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19 giugno 2024
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Settant’anni da Hiroshima e il disarmo nucleare ancora di là dal venire

Dario Fazzi * - 04.08.2015
Bomba atomica Hiroshima

“Adesso io sono diventato la Morte, il demolitore di mondi.” Così confessava di sentirsi Robert Oppenheimer, il padre delle bombe atomiche e direttore scientifico del progetto Manhattan, nel 1965. Davanti ad una telecamera instabile e in bianco e nero, prendendo in prestito le parole di una sacra scrittura induista, il Bhagavad Gita, e col volto solcato dalle lacrime, lo scienziato dimostrava di avvertire sulla propria persona tutto il peso di quell’enorme responsabilità che aveva investito la sua coscienza e quella di molti altri suoi colleghi. Un centinaio di migliaia di uomini in tutto che, nel gran segreto dei laboratori statunitensi, erano stati impegnati a trovare i modi più rapidi ed efficienti per imbrigliare le forze più nascoste e devastanti della materia. Dei novelli Prometeo che la guerra aveva messo di fronte alla più ardua delle sfide: donare all’umanità un fuoco che essi stessi sapevano essere pressoché incontrollabile e inestinguibile.

 

Il bombardamento di Hiroshima rivelò al mondo intero cosa potesse comportare bruciarsi con quel fuoco. All’istante e nel raggio di oltre un chilometro ogni forma di vita fu letteralmente spazzata via; radiazioni tossiche penetrarono solidi e liquidi, annidandovisi per decenni; venti che soffiavano a oltre mille chilometri orari lacerarono immediatamente carni e tessuti, strappando i corpi da delle ombre destinate a restare impresse su muri e selciati per l’eternità. E infine venne il silenzio ad annunciare l’inizio di una nuova era, a partire dalla quale il tempo, lo spazio e tutte le leggi fisiche e morali che avevano regolato le relazioni umane sino ad allora avrebbero dovuto essere riscritte, rivalutate, adeguate.

 

La logica della costruzione delle armi atomiche si inseriva nel più ampio contesto della seconda guerra mondiale, quando la ricerca scientifica e tecnologica, al pari dello sviluppo industriale, era fortemente condizionata dai fini bellici e dalle possibili applicazioni militari delle nuove scoperte. Per questo motivo Franklin D. Roosevelt, il presidente statunitense che aveva autorizzato e avviato la costruzione delle armi atomiche su pressione della massima autorità scientifica del tempo, Albert Einstein, non aveva avuto alcuna difficoltà nel giustificare l’impresa nucleare alleata. Del resto, le sorti stesse del conflitto apparivano largamente legate alla possibilità – in prospettiva storica mai del tutto in discussione – che gli alleati perfezionassero questi nuovi e potentissimi ordigni ben prima dell’Asse nazifascista.

 

L’effettivo uso della bomba, però, era tutta un’altra questione. Ben prima che gli scienziati riuscissero a far detonare con successo il primo dispositivo atomico a Los Alamos, alcuni tra loro sollevarono delle importanti questioni di ordine morale. Il fisico britannico Joseph Rotblat abbandonò i colleghi per impegnarsi in prima persona nella promozione del disarmo nucleare. Impaurito dalle possibili conseguenze di un bombardamento atomico, Leo Szilard scrisse a Roosevelt per convincerlo a rinunciare all’uso di queste nuove armi contro il Giappone. La first lady di allora, Eleanor Roosevelt, riuscì anche a fissare un appuntamento tra Szilard e il marito per la prima metà di maggio del 1945, ma il presidente morì improvvisamente circa un mese prima. Gli scienziati contrari all’uso dell’atomica continuarono allora a esercitare fortissime pressioni sul successore di Roosevelt, Harry Truman, suggerendogli le più svariate alternative al bombardamento, inclusa quella di invitare dei rappresentanti delle maggiori potenze coinvolte nel conflitto e mostrare loro gli effetti di un’esplosione atomica su un sito desertico.

 

Tuttavia, le logiche di potenza e l’avvio della cosiddetta diplomazia atomica finirono presto col prevalere e il sei agosto di settant’anni fa una singola esplosione fece evaporare la gran parte di Hiroshima. Tanto Truman quanto il suo segretario di guerra Henry Stimson si affrettarono a fornire le ragioni politiche che avevano guidato le loro scelte. Bisognava costringere il Giappone a una resa incondizionata, si disse. Bisognava evitare uno sbarco alleato sul suolo nipponico, un’operazione che avrebbe potuto comportare il sacrificio di decine, forse centinaia, di migliaia di soldati, si affermò. Bisognava anche mandare un messaggio chiaro e preciso agli alleati impegnati nella futura ricostruzione dell’ordine mondiale, primi fra tutti quei sovietici già saldamente stanziati nell’Europa dell’est, si lasciò sottendere.

 

Quei bisogni, pur comprensibili, finirono non soltanto con il precludere la strada a qualsiasi alternativa all’uso diretto dell’arma, ma anche con il cancellare ogni possibilità per una più ponderata riflessione sulle conseguenze, umane, materiali e ambientali, di medio e lungo periodo del bombardamento stesso. Cosa avrebbe realmente comportato lo scoperchiare il vaso di pandora non era del tutto un mistero, ma si preferì ignorarlo. Le ragioni di ordine morale vennero presto bollate come utopistiche, radicali o idealiste. Inoltre, nessuna risposta concreta fu fornita alla questione principale collegata all’esplosione di Hiroshima: come avrebbe potuto la guerra continuare a rappresentare la continuazione della politica con altri mezzi a fronte del raggiungimento di una siffatta e del tutto indiscriminata capacità distruttiva?

 

Nel corso di questi settant’anni il mondo sembrerebbe essersi abituato a convivere con la bomba. Per lungo tempo in molti ne hanno addirittura acclamato gli effetti pacificatori sul sistema internazionale, esaltando quel folle equilibrio che la deterrenza nucleare è parsa garantire tra le potenze. Nessuna risposta concreta è stata però ancora fornita a quell’interrogativo e le possibilità teoriche che un’escalation possa trasformarsi in uno scambio nucleare sono ancora presenti e del tutto immutate. La definitiva messa al bando e lo smantellamento degli arsenali atomici richiederebbe infatti un coraggio che le élite politiche globali hanno mostrato, sino ad ora, di non avere. A settant’anni da quegli eventi l’occasione è forse propizia per trovare quel coraggio scrutando gli sguardi vividi di quei pochi fortunatissimi sopravvissuti ai venti infuocati di Hiroshima, prima che il tempo li consegni inesorabilmente alla storia.

 

 

 

 

* Roosevelt Study Centre - Olanda