Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Se avesse ragione Trump sugli investimenti pubblici?

Gianpaolo Rossini - 21.02.2018
Premio Nobel Krugman

Trump spinge sugli investimenti destinandovi 200 miliardi federali. Sul NYT del 12 febbraio il premio Nobel Krugman banalizza in quanto sarebbe solo una compensazione a tagli ai ministeri di Trasporti ed Energia. Nella seconda parte dell’articolo Krugman è però meno pessimista. La spesa federale potrebbe trascinare quella pubblica locale e quella privata. Con effetti moltiplicativi da 1000 a 1500 miliardi di investimenti totali pubblici e privati. La necessità di nuove infrastrutture di trasporto, distribuzione e produzione di energia  è avvertita da larga parte degli americani e spinge il consenso al presidente. In questa manovra molti economisti intravvedono però una espansione del deficit pubblico Usa, già sotto stress per la riforma fiscale che taglia l’imposta sugli utili d’impresa. Se usiamo l’odiosa bilancia di Maastricht il quadro è ancora più fosco. Il vero debito pubblico Usa è quello federale più quello delle amministrazioni locali. Mentre il riferimento è sempre a quello federale. Il reale debito pubblico supera in percentuale quello del bel Paese attestandosi a circa il 134% sul Pil. Ma al funambolico Donald non sembra fregare molto dei conti pubblici facendo infuriare oppositori ed economisti, al solito con musi lunghi. La reazione delle imprese, vicine a Trump, è positiva. La mossa di Donald  dà una ulteriore spinta all’economia Usa e piace nelle aree periferiche e nei ceti medio bassi che usano di più le infrastrutture pubbliche. I mercati finanziari, in sintonia più con i democratici, non sorridono, complici i timori, giustificati o meno,  di un aumento del deficit pubblico. Gli ultimi dieci anni ci hanno insegnato che nei mercati finanziari contano numeri e persone in proporzioni variabili. Certo ora molti operatori virano verso tassi d’interesse un po’ più alti. Temono il riaccendersi di un’inflazione attesa da troppi anni. Paventano nuovi, non facili da immaginare, rischi nei conti pubblici americani. A dire il vero, se l’economia Usa, vicina alla piena occupazione, spinge i salari risuscitando un pò d’inflazione, ne godiamo tutti dal Polo Sud al Polo Nord. Purtroppo la disoccupazione ufficiale Usa è bassa, ma se usiamo il metro europeo risulta più alta. Negli Usa c’è ancora tanta gente, spesso poco qualificata, che vorrebbe lavorare, e che proprio nei lavori pubblici troverebbe un po’ di sfogo. E quindi di inflazione dalle misure di Trump ne verrà poca. Ma quella poca sarà benedetta visto che dal 2008 banchieri centrali ed economisti pregano per un po’ d’inflazione per uscire dal cono d’ombra della deflazione. E allora le critiche alla manovra di Trump si rivelano un po’ deboli. Dalle nostre parti dovremmo guardare all’Europa da anni senza coraggio in attesa che qualcun altro nel mondo soffi un po’ sui prezzi. Qui gli investimenti di Donald dovrebbero essere imitati per eccesso. In primis in Germania visto che Berlino è ad un soffio dal livello “magico” di debito pubblico pari al 60% del Pil. Il giorno che i tedeschi toccheranno quel traguardo saranno felici. Faranno un po’ di selfie e berranno una birra in più. Ma il giorno dopo non sapranno di che farsene di quel trofeo inutile. L’Europa ha bisogno di ben altro e di scrollarsi di dosso alcuni falsi totem di Maastricht. Un primo passo è possibile. Richiede semplicemente una correzione definitoria del debito pubblico. Maastricht impone come indicatore il debito pubblico lordo. Una forzatura nata quasi tre decenni fa che ha poco senso finanziario. Al posto del debito lordo dobbiamo introdurre quello netto che otteniamo sottraendo al debito lordo le attività finanziarie possedute dallo stato. Così come si fa nelle imprese dove ciò che conta è il debito netto, non quello lordo. Perché per uno stato non si applica la stessa regola? Con la definizione netta il debito pubblico (il dato è pubblicato dall’OCDE) in Italia nel 2017  è pari al  113% del Pil, in Germania 43% (lordo 64%), in Usa 82% (lordo federale 108%), in Giappone 120% (lordo 239%), in Francia 90% (lordo 97%). Come si vede, la differenza è notevole. In Europa usando il netto potremmo spingere su investimenti pubblici. Non saremmo obbligati a fare privatizzazioni di facciata o dannose come quella della telefonia fissa che ha trasformato l’Italia da paese all’avanguardia in Europa a fanalino di coda, danneggiando consumatori e imprese private in precedenza serviti da un operatore pubblico prodigo e che investiva moltissimo nella rete. Con una politica di espansione degli investimenti pubblici tipo Trump avremmo tutto da guadagnare. Alcuni paesi Pierini nella disciplina dei conti pubblici lo possono (e lo devono) già fare ora con larghezza. Ad altri come l’Italia la definizione di debito pubblico netto libererebbe risorse per non rinviabili investimenti pubblici in infrastrutture, scuole e altro. In Europa abbiamo bisogno di coraggio e di cambiare  strette regole scolastiche. Correndo forse qualche rischio, necessario per dare realmente una sferzata di ottimismo ai giovani, maggiori beneficiari di investimenti infrastrutturali. Qualcuno obietterà che non con le regole europee ma con i mercati dobbiamo fare i conti. La risposta è a Tokyo. Che non è oggetto di attacchi speculativi alla sua moneta e al suo debito pubblico proprio perché gli operatori finanziari non si spaventano del debito pubblico lordo ma guardano a quello netto.