Ultimo Aggiornamento:
25 novembre 2020
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"Things are changin’?" Washington e le Filippine di Rodrigo Duterte

Gianluca Pastori * - 08.10.2016
Rodrigo Duterte

Le provocatorie dichiarazioni del Presidente Duterte durante il recente vertice ASEAN di Vientiane offrono una buona occasione per fare il punto sullo stato dei rapporti fra gli Stati Uniti e le Filippine e – più in generale – sui cambiamenti che stanno interessando gli equilibri dell’Asia sud-orientale. Dopo il ridimensionamento del ‘pivot to Asia’ e le rinnovate tensioni con la Corea del Nord intorno all’apparentemente intrattabile dossier nucleare di Pyongyang, le intemperanze verbali di Duterte sono parse a molti una nuova dimostrazione della crisi che gli USA starebbero vivendo sulla scena internazionale. Da questo punto di vista, è valso poco che la Casa Bianca abbia annullato l’incontro che il Presidente Obama avrebbe dovuto avere con l’omologo filippino. La sfida di Duterte ha lasciato comunque l’impressione di un’America in difficoltà, tanto arrogante da volersi ingerirsi negli affari interno di uno Stato sovrano ma troppo debole per potere imporre effettivamente la propria volontà. E’ abbastanza difficile distinguere – nelle parole del Presidente filippino – quanto risponda a una logica di consenso interno e quanto a vera convinzione. Nei in questi primi mesi di mandato (l’insediamento ufficiale risale al 30 giugno scorso), Duterte si è segnalato per i ripetuti (e coloriti) attacchi non solo contro gli Stati Uniti, ma anche – fra gli altri – contro l’ONU, la Chiesa cattolica, il Papa e la stampa interna e internazionale. Un cambio di marcia particolarmente evidente, specie se lo si confronta con il profilo assai più istituzionale tenuto dal predecessore, Benigno Aquino III, ultimo rampollo di una delle maggiori casate politiche del Paese.

La domanda è: quanto può essere sostenuta, sul lungo periodo, questa strategia? Duterte è arrivato alla presidenza cavalcando un’immagine in cui i toni populisti si fondono con quelli di un giustizialismo che spesso travalica i limiti della legalità formale. Gli eccessi di linguaggio svolgono un ruolo chiave nella costruzione di questa immagine, così come gli atteggiamenti di sfida verso tutto quanto è presentato come ‘indebita ingerenza’ negli affari interni del Paese. Questa enfasi su una nazionalismo spesso aggressivo accomuna Duterte ad altre figure, come quella dell’ex Presidente venezuelano Chávez o quella del leader boliviano Evo Morales. Al di là dell’orientamento politico, inoltre, in tutti questi casi, la (ri)affermazione plateale della sovranità nazionale sembra passare dall’adozione di una retorica accesamente anti-americana. Ciò risulta tanto più eclatante nel caso delle Filippine, Paese che – anche sulla scorta degli eventi seguiti alla guerra del 1898 – con Washington ha tradizionalmente mantenuto solidi rapporti politici, economici e militari. Nemmeno le difficoltà diplomatiche che hanno punteggiato la fine della c.d. ‘éra delle basi’ (1947-91) erano riuscite a mettere davvero in dubbio un rapporto che, al contrario, è stato più volte riaffermato negli anni successivi: da ultimo con l’inclusione di Manila nel novero dei ‘major non-NATO allies’ (2003) e la conclusione dell’Enhanced Defence Cooperation Agreement (2014), che – sulla scorta del Visiting Forces Agreement (1998, entrato in vigore l’anno seguente con la ratifica da parte del Senato filippino) – riprende e amplia i dettati del trattato di mutua difesa del 1951.

Il processo di sganciamento dagli Stati Uniti che Duterte ha ripetutamente affermato di volere attuare potrebbe, quindi, rivelarsi meno agevole del previsto. Le Filippine hanno da tempo un contenzioso aperto con la Cina davanti alla Corte Permanente di Arbitrato de L’Aja in merito all’applicazione da parte di Pechino della c.d. ‘nine-dash line’ per la limitazione delle sue acque territoriali nel Mar Cinese Meridionale; un fatto, questo, che  potrebbe rendere difficile il riallineamento politico di Manila in direzione di quello che si sta imponendo come il più credibile egemone regionale. Sulla scena politica filippina, inoltre, le pulsioni anti-americane del Presidente trovano un efficace contrappeso nella posizione di altri soggetti, primi fra tutti i vertici delle Forze Armate, da sempre custodi dell’‘ortodossia internazionale’ del Paese. La richiesta di Duterte di ritirare i consiglieri militari statunitensi operanti sull’isola di Mindanao e la volontà dichiarata di porre fine alle esercitazioni congiunte condotte annualmente all’interno del programma ‘Balikatan’ sono già state causa di tensioni con le Forze Armate; tensioni rese più acute dai metodi utilizzati dal Presidente nel condurre la sua campagna antidroga, che hanno sollevato la riprovazione della comunità internazionale ed esacerbato i rapporti con Washington. Il timore è che l'allontanamento di Manila dal suo alleato tradizionale finisca per lasciare ‘scoperto’ il Paese in uno scacchiere regionale in rapida – e potenzialmente pericolosa – trasformazione e che, nonostante le attese di Duterte, un avvicinamento alla Cina abbia come solo risultato quello di rimpiazzare l’influenza di un protettore lontano e distratto con quella di uno molto più vicino più attento.

 

 

 

 

* Gianluca Pastori è Professore associato di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa. Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.