Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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Se l'autonomia produce disuguaglianze

Francesco Provinciali * - 06.03.2019
Autonomia regionale

Forse ha ragione chi sostiene che – tra tutti i temi sul tappeto della politica del cambiamento – quello delle autonomie risulta essere tra i più gettonati e spinosi.

Sono le stesse forze che spingono verso la difesa dei confini nazionali, il sovranismo e le autarchie degli Stati e il populismo della tutela degli interessi generali, lottando per smantellare privilegi antichi e moderni in nome di un egualitarismo sociale che tolga ai ricchi per dare ai poveri,  che nello stesso tempo si danno un gran daffare per concedere ad alcune regioni un regime di autonomia istituzionale, legislativa ed amministrativa che crei circuiti interni del “dare” e dell’”avere” ed ipotizzi in fatto e in diritto una sorta di tassonomia gerarchica che le differenzi tra loro e dal resto dell’Italia.

Il tema dell’autonomia è legato alle alterne vicende del nostro Paese, nel suo scomporsi e ricomporsi, poiché nei flussi della Storia ora si va nella direzione dell’unità nazionale ora in quello opposto della tutela e della rivendicazione dei particolarismi locali.

Al divario nord-sud e al cronico problema del sottosviluppo del Mezzogiorno sono state dedicate leggi e norme mirate, ministeri ad hoc, pagine di letteratura, di cinema e di costume.

Una deriva che ha radici lontane ed ha in larga parte scritto la storia del’800 e del Risorgimento.

Ma anche una materia fatta propria dal regime e costantemente dibattuta nel lungo dopoguerra nell’Italia della rinascita e del boom economico, quando le migrazioni erano un fenomeno sociale interno unidirezionale sud-nord o di espatrio verso nuovi destini.

Così delle Regioni – prima come entità geografica e poi come istituzione politica – si interessano almeno cinque articoli della Costituzione, mentre si sono contate due leggi ordinarie e sette leggi costituzionali che spaziano dalla materia dell’autonomia legislativa, a quella a Statuto speciale, al trasferimento di competenze fino alla devoluzione nell’ottica del federalismo, creando peraltro non poche controversie nell’ambito della cosiddetta “potestà legislativa concorrente”.

A chi osservi questa lunga querelle dal punto di vista storico, comparandola con la più ampia evoluzione della società italiana (senza considerare la sotto-materia della devoluzione dalla Regioni agli Enti locali di attribuzioni e competenze sempre più settoriali e specifiche ma anche concorrenziali a partire in particolare dal DPR 616/1977) , con gli assetti istituzionali e funzionali di settori fondamentali della vita civile – si pensi alla salute, all’ambiente e alla scuola - e delle norme che regolano i diritti e i doveri dei cittadini, questo percorso centro-periferia presenta luci ed ombre e suscita un dibattito acceso e pertinente se si considera l’effetto moltiplicatore in termini di burocrazia , competenze e sovrapposizioni di ruoli che questa deriva ha generato.

Sociologicamente parlando una sorta di autogenesi degli uffici e di bisogni-servizi nuovi, secondo la famosa teoria della cd. “legge di Parkinson”.

Torna dunque prepotentemente alla ribalta il tema del federalismo regionale per effetto delle richieste avanzate attraverso delibere di Giunta dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

Ma c’è già chi si organizza per fare altrettanto, a cominciare dalla Campania mentre è facile prevedere che ci sarà un seguito di ulteriori richieste.

Mentre ci prepariamo alle elezioni del nuovo parlamento europeo in una situazione di grande confusione e apprensione, considerate alcune situazioni in atto dagli esiti imprevedibili (vicenda Brexit, cambio ai vertici della BCE, separatismo e blocco dei Paesi di Visegrad, influenze della Russia di Putin, flussi migratori dall’Africa e dall’America Latina, turbolenze economiche, recessione economica, rimescolamento delle alleanze elettorali, emergenza dei sovranismi e dei populismi solo per citarne alcune), osservando le cose dal nostro punto di vista queste avances di ulteriore autonomia da parte di alcune Regione potrebbero creare scompensi politici e sociali.

Sembra che la lettura dei Rapporti annuali Censis e Istat che ci parlano di una società egoista e rancorosa a motivo di squilibri sociali esistenti, sia un optional nelle sedi dove si partorisce la progettualità politica.

Difficile tenere insieme unità nazionale e spinte all’autonomia istituzionale decentrata.

L’analisi delle evidenze dovrebbe suggerire una rivalutazione degli aspetti etici e ideali che sottendono la natura conflittuale delle problematiche sociali, l’esistenza di diseguaglianze palesi, la stratificazione per censo, le povertà emergenti, la lenta scomparsa del ceto medio, i flussi migratori che allontanano dall’Italia pensionati delusi e giovani senza speranze (con un costo sociale stimato all’1% del PIL nazionale considerando il solo esodo verso il Regno Unito. Fonte “Talented Italians in the Uk”).

Il reddito di cittadinanza – pur nutrendo velleità di compensazione sociale e di riduzione delle fasce di povertà relativa e assoluta – non sembra avere oggettivamente le possibilità di riuscita che gli vengono attribuite. È il lavoro non l’welfare che stempera le discrepanze reddituali, i gap sociali esistenti.

Immaginare di privilegiare l’autonomia delle regioni più ricche non può che produrre ulteriori scompensi e disparità, oltre a generare un processo di sfaldamento dello Stato unitario nazionale e di valenza decompositiva sul piano dell’uguaglianza delle opportunità: in tema di salute pubblica e gestione delle strutture sanitarie, di scuola e formazione, di mercato del lavoro, di tutela ambientale e paesaggistica, di welfare. Mentre faticosamente si tenta di tenere insieme ciò che resta dell’Europa si assecondano spinte alle differenziazioni infra-nazionali: ciò porterà inevitabilmente ad avere regioni ricche e regioni povere, regioni trainanti ed altre a rimorchio. Per le prime diventa inevitabile attingere agli assetti istituzionali e organizzativi delle regioni a statuto speciale, con possibili distonie funzionali e derive di forte differenziazione rispetto a normative e consuetudini in atto a livello statale-nazionale.

È di questi giorni la notizia che la Provincia Autonoma di Bolzano – in forte carenza di personale medico di base e ospedaliero- intende procedere all’assunzione di medici neo-laureati da inserire nelle strutture sanitarie per lo svolgimento di compiti per i quali è richiesto il titolo di specializzazione post-laurea.

Con delibera 103 del 19/02/2019 è stato intanto emanato un bando per il reclutamento di 10 medici senza specializzazione da inserire in reparti di medicina generale, chirurgia e ortopedia.

La ASL si assumerebbe l’incarico della formazione in servizio che altrove, nel resto d’Italia viene gestita dalle Università con corsi di studi pluriennali, rilascio di titolo di specializzazione e punteggio finale.

Quello che in Italia non potrebbe accadere, in Alto Adige verrà autorizzato ope-legis.

Ciò impone una valutazione tra lo stato di necessità per carenza di personale medico specializzato e l’opportunità di affidare a medici generici sprovvisti del titolo post-laurea lo svolgimento di mansioni professionali che in Italia sono ammesse solo nell’ultimo anno del corso di specializzazione.

È solo un esempio ma potrebbe essere l’inizio di una deregulation normativa a livello regionale in una materia in cui il principio di autonomia si scontra con parametri nazionali di espletamento di un servizio essenziale come quello sanitario, dove attitudine, competenza, esperienza, responsabilità sono requisiti professionali a cui l’utenza presta attenzione, considerata la delicatezza della materia.

Se le spinte alla devoluzione e al federalismo prenderanno la strada della discrezionalità e della differenziazione verrà messa in discussione l’unitarietà dello Stato e – al suo interno – il principio dell’uguaglianza dei cittadini sancito dall’art.3 della Costituzione.

 

 

 

 

* Già ispettore del MIUR