Ultimo Aggiornamento:
16 gennaio 2021
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Ritorno alla prima repubblica (seconda fase)?

Paolo Pombeni - 16.12.2020
Instabilità politica

A guardare quel che sta avvenendo nella politica di casa nostra si assiste ad un netto ritorno alla seconda ed ultima fase della prima repubblica, sia pure con differenze che non sono da sottovalutare. Non si tratta certo, come scrivono taluni, della riscoperta della “verifica” come strumento per sistemare le divergenze politiche interne ad una coalizione.

Quello è un fenomeno che è continuato anche durante la seconda, tanto nei governi di centrodestra (tensioni fra Berlusconi, Bossi e Fini) quanto nei governi di centrosinistra (le cui coalizioni sono sempre state piuttosto litigiose). La novità attuale è la presenza di una coalizione con una strutturale competizione interna per la leadership. Nello schema simil-bipolare della seconda repubblica quel tipo di competizione era quasi inesistente. Nel centrodestra il predominio assoluto di Berlusconi e del suo partito continuò sin quasi alla fine. Quando dall’interno lo si metteva in crisi era evidente che non di nuovi equilibri nella coalizione si stava parlando, ma di una svolta che, se non ricomposta, avrebbe portato al potere la coalizione avversaria.

Nel centrosinistra le cose erano più o meno simili, anche se ci poteva essere più spazio per l’illusione che si potesse semplicemente cambiare premier come avvenne nel passaggio da Prodi a D’Alema nel 1998, ma si trattava pur sempre di un sistema che faceva perno su uno stesso partito, il PDS, che poteva decidere di cambiare inquilino di palazzo Chigi senza che per questo la sua centralità venisse erosa.

Oggi le cose stanno tornando alla seconda fase della prima repubblica, quella iniziata nel 1979 quando la DC perse il suo ruolo centrale e la presidenza del Consiglio divenne contendibile. Non fu più questione di chi avesse raccolto il maggior numero di voti alle elezioni o avesse il maggior numero di seggi in parlamento, ma di chi potesse cercare di legittimarsi come la guida del paese fuori dalle sacche in cui era finito per il terrorismo e per l’inflazione. Fu questo ad aprire una lunga fase di progressiva erosione della stabilità politica che portò poi al crollo del sistema negli anni Novanta del secolo scorso.

Con non poche differenze, qualcosa di simile sta accadendo ora. Con le elezioni del 2018 e con quanto è accaduto dopo è divenuto evidente che il sistema politico non ha più una sua stabilità. I partiti che oscillano fra più del 20% e il 15% sono diventati progressivamente quattro: la Lega, il PD, FdI e M5S. Intorno una frammentazione di partiti, il maggiore dei quali è FI con una stima dal 6 al 8% dei voti e vari altri che oscillano fra poco più del 3% e il 2% o meno. Questo rende possibili solo governi di coalizione composti da partiti che però sono di fatto o in competizione interna fra loro come i quattro maggiori, o alla ricerca di sfruttare il loro peso di addendi che fanno la differenza come sono gli altri.

Questo panorama per di più ha portato a palazzo Chigi un nuovo “papa straniero”, cioè una figura esterna ai partiti coalizzati perché era impossibile che si raggiungesse un accordo per dare la preminenza ad uno di essi. Ovviamente però il papa straniero ha cercato di allargare il suo spazio, anche perché gli sarebbe stato impossibile fare semplicemente l’amministratore del condominio vista la competizione interna con cui aveva a che fare. Ecco da dove nasce quella instabilità cronica che mina l’attuale situazione politica e che non si risolverà sino a che non emergerà una forza che abbia una legittimazione elettorale ed internazionale (occorrono entrambe le cose) sufficiente ad imporsi come regolatrice della prossima fase che l’Italia dovrà affrontare.

Il passaggio diventa importante perché la pandemia ha messo a nudo tutte le fragilità del paese, ne ha minato la coesione sociale e le reti di solidarietà interne ed ha fatto emergere la necessità di promuovere le condizioni perché si formi una reale leadership politica. Non è l’obiettivo che piace ai partiti attuali, né a quelli di governo, né a quelli di opposizione, per la semplice ragione che è incerto quale sarebbe l’equilibrio che si può affermare, ma soprattutto è oscuro se si tratterebbe di un equilibrio in grado di tenere dentro tutte le componenti di un quadro sempre più variegato e sempre più difficile da essere portato ad una qualche forma di coesione.

In questa situazione per paradossale che possa sembrare si cerca di cavarsela mettendo insieme due esigenze fra loro confliggenti: da un lato l’immobilismo di una situazione in cui le debolezze di tutti garantiscono che nessuno possa spiccare il volo; dall’altro l’urgenza di non perdere l’occasione di sfruttare le enormi risorse che la UE metterà a disposizione per la rinascita dopo la pandemia e che richiede una forte leadership.  In un quadro del genere, fra il resto complicato anche dalla scadenza prossima di dover provvedere all’elezione del successore di Mattarella (il che significa toccare un ruolo cardine per il mantenimento degli equilibri), il rischio che si ripeta la guerra di tutti contro tutti che portò all’implosione del prima repubblica è molto grande.

Allora si cercò nella magistratura il deus ex machina che mettesse a posto le cose e sappiamo come è andata a finire. Non è individuabile chi ora potrebbe assumere quel ruolo da detonatore, ma come la natura alla lunga non tollera disequilibri, così è per la politica. Sarebbe meglio lavorare per rimettere noi in piedi una situazione prima che essa si vendichi cercando da sé stessa di creare il vuoto che dovrebbe preludere ad una rinascita.