Ultimo Aggiornamento:
22 maggio 2019
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Primarie PD: Adesso verrà il bello

Paolo Pombeni - 06.03.2019
Nicola Zingaretti

È comprensibile che si parli di riscossa dell’elettorato PD: intanto perché dopo aver temuto che non si sarebbe arrivati al milione di votanti, si è raggiunto il traguardo di circa 1,6 milioni; in secondo luogo perché il vincitore, per quanto pronosticato, ha raccolto circa il 66% dei consensi, mostrando che nel “popolo dei gazebo” c’è una notevole compattezza nelle scelte (lasciando del tutto a margine i suoi competitori, espressione ciascuno di lobby interne al partito).

Non per sminuire il significato di questi dati, ma per il realismo che fa bene alle analisi politiche quando non hanno parti al cui servizio schierarsi, vale però la pena di guardare un po’ più a fondo in quanto è avvenuto nelle cosiddette primarie dello scorso 3 marzo.

Il primo realistico dato è che la riscossa non si sa quanto sia in grado di rilanciare lo spazio politico del PD. I numeri hanno una loro logica. Alle elezioni nazionali del 4 marzo 2018 il partito raccolse 6.134.727 voti il che corrispondeva al 18,7% dei consensi. Quelli che sono andati ai gazebo rappresentano intorno ad un quarto del risultato alle politiche e dunque è prematuro sostenere che quel 1,6 milioni di elettori sia sufficiente a far uscire il PD dalla sua condizione di difficoltà. Sostenere che adesso si sono ritrovati voti di elettori che erano andati verso M5S o verso l’estrema sinistra è al momento dar corpo ad una ipotesi che non si sa come verificare: per quanto siano dati in erosione, i Cinque Stelle sono pur sempre reduci da un successo alle elezioni nazionali che aveva portato loro oltre 10,5 milioni di voti, e l’estrema sinistra aveva raccolto all’incirca 1,3 milioni di voti. Quanto si riuscirà alle prossime europee ad erodere quei campi, sembrandoci improbabile che si possano raccogliere molti voti sulla destra e sul centro destra, è tutto da vedere.

Resta il fatto che si è vista l’esistenza di una consistente base di consensi ancora disposta a mobilitarsi nonostante la si fosse data per dispersa e demotivata. Non è un dato banale, né va sottovalutato, ma si iscrive a nostro giudizio in un clima di radicalizzazione della lotta politica che si va diffondendo nel paese. Coloro che si fanno coinvolgere dalle tensioni che attraversano il presente si sentono spinti a non ritirarsi dal campo di battaglia: lo si è visto anche nella imponente manifestazione antirazzista di Milano per quel che riguarda l’area di sinistra, ma lo testimoniano anche gli irrigidimenti dei Cinque Stelle e quelli della Lega.

L’incognita a questo punto è però cosa succederà dell’ampio fronte di coloro che invece non si fanno attrarre da questo scontro di fazioni. Si rifugeranno nell’astensione? Andranno ad ingrossare i mille rivoli delle frammentazioni in partitini e movimenti legati ad ambienti ristretti come si è visto nelle elezioni regionali? Riuscirà Berlusconi ad attirare a sé una buona quota di questi elettori “moderati” come va predicando? Può anche darsi che ci sia qualche spazio per ciascuna di queste opzioni, ma ciò significherà che la vera partita si giocherà fra un numero ristretto di partiti-chiave e si deciderà nella misura in cui ciascuno di essi riuscirà a chiudere i suoi fan in un blocco recintato.

Poi per governare sarà tutto un problema di creare “coalizioni”, anche se non sarà semplice spingere alla ragionevolezza degli accordi fra diversi delle componenti che hanno raccolto il consenso spingendo sull’acceleratore della “identità” (per non dire su quello dei preconcetti e del fanatismo). Dopo la fine della prima repubblica, tutte le coalizioni succedutesi sono finite piuttosto male.

Per quel che riguarda il PD ci sarà però un passaggio precedente da affrontare. Zingaretti è stato incoronato segretario davvero a furor di popolo, ma poi dovrà misurarsi con gli organismi di un partito ancora saldamente in mano ad una classe di politici di professione divisi fra loro in correnti per non dire chiaramente in fazioni. Renzi, che aveva avuto una incoronazione altrettanto plebiscitaria, provò a buttare tutto all’aria e finì per restare sepolto sotto le macerie dell’edificio che aveva fatto saltare in aria. E’ vero che aveva commesso l’imperdonabile errore di voler semplicemente sostituire le fazioni degli altri con la sua fazione unica (al massimo offrendo in essa qualche strapuntino per i pentiti che non mancano mai), ma resta il fatto che al momento di mettere mano alla riorganizzazione del partito non ne aveva avuto la forza.

Zingaretti lascia che si dica che lui farà diversamente e che lungi dal favorire una sua corrente aprirà il partito all’esterno. Anche qui però è da vedere cosa intenda. Se è vero quel che i suoi sostenitori fanno trapelare sui media si tratta del solito vecchio giochetto: pescare un po’ di personaggi dalla società dello spettacolo politico (i soliti talk show) e usarli come ciliegine da mettere sulla sua torta. Di una ricerca di mobilitazione di forze profonde della società, nelle sue diverse competenze, al momento non si ha notizia. Ci auguriamo che si tratti solo di attendere che Zingaretti prenda possesso del suo ruolo, ma al momento viene voglia di invitarlo a guardarsi un po’ dal gioco perverso di ambienti dei media che lo sostengono, ma per indirizzarne le scelte verso chi è stato da loro ritenuto omogeneo ai propri disegni.