Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Stati Uniti e Cuba: un evento storico, due discorsi e molte incertezze

Duccio Basosi * - 20.12.2014
Barack Obama e Raul Castro

La riapertura delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba, annunciata in questi giorni, è un avvenimento per il quale l'espressione "evento storico" è sicuramente appropriata. Non soltanto essa chiude uno strappo diplomatico apertosi nel lontano 1961, ma promette di dare un senso diverso a una relazione che, negli anni intercorsi, è stata segnata in maniera costante dai tentativi statunitensi di destabilizzare il governo cubano e da una retorica furiosa di denunce incrociate, relative ora alla natura dei sistemi economici vigenti nei due Paesi, ora alle differenti visioni di quello che nel secolo scorso si chiamava il Terzo Mondo, ora infine ai diversi progetti nutriti da Washington e l'Avana per le relazioni tra i Paesi latinoamericani e tra l'insieme di questi e il potente vicino del nord. Quali possano essere gli sviluppi reali di questa promessa, tuttavia, pare più difficile da intendere, non soltanto per l'ovvia considerazione che il futuro non è ancora scritto, ma anche perché la forma dei passi diplomatici sin qui compiuti presenta una serie di ambiguità.

 

Anzitutto, i due governi non hanno prodotto un comunicato congiunto, bensì due diversi annunci, pronunciati in contemporanea nella forma di discorsi ai rispettivi concittadini, da parte dei due capi di Stato, Barack Obama e Raúl Castro. Non si tratta di una scelta casuale, poiché se da un lato i due discorsi fotografano alcuni risultati raggiunti nel corso di un dialogo sotterraneo durato vari mesi, dall'altro esprimono anche posizioni potenzialmente diverse sugli sviluppi futuri.

 

Il discorso di Raúl Castro appare molto lineare: saluta il ritorno a casa di tre agenti segreti cubani (di un gruppo originario di cinque, incarcerati da anni negli Stati Uniti per aver svolto attività di spionaggio sui gruppi terroristici antirivoluzionari basati in Florida) e dà atto al presidente Barack Obama di aver intrapreso scelte coraggiose "che meritano rispetto e riconoscenza". Ribadisce che la condizione per una normalizzazione reale delle relazioni è la fine del blocco economico praticato dagli Stati Uniti contro Cuba per cinque decenni, riconoscendo che l'abolizione della misura è materia dipendente dal Congresso, ma invitando il governo statunitense a fare almeno quanto possibile nell'ambito del quadro legale attuale. Si conclude ribadendo la pretesa cubana, reiterata più volte in passato, che ogni dialogo si svolga su un piede di parità formale e di mutuo rispetto per la sovranità nazionale.

 

Anche il presidente statunitense ha salutato il ritorno a casa di due agenti incarcerati a Cuba, ma di certo la sorte di questi individui non aveva mai assunto in passato, negli Stati Uniti, un'importanza simbolica anche solo lontanamente paragonabile a quella assunta sull'isola dal ritorno di "los cinco heroes". Obama ha poi annunciato proprio l'intenzione di fare uso dei poteri esecutivi per alleggerire le restrizioni ai commerci e agli investimenti statunitensi nell'isola e di sottoporre alla rifessione "onesta e seria del Congresso l'abolizione dell'embargo". Tutti d'accordo allora? No, perché proprio qui il discorso di Obama si fa più complesso e, in alcuni passaggi, piuttosto tortuoso, tanto da risultare lungo circa il triplo di quello di Castro.

 

Il cambiamento di politica nei confronti di Cuba è una retromarcia rispetto a uno dei punti fermi della politica estera statunitense, anche se il presidente degli Stati Uniti può presentarla in modo relativamente agevole come un adeguamento a una realtà mutata nel corso del tempo. D'altro canto, i sottili equilibri della politica interna statunitense pretendono che tale mossa non suoni come una sfida alla ancora potente lobby degli anticastristi della Florida, che Obama ha blandito con un pubblico encomio per "gli enormi contributi" dati agli Stati Uniti. Ma soprattutto il discorso di Obama è ambiguo in merito a quali siano gli obiettivi ultimi della nuova politica: da un lato l'affermazione "todos somos americanos" e il riferimento al poeta e politico cubano José Martí sembrerebbero andare incontro all'esigenza cubana di rispetto reciproco; dall'altra la rivendicazione che "con una politica fatta di impegno potremo affermare i nostri valori e sostenere il popolo cubano [...] mentre fa il suo ingresso nel XXI secolo" sembra piuttosto porre la questione in termini di mezzi nuovi per raggiungere lo stesso obiettivo di ingerenza nella politica dell'isola, con in più una rispolverata di toni paternalistici che, nella memoria pubblica cubana, sono associati alle occupazioni del 1898-1902, 1906-09 e 1917-22, all'emendamento "Platt" imposto nella prima costituzione del 1901 e, più in generale, a una diffusa pratica di ingerenza culminata nel sostegno alla dittatura di Fulgencio Batista negli anni Cinquanta del secolo scorso. Si tratta di contraddizioni evidenti, espressione specifica di una tensione costante, negli anni della presidenza Obama, tra il riconoscimento della ricchezza delle tradizioni culturali di tutto il mondo e l'esaltazione del tema "eccezionalista", fortemente radicato nella cultura statunitense, secondo il quale gli Stati Uniti sono "in missione per conto di Dio" nella scena politica internazionale.

 

Non vi è dubbio che l'aumento degli scambi implichi nell'immediato una sfida, e persino un rischio, maggiore per il modello socialista cubano che non per la stabilità degli Stati Uniti. Sarà tuttavia difficile che il dialogo avviato in questi giorni si consolidi su basi stabili qualora dovesse prevalere negli Stati Uniti l'illusoria idea che, in nome dei rapporti economici, "i cubani" siano pronti a cancellare cinquant'anni della loro storia.

 

 

 

* Duccio Basosi insegna Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia