una persona indagata nell’ambito di una inchiesta della magistratura su quel settore non è che possa aspirare ad un premio per genialità politica. Difendersi dicendo che essere oggetto di una indagine non è essere colpevoli è giusto, ma quando si sceglie una persona che per dieci anni ha servito, profumatamente pagata, in un settore su cui gravano da sempre sospetti di pasticci (per non dire di peggio) si può ben capire che porterà dentro l’amministrazione il guazzabuglio dei suoi trascorsi personali.

Scegliere ostinatamente collaboratori molto interni a suo tempo alla gestione del sindaco Alemanno, altro esempio non proprio di “buon governo”, è cosa che fa anch’essa parte di un teatrino davvero poco interessante. E sorvoliamo su connessioni con gruppi di potere che si sono prontamente affrettati a sostenere il presunto “nuovo che avanza”: ovviamente ciascuno è libero di scegliersi gli amici che preferisce, salvo che i pentastellati su questo punto si dichiaravano in passato piuttosto schizzinosi.

Il tema che balza però alla ribalta con evidenza è se in un momento tanto delicato possiamo ancora permetterci il lusso di questi spettacolini. La risposta è evidentemente no. Come nel caso di D’Alema spiace vederlo ridotto a questo ruolo, così non può fare piacere che un movimento che pure aveva scosso la politica italiana sia ridotto a diventare vittima del pantano romano. Si può essere o non essere d’accordo con le posizione del M5S, ma la sua capacità di incanalare la protesta e di portarla a condizionare positivamente una politica che spesso vivacchiava alla meglio era una risorsa interessante. Vederla depotenziata per lasciare spazio a pastrocchi romani dispiace, così come era dispiaciuto in una fase precedente vedere certi esponenti pentastellati alle prese con le loro ossessioni complottarde.

In questo contesto il governo sarà in grado di sfruttare le debolezze altrui per rilanciare la sua centralità? Questa è la domanda del momento. Anche qui sarebbe bene che Renzi dedicasse un po’ di attenzione al complesso dell’azione del suo gabinetto, senza pensare che siano importanti solo lui e qualche ministro chiave. Le scadenze alle porte non mancano a cominciare dalla approvazione della legge di stabilità, cioè del bilancio dello stato per l’anno prossimo. E’ tradizionalmente un momento molto delicato dove si scatenano tutti i lobbismi e con il referendum alle porte non sarà semplice contenerli. Proprio qui però si potrebbe verificare lo stacco e costringere il paese a giudicare chi fa politica e chi si limita a fare il teatrino della politica.

Renzi ha i suoi problemi ad approfittare del momento. Il primo è la pronuncia della Corte Costituzionale sulla legittimità del nuovo sistema elettorale. Non manca la possibilità che la Corte consideri improponibili alcune clausole: a nostro avviso soprattutto le candidature multiple, forse, ma è meno certo, i capilista bloccati, perché senza candidature multiple sarebbero molto depotenziati; forse anche la possibilità di ottenere il premio al primo o al secondo turno in presenza di un astensionismo molto rilevante. Per questo sarebbe opportuno che il governo anticipasse la pronuncia varando un suo progetto di riforma anche se questo è purtroppo impossibile, perché quelle clausole irragionevoli sono state volute dai partitini che gli sono essenziali per la fiducia.

Il secondo è un orizzonte economico molto problematico che lo costringe a manovre a rischio per consolidare il consenso. Tuttavia proprio per questo deve imporre la presenza di una statura politica che non vogliono riconoscergli: qui, come diceva qualcuno, o si fa l’Italia o si muore.