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15 giugno 2019
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La Grecia mette l’euro di fronte ad un bivio

Gianpaolo Rossini - 31.01.2015
Alexīs Tsipras e la moneta Euro

Il ribaltone greco con la vittoria di Tsipras e il nuovo governo che intende rinegoziare il debito pubblico pongono l’euro e l’Europa di fronte ad un bivio storico che costituirà una sorta di spartiacque tra due grandi fasi dell’integrazione continentale. Una prima fase fatta di grandi progetti istituzionali che hanno portato ad una aggregazione di entità distinte sempre più vicine ma senza sostanziali vincoli di cooperazione e solidarietà. E una seconda fase, che potrebbe vedere o l’ introduzione di principi di maggiore condivisione ed omogeneità istituzionale oppure un repentino regresso ad un’Europa delle nazioni divisa in forme per ora imprevedibili ma certamente politicamente orientate a ridurre il processo di integrazione intrapreso negli ultimi 60 anni. La posta in gioco è molto alta. I timori dei mercati si sono già materializzati rendendo ormai insostenibile il debito pubblico greco grazie ad una salita degli spread che ha portato i tassi d’interesse a livelli impossibili.  I commenti e l’attenzione da parte del mondo anglosassone sembrano dirci che in queste settimane seguite al voto greco si gioca il destino dell’euro.  E probabilmente hanno ragione. E’ l’Europa pronta a raccogliere la sfida che viene dai mercati e dal voto greco per andare avanti o si avviterà su perniciose polemiche nazionali che la riporteranno  indietro a decenni apparentemente morti e sepolti? Per rispondere occorre tornare al 2010 anno in cui è nata la crisi della Grecia e dei debiti sovrani in Europa. Occorre capire perché ci siamo cacciati in questo tunnel quando nel 2008 e 2009 quasi tutti i leader europei sorridevano beffardi della crisi americana del settembre 2008. La ritenevano un problema  nato e destinato ad essere risolto oltreoceano e frutto di errori e truffe nei mercati finanziari yankee. Tant’è che tutti i paesi d’Europa furono spinti, sotto la leadership teutonica,  ad espandere la spesa pubblica per sostenere la domanda globale. Nessuna differenziazione è introdotta tra i sani e quelli con conti pubblici in rosso e conti con l’estero ancor peggiori.  Tra il 2008 e il 2009 si aggiungono poi errori madornali della politica monetaria della BCE retta dall’inetto francese Trichet che adotta una politica monetaria restrittiva alzando i tassi proprio quando l’onda dello tsunami americano sta per toccare l’Europa. Tutto questo ci porta ad un 2010 in cui, con un euro schizzato a quasi 1.6 dollari, la Grecia va in fibrillazione ed entra in crisi di liquidità a causa del forte deficit con l’estero che gli stranieri non vogliono più finanziare. Ne deriva un’impennata drammatica dei tassi d’interesse che mette in ginocchio i conti pubblici già problematici. E’ a questo punto che si consuma un mutamento fondamentale nella storia dell’euro e che cambia le carte in tavola. Tutti i paesi si trovano con una moneta che è altra cosa rispetto a quella che pensavano di avere adottato con i vari trattati europei di Maastricht, Amsterdam e così via. Diversa perché?  Perché la BCE non gioca, come dovrebbe ogni banca centrale in condizioni di emergenza,  il ruolo di prestatore di ultima istanza. Non solo. La BCE neppure si preoccupa di avere una unica politica monetaria ovvero un unico tasso d’interesse dalla Finlandia a Cipro come il suo statuto recita. Così la BCE viene meno al ruolo fondamentale di una banca centrale che è quello di avere un’unica politica monetaria in tutto il territorio che adotta la sua moneta e di essere prestatore di ultima istanza in condizioni di emergenza. La conseguenza di questo è gravissima e segna la storia degli anni a venire. Ed è che l’euro per tutti i paesi è analogo ad una moneta straniera al di fuori di ogni controllo,  con la tragica aggravante che nessun paese dispone di una sua moneta da svalutare contro l’euro.  Qui si consuma un altro misfatto, ovvero la BCE in difetto di controparti democratiche (il parlamento europeo che è però ininfluente) diviene progressivamente un organismo sganciato, pur nella sua indipendenza, da un sano legame con organismi elettivi. Gli enormi spread sono proprio il risultato del fatto che, non solo per la Grecia,  ma per tutti i paesi euro l’euro è moneta straniera, ovvero moneta di nessuno o forse solo di alcuni paesi che le impediscono di essere moneta di tutti. Insomma l’euro si è trasformato in una moneta senza nazione nei confronti di paesi privi di una moneta loro. Un vero rebus in cui ci siamo cacciati per le scelte insensate di una architettura sballata dell’unione monetaria e delle politiche erronee della BCE negli anni.  Le vie d’uscita da questa drammatica impasse con paesi che non hanno inteso le loro responsabilità internazionali sono ora poche, ma ci sono. O la Grecia viene salvata molto presto dalla BCE e dal resto d’Europa ad un costo non piccolo oppure l’euro salta come un tappo di spumante. I paesi ricchi, soprattutto quelli con enormi surplus dei conti con l’estero perché risparmiano troppo, più volte rimproverati per questo dal FMI, devono assumersi responsabilità internazionali. Non si sono voluti gli eurobonds avallati da Prodi, Tremonti, Juncker e altri. E nell’ultima manovra della BCE si è perfino escluso  l’acquisto dei titoli del malato più grave. Occorre ritornare su questi passi e in fretta. Perché con arroganza e miopia non si risolve alcun problema. Occorrono decisioni tempestive e coraggiose. Altrimenti se la moneta unica è sempre più straniera non riuscirà più ad avere il sostegno popolare che in un Europa democratica è imprescindibile.