Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Semu tutti devoti tutti…cittadini!

Arianna Rotondo * - 31.01.2015
Festa di Sant'Agata

A Catania, il 3 febbraio, con l’offerta delle candele, ogni anno iniziano i festeggiamenti in onore della Santa patrona, Agata, per concludersi all’alba del 6 febbraio. Il tempo sospeso della festa per la Santuzza, la martire adolescente, è scandito da una lunga ed estenuante processione che vede impegnati migliaia di devoti, avvolti nel loro sacco bianco. Il pesante fercolo, con il busto reliquiario che ritrae Agata giovane e sorridente, centro ideologico e condensato simbolico del rito, viene trascinato a forza di braccia in un primo lungo giro (4 febbraio) esterno alla città, una sorta di accerchiamento apotropaico, a cui fa seguito un secondo (5 febbraio) giro interno, lungo le principali arterie di Catania, per poi rientrare alle prime luci dell’alba nella sua dimora sotterranea, in Cattedrale. Nell’ultima tranche del suo percorso cittadino, la Santuzza è trascinata di corsa lungo la ripida salita della via di San Giuliano, in una prova di forza dal valore contrattuale. Il rapporto diretto, personale con la Santa è regolato dalla societas dei suoi devoti, gerarchicamente organizzata, che si garantisce annualmente un protagonismo assoluto, possibile solo fuori del tempo ordinario.

 

Svolgono un ruolo di primo piano anche le autorità politiche ed ecclesiastiche, che in questa sorta di teatro cittadino rappresentano se stesse, il loro ruolo e le loro funzioni. Per il fatto di soddisfare esigenze di consenso e affermare un’appartenenza, la processione è stata da sempre un rituale sfruttato come spazio di esibizione e di contrattazione di poteri. Di fronte al disprezzo protestante verso tali manifestazioni esteriori del culto, la Chiesa cattolica ha invece ammesso e spesso incoraggiato le processioni; in molti casi usandole.

Il rito processionale legato ad Agata, col suo disseminare il ‘sacro’ nello spazio urbano, disegna uno scenario in cui il popolo dei cittadini, coeso nell’esercizio della sua devozione, diventa l’ago della bilancia di scelte politiche e religiose. Le prime, volte al mantenimento di una consuetudine antica garante di consenso, si sono riservate qualche sporadico intervento solo in ordine alla pubblica sicurezza. Le seconde hanno sempre inteso ribadire un primato spirituale,  contro una devozione popolare  tendente alla superstizione. È anche vero che nella storia del culto agatino la Chiesa catanese, chiamata costantemente a confrontarsi con questo mito popolare, ha ceduto, soprattutto nell’emergenza di eventi calamitosi, ad un’aperta legittimazione delle ragioni devozionali: le numerose esposizioni del velo di Agata per scongiurare le terribili eruzioni dell’Etna, poi miracolosamente arrestate, rappresentano il caso più noto.

 

Il potere attrattivo delle reliquie, a Catania come altrove, ha fatto del corpo santo di Agata un prezioso strumento di potere. Nella storia del processionare cittadino di questo eidolon della Catania devota ed eikon della Catania cristiana, le autorità politiche e religiose hanno ribadito il loro ruolo, determinando liturgie e comportamenti. D’altra parte contro problematiche sociali disgreganti, l’intuizione di trasformare i miti spontanei e la cultura popolare in rituali religiosi si è rivelata vincente a Catania, fin dall’epoca normanna. Tuttavia, nonostante la legittimazione del ruolo della Chiesa nella gestione del sacro e il suo operato in accordo con le istituzioni politiche,  questo non ha impedito che la storia della festa agatina conoscesse anche momenti di frizione fra direttive ecclesiastiche ed esigenze devozionali. Ancora oggi il devoto percepisce con fastidio l’imposizione di una disciplina “spirituale” alla forma del rito che lo vede protagonista e di una moralizzazione del suo contenuto, respingendola come un’interferenza inaccettabile rispetto ad una liturgia del sacro, a cui egli riconosce la sola funzione di custodire, definire e benedire la comunità dei cittadini, tutta. Molto dure, al limite della rivolta popolare, sono state le reazioni dei devoti di fronte alle limitazioni imposte al protocollo tradizionale della festa, in occasione di eventi gravi ed eccezionali: ad esempio, nel 1991 per l’annullamento, voluto dall’arcivescovo Bommarito, dei tradizionali festeggiamenti agatini, consentendo solo le funzioni propriamente religiose, come segno di cordoglio per il drammatico scoppio della guerra in Iraq. Lo stesso provvedimento, non senza forti dissensi, fu preso nel 2007 come segno di lutto per la morte allo stadio di Catania, durante gli scontri con le tifoserie, dell’ispettore capo di polizia Giuseppe Raciti. Nella societas dei devoti, con la sua storia fuori dalla storia, i santi come Agata appaiono gli unici leaders super partes, gli unici riconosciuti, che fanno politica: anzi, come ebbe a dire un noto giornalista, sono la politica: in parecchie zone d’Italia, la sola ‘cosa pubblica’ rispettata sono proprio loro.

 

 

 

 

* Ricercatrice di storia del cristianesimo dell'Università di Catania.

  Foto di Ilenia Carmen Bulla