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06 giugno 2026
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Stabilità politica: scarsa

Paolo Pombeni - 09.04.2025
Manifestazione 5 stelle

È abbastanza scontato che per un poco la politica italiana sarà catturata, al netto dell’inevitabile shock per la questione dei dazi, dall’interpretazione che va data alle due performance populiste di sabato e domenica scorse: la imponente manifestazione di piazza organizzata da Giuseppe Conte e il congresso show della Lega di Salvini.

Non c’è dubbio che l’adunata di massa organizzata dal leader dei Cinque Stelle sia stata un grande successo mediatico. Se lo sarà anche dal punto di vista politico è tutto da vedere. Lasciamo pur perdere la famosa frase attribuita a Nenni, “piazze piene, urne vuote”, che si riferiva ai grandi successi di mobilitazione di PCI e PSI che però alle elezioni vedevano sempre vincente la DC coi suoi alleati. Il problema è se una mobilitazione di tipo puramente populista che mette insieme un coacervo di sentimenti senza una vera linea politica che li organizzi possa davvero produrre una proposta di governo capace di raccogliere il consenso del Paese.

Al di là di quanto possano essere credibili gli attacchi alla UE, visto che non si vede come i convenuti nella piazza romana siano in grado di prenderne la guida o anche solo di condizionare seriamente quella attuale, gli slogan portanti della manifestazione sono palesemente privi contenuto. Il no al riarmo europeo, anche quello mascherato con l’appello alla creazione di un esercito comune, cosa tecnicamente impossibile almeno per anni, si contrabbanda con la tesi che quei soldi si potrebbero spendere per scuole e ospedali. Peccato che quei soldi non ci siano e che per il complesso progetto di riarmo dovremmo spenderli avendoli a prestito proprio dalla UE su fondi specifici. I prestiti per la sanità avremmo potuti averli già da tempo col MES, peccato che la grande maggioranza dei nostri partiti, Lega in testa, non abbia voluto ratificarlo nonostante le pressioni dei nostri partner.

E che dire della storiella che alla guerra di Ucraina si potrebbe mettere fine con tanti sforzi diplomatici? Sostenerlo ora quando è del tutto evidente che Putin non vuole trattare, ma solo stravincere come si vede benissimo dall’andamento dei negoziati avviati da Trump (e non una parola sulla guerra di distruzione di massa che Putin conduce contro la popolazione ucraina). Si potrebbe continuare nell’elenco delle superficialità e contraddizioni che hanno caratterizzato la piazza raccolta da Conte e stupisce che anche intellettuali e personalità di un certo spessore si siano fatti attirare nel gorgo del populismo che porta facili applausi.

Detto questo, ora il problema è tutto in casa PD. Dovrà decidere per forza di cose se difendere una lunga tradizione di classe politica di governo, e allora dovrà aprire tutto un lavoro per bonificare l’ondata populista, o se cedere ad essa, sapendo però che è illusorio per il partito pensare di guidarla, perché in quella posizione si è saldamente insediato Giuseppe Conte, ben contornato da demagoghi di varia caratura che non sono per nulla disposti a ritrovare neppure un minimo di ragionevolezza. Per ora, a stare alle reazioni prevale nel gruppo dirigente intorno a Schlein la convinzione che da quella “massa popolare” non ci si può staccare e dunque bisogna accettare l’alleanza obbligata con M5S. In nome della nuda aritmetica elettorale, che è quasi sempre una cattiva consigliera.

Un problema simile si prospetta per Giorgia Meloni. Salvini ha messo in scena un congresso da partito leninista postmoderno: centralismo assoluto attorno al Capo e tanto, tanto show. Anche in questo caso slogan populisti molti, progetto politico zero, a meno che non si voglia considerare tale la pretesa di tenersi i posti di potere nelle regioni e quella di far tornare al Viminale proprio Salvini (sottinteso: se sono vice premier voglio il ministero altrettanto di peso di quello di Tajani: lui ha gli Esteri, io esigo gli Interni). La battuta sulla Lega che punta ora ad essere il primo partito della coalizione è solo un po’ di bullismo comiziante per ringalluzzire i militanti.

È difficile non prendere atto a questo punto che la situazione italiana si sta destabilizzando e che ciò avviene in un momento molto delicato. Il Paese è profondamente scosso dalla aggressiva politica dei dazi e le preoccupazioni nelle classi dirigenti sono molte, anche perché il contesto internazionale non lascia presagire spiragli di rasserenamento. In sede europea le tensioni sono palpabili, stretti come si è nella morsa fra la necessità di negoziare pur reagendo nel contempo e la percezione che per farlo bisogna incrementare l’unione fra i 27 membri, cosa tutt’altro che facile, soprattutto in assenza di una leadership che si imponga di suo.

La nostra premier deve muoversi in questo contesto, già molto complicato, avendo alle spalle un nemico subdolo in casa (Salvini) e davanti una opposizione che si arrocca cavalcando le ondate populiste che premono per soluzioni impossibili. Meloni è una leader politicamente abile, ma non al punto da imporsi in una situazione di questo tipo, che richiederebbe l’abbandono di un certo fardello di cultura minoritaria di destra esclusa dal sistema.

Non c’è possibilità per l’Italia di gestire bene questa contingenza, che sta diventando drammatica, se non ricostruendo una qualche forma di solidarietà nazionale allargata, ancorandosi fermamente in Europa (il che non necessariamente implica la rinuncia ad un dialogo -difficile- con Trump e compagnia), gestendo una azione capace di adattarsi all’evoluzione quasi quotidiana dei fenomeni in corso senza farsi intrappolare da giudizi ideologici a priori.