Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Stendhal, Maccio Capatonda e il fascino del selfie: un parallelo

Omar Bellicini * - 10.05.2017
Fabrizio Del Dongo

Sulle colline di Waterloo, affumicate da una bruma innaturale, un ragazzo si affretta, urla, interroga. È alto, bello e viene da Milano. Ha risalito la spina dorsale dell'Europa, dalla Lombardia al Belgio, solo per trovarsi in quel luogo. Doveva essere lì. Non voleva mancare un appuntamento importante. Ora è nel posto a lungo desiderato; e benché non s'imbatta nelle atmosfere piacevolmente pregustate nelle stanze d'infanzia, ingombre di libri e di sogni, può dirsi felice. Il giovane si chiama Fabrizio Del Dongo, e l'anno in questione è il fatidico 1815: quello della battaglia. Siamo al terzo capitolo de “La Certosa di Parma”, uno dei massimi capolavori stendhaliani. Probabilmente, quello che più ha segnato l'immaginario. Ma chi è Fabrizio, e cos'ha a che spartire con le vite interconnesse e condivise dei nostri contemporanei?

 

Nulla, se ci concentriamo sullo stile d'un adolescente che conosce le selle e non i sellini, e che di certo preferisce allungare i favoriti, in luogo delle creste. Ma, al di là di questi trascurabili dettagli esteriori, molto più a fondo delle mode e dei vezzi, Fabrizio potrebbe essere senza sforzo un “millenial”, o il padre di un millenial, o il nonno: fino a risalire ai tempi che gli sono propri, e persino a quelli precedenti. Perché la corsa di Fabrizio Del Dongo verso quello sperduto paese della Vallonia, divenuto - suo malgrado - luogo di morte e memoria, appartiene a una necessità senza tempo, più forte delle stagioni, delle tecnologie e del pudore: il bisogno di respirare l'eterno.

 

Per alcuni significa lasciare una traccia precisa di sé, scolpita nel ricordo di un'impresa, suggerita dal motivo di una canzone, filtrata nel testo di una legge, o di quant'altro interessi la Storia che siede nei libri; altri, con minore fantasia o maggiore misura, si accontentano di avvicinarsi a un'eternità che emana dall'esterno. L'eroe di Stendhal, diciottenne, membro di una grande famiglia in odore di reazione, e forse anche per questo sedotto dalla rivoluzionaria epopea napoleonica, si pone a metà del guado: il ragazzo si precipita sui luoghi dello scontro per inseguire una gloria personale, esplicitamente accarezzata, ma ancor di più per vedere coi propri occhi un grande fatto, più in alto di sé; destinato a durare proprio perché riguarda più di un singolo e più di una vita.

 

Questa componente di gloria derivata, o di immortalità derivata - il concetto è lo stesso -, emerge chiaramente dalle righe del narratore francese, talvolta un po' crudele col proprio personaggio: «Affacciandosi alla pianura, udì un fragore spaventoso: moschetteria e cannone tuonavano d’ogni parte; a destra, a sinistra, alle spalle. E siccome il boschetto di dove usciva occupava un poggio piuttosto elevato ebbe lo spettacolo abbastanza netto d’uno spicchio della battaglia; ma nel prato che si stendeva al di là del bosco non c’era anima viva. A mille passi di distanza, limitava quel prato una lunga fila di salici foltissimi; al di sopra dei quali appariva un fumo bianco, che ogni tanto s’alzava in vortici al cielo […] riuscì a raggiungere la scorta che seguiva alcuni generali. Fabrizio contò quattro cappelli filettati. Passò poco che, da qualche parola d’un ussaro che aveva vicino, capì che tra quei generali c’era il famoso maresciallo Ney. La sua gioia fu al colmo; tuttavia non riusciva a capire quale dei quattro fosse il maresciallo Ney; avrebbe dato qualunque cosa per saperlo».

 

Non si può davvero dubitare che, se ai tempi di Fabrizio fossero esistiti gli smartphone, il Nostro avrebbe senz'altro chiesto un selfie al temperamentoso Maresciallo, dopo averlo identificato. E non la si consideri una provocazione, giacché proprio di questo si discute: di come molti dei nostri comportamenti, solo in apparenza dettati dalle novità del progresso, siano in realtà promossi da meccanismi perpetui, più sofisticati della più raffinata delle macchine. Ci si riferisce agli schemi di base della psiche.

 

Cos'è, infatti, un selfie con un personaggio famoso, se non il tentativo di ancorare la propria identità a quella di un altro individuo, avviato a una maggiore persistenza nella memoria collettiva? A quali esigenze risponde il turismo del macabro, grottescamente descritto da un film recente di Maccio Capatonda - “Omicidio all'italiana” -, se non a quella di entrare nel perimetro di un episodio noto, che può essere interpretato come una storia in tono minore, un prêt-à-porter del memorabile? Qualcuno lo ritiene un malcostume originato dalla tv del dolore, ma si tratta di un'inversione dei rapporti di causa effetto, poiché l'interesse per i delitti - meglio se efferati - precede di qualche lunghezza l'avvento dell'era televisiva, come sanno gli amanti dei vecchi rotocalchi. È vero il contrario: è il piccolo schermo ad aver inseguito gusti diffusi e vizi pregressi. Parliamo di questo quando assistiamo al pellegrinaggio di comuni cittadini, senza acuti in termini di adesione alla crudeltà, verso le sedi delle tragedie, da Brembate ad Avetrana, passando per l'Isola del Giglio.

 

Il discorso, del resto, potrebbe essere esteso ai fenomeni virali della Rete, che illudono gli internauti di “partecipare a qualcosa”; o perfino al successo di “programmi evento” come il Festival di Sanremo e alle manifestazioni culturali di ampia risonanza mediatica: i contenuti, finanche il gradimento, rivestono un ruolo secondario. Ciò che più conta affermare, forti di quel lieve surplus di permanenza che garantiscono i social: «Io c'ero». Ho preso parte, dunque sono. Si torna a Fabrizio e a quell'intreccio tra vicende individuali e fatti eminenti che fonda il romanzo moderno. 

 

Voglia di esserci, di esistere. Di continuare a esistere. Anche se non si percepisce l'orizzonte globale degli eventi, come il giovane Del Dongo, che coglie la battaglia di Waterloo solo per frammenti. Forse, è il nostro destino; che ci porta a essere, o a credere di essere, brandelli di storia.

 

 

 

 

* Praticante giornalista, ha collaborato con le testate Unimondo.org, con il mensile "Minerva" e con il canale all-news Tgcom24.