Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Ritorno al futuro: Trump in Medio Oriente

Trump in Medio Oriente

Il viaggio del Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, in Arabia Saudita e in Israele ha avuto rilevanza nei limiti in cui segna il tentativo di riportare Washington al centro della politica medio orientale: al centro di una regione che sta attraversando le difficoltà legate alla lotta tra quelle forze che desiderano rendere la regione più autonoma dagli interventi politici esteri e guidarla tanto in nome dei diversi nazionalismi quando della cosiddetta “civiltà islamica”, e quelle forze ritengono essenziale il sostegno estero (leggi statunitense od europeo) sia per controbilanciare le supposte mire egemoniche altrui sia garantire le capacità di governo sulla propria popolazione.

 

Fin qui nulla di nuovo, nel senso che fin dalla costruzione del Medio Oriente post-Prima e Seconda Guerra Mondiale i gruppi dirigenti dei Paesi arabi si sono divisi e scontrati sul legame tra indipendenza, sovranità, integrazione regionale e relazioni con le ex-potenze coloniali o le superpotenze della Guerra Fredda. Il passaggio dal dominio franco-britannico a quello statunitense negli anni Cinquanta si intrecciava con l’indipendenza postcoloniale del nazionalismo arabo, a guida egiziana: la posta in gioco era l’allineamento della “giovane” repubblica di Siria alle monarchie hashemite di Iraq e Giordania oppure alla leadership egiziana di Nasser. Eliminati o ritirati gli europei, la frattura politica tra nazionalismo populista, terzomondista e socialisteggiante, e nazionalismo conservatore filo-occidentale alimentò la cosiddetta “Guerra Fredda Araba” degli anni Sessanta, in cui ogni Paese mobilitava le due superpotenze per garantirsi la difesa strategica contro i propri rivali interni e regionali: la vendita di armi e l’addestramento delle forze armate locali sostituirono de facto la firma di alleanze ufficiali, e consolidarono la figura dei militari come punto di riferimento ultimo per i partner stranieri. A cavallo tra anni Settanta e Ottanta, la crisi del nazionalismo terzomondista sotto il peso delle crisi economiche o dei fallimenti militari lasciò spazio alle forze dell’Islam politico nella rivendicazione, e guida, dell’autonomia politica del mondo arabo e musulmano. Anche in questo caso con risultati ambigui: tanto l’Iran rivoluzionario o la Turchia del Presidente Erdogan cercano di coniugare l’indipendenza del processo decisionale con l’integrazione nei mercati internazionali secondo standard liberisti ormai trasversali ai gruppi dirigenti nel mondo. Nel mondo arabo, casi simili li troviamo nel governo siriano prima della guerra o nell’Egitto del Presidente al Sisi le cui legittimità nazionaliste si scontrano con l’inequità dei modelli di sviluppo adottati con il sostegno estero. Tuttavia, nei Paesi arabi sussiste ancora una fragilità istituzionale dello stato che porta i dirigenti a cercare un sostegno all’estero in termini di garanzie di sicurezza.

 

Il disastro politico di Washington in Iraq dopo il 2003, il “Pivot to Asia” e il “Leading from behind” ed infine l’accordo sul nucleare iraniano del luglio 2015, avevano messo in dubbio l’affidabilità degli USA agli occhi dei dirigenti conservatori arabi, soprattutto delle monarchie del Golfo: da qui la corsa a stringere accordi di difesa con Paesi europei, come Francia e Gran Bretagna, ad esplicitare la convergenza politica con Israele e a costruire rapporti con le forze armate della Russia o, in misura minore, della Cina. Più importante, presero spazio concetti e progetti di “difesa regionale” o “security complex” in Medio Oriente in cui gli idrocarburi delle monarchie arabe del Golfo potrebbero integrarsi con la tecnologia e il nucleare israeliano e la massa militare egiziana, sotto l’ombrello militare-diplomatico degli Stati Uniti d’America. Obiettivo di questo “fronte” disparato: fronteggiare un Iran che, in teoria, tra circa dieci anni potrebbe dotarsi dell’arma atomica: ma che soprattutto gode di una solidità istituzionale e una “capacità tecnologica” della società comparabili nella regione solo con la Turchia. Per il “fronte” conservatore, dunque, la presenza di potenze esterne come gli USA è necessaria sia perché nessuno dei singoli Paesi, e soprattutto le monarchie del Golfo, ritiene giustamente di essere in grado di reggere la concorrenza politica ed economica di un Paese come l’Iran, sia perché l’integrazione di Paesi diversi come Arabia Saudita, Egitto, Giordania e Israele sarà superficiale e strumentale finché il conflitto israelo-palestinese non troverà una pur minima soluzione condivisa.

 

Grandi progetti questi che da un lato mostrano la continuità delle tensioni tra autonomia e dipendenza strategica e che, dall’altro, testimoniano anche delle difficoltà, incapacità o non-volontà, da parte di Paesi esterni di svolgere quel ruolo “novecentesco” di garanti strategici degli equilibri regionali, o meglio della sopravvivenza ultima dei dirigenti al potere.

Nonostante le fanfare convenienti all’occasione e ai suoi personaggi, la visita del Presidente USA Trump ha sì confermato l’appoggio di Washington ai due alleati storici dell’Arabia Saudita e Israele. Tuttavia, ne dimostra anche i limiti. Per Washington, Ryad è importante finché compra oggi armi per 100 miliardi US$, sostenendo l’occupazione e i profitti nel complesso militare-industriale statunitense. I possibili altri 250 miliardi di commesse nei prossimi dieci anni dipendono dalla capacità di Trump di negoziare un accordo con Israele sulla Palestina. Ma è chiaro che Washington non farà nulla di tutto questo, o quantomeno è fortemente improbabile che voglia o riesca “to deliver” qualcosa di significativo: ad oggi il governo e la classe dirigente israeliana non sono disposti a concedere nulla che sia minimamente accettabile per la controparte palestinese o araba, per quanto moderata possa essere. Ai dirigenti israeliani piace lo status quo attuale per cui possono continuare a colonizzare i Territori occupati e, senza alcuna concessione, ottengono l’appoggio de facto delle monarchie arabe conservatrici a fronte della supposta “minaccia” iraniana.

Nella logica mercantilistica del Presidente Trump, il Medio Oriente è un’area in cui gli USA esportano essenzialmente armi, tecnologia energetica e prodotti finanziari: dunque ha senso che molta della politica estera sia demandata al Pentagono; anche perché i propri alleati nell’area misurano le alleanze sul metro del sostegno militare.

Tuttavia, quando la forza di un Paese si basa quasi esclusivamente sull’elemento della coercizione fisica, solitamente si è giunti alla crisi dell’egemonia di questo Paese in quel determinato spazio, ossia della sua capacità di trovare consenso non solo presso la “società politica” dei dirigenti, bensì anche presso la “società civile”. Al disastro pubblico di Bush jr. nel 2003 seguì il discorso al Cairo di Obama nel 2009, che desiderava parlare alle società musulmane, a sua volta seguito dalla disillusione della “strada araba” nei confronti degli USA dopo il 2011. A fronte dei due insuccessi, ora Trump si rivolge ai soli governanti, perché ai “governati” arabi e musulmani e alle loro istanze di autodeterminazione non ha nulla da offrire, e nulla di buono da dire.