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Ricerca scientifica e umanesimo: un tentativo di sintesi?

Federico Ronchetti * - 06.01.2015
CERN a Ginevra

Sto tornando con la memoria alla fine di un piovoso e freddo settembre 2013. Sono al CERN di Ginevra, in occasione degli Open Days, un evento che capita in media ogni 3 anni, di solito durante i fermi programmati del Large Hadron Collider (LHC). In questa occasione il pubblico può accedere alle installazioni sotterranee giganti di ALICE, ATLAS, CMS ed LHCb e visitare alcune parti del tunnel che ospita LHC: la macchina acceleratrice di particelle più complessa e potente mai costruita dall’uomo.

 

Come tanti altri che lavorano al CERN ho accettato di fare da guida e di dare una mano nella gestione dello straordinario flusso di più di 70000 visitatori, provenienti da ogni parte d’Europa nonostante il clima avverso e le attese non brevissime.

Entusiasmo, stupore, meraviglia: sono le emozioni che ho visto disegnate sui volti di persone di ogni età, genere e nazionalità nei 18 minuti di visita a tempo contingentato. Molti, moltissimi chiedevano di sapere di più, trattenendosi con me e con le altre guide negli spazi espositivi appositamente allestiti nei diversi siti sperimentali.  Ovviamente, non era possibile, né desiderabile, sottrarsi alla raffica continua di domande: da quelle mirate e competenti degli appassionati, a quelle curiose degli adolescenti, fino agli sconfinamenti - inevitabili a volte - nel campo della metafisica.

 

La lezione che ho tratto da questa esperienza straordinaria, che si rinnova ogni qual volta un gruppo di persone visita il CERN, è che il “pubblico” non e’ affatto refrattario ai temi della ricerca scientifica di base ne’ all’approccio culturale veicolato dalla scienza, a patto ovviamente, di renderli fruibili nei modi corretti.

 

A questa esperienza personale, estremamente gratificante e positiva si contrappone, purtroppo, l’immagine del “grande pubblico” - dell’ ”uomo della strada” - indifferente, annoiato o persino sospettoso nei confronti della scienza ma, paradossalmente, divoratore di tecnologie derivate dall’applicazione su vasta scala del metodo scientifico e tuttavia percepite come estranee ed invasive.

 

Questo paradosso porta al senso di estraniamento provocato dal dover vivere e lavorare in un mondo dominato dalla scienza e dalla tecnologia dove la frustrazione legata all’obsolescenza precoce sia dei manufatti che delle competenze, il flusso continuo di informazioni ed infine l’espansione smisurata dell’orizzonte della conoscenza dal dominio sub-atomico fino alla scala cosmologica, rappresentano una vera sfida alle capacità della mente umana.

 

L’applicazione sistematica del metodo scientifico in poco più di due secoli ha radicalmente modificato e a volte sconvolto ogni campo del sapere umano, anche oltre il dominio delle cosiddette scienze esatte. Medicina, biologia, scienze sociali, scienze economiche si avvalgono tutte, sebbene in diversa misura di metodologie e/o tecnologie derivate dalla ricerca scientifica. La filosofia è stata ridotta all’epistemologia e all’analisi del linguaggio. Teologia e religione, malgrado l’onnipresenza dei mezzi di comunicazione, sono destinate inesorabilmente ad essere spinte verso il territorio della superstizione.

 

L’approccio scientifico alla realtà, la sua capacità di stabilire attraverso processi di induzione-deduzione verità relative che si sostengono vicendevolmente, guadagnando consistenza ad ogni passaggio, ha consentito all’uomo un controllo crescente dell’ambiente circostante ed è stato il principale fattore di aumento del benessere e rappresenta sempre più un elemento chiave di sviluppo nelle società avanzate.

 

Allo stesso tempo ci troviamo però a dover fronteggiare un tremendo deficit di conoscenza scientifica diffusa che oggi come oggi rischia di arrivare a minare l’esercizio di una democrazia effettiva dato che molte delle scelte poste di fronte ai cittadini-elettori devono essere esercitate nel contesto di un mondo totalmente interconnesso e plasmato da fattori tecnico-scientifici che quindi  necessitano di essere compresi e condivisi dal maggior numero possibile di persone.

 

Nella società odierna, la mancanza di una cultura scientifica di base tende a creare compartimenti stagni in cui il diritto di ognuno a far valere la propria opinione contrasta con la mancanza di strumenti atti a formulare un giudizio maturo. In Italia, in particolare questa distorsione affonda le radici nell’impostazione del sistema scolastico che relega il sapere tecnico-scientifico nell’ambito della pratica, negandogli una vera valenza umanistica, in una irriducibile distinzione tra scienza e cultura.

 

E’ la dicotomia delle “due culture” dove il sapere umanistico e quello scientifico non sembrano possedere pari dignità e che dipinge l’uomo di scienza viene come amante del rigore, freddo, ma per certi versi quasi ottuso ed arido, come le quantità numeriche cui vuole ridurre tutto lo scibile. Egli è per definizione incapace di comprendere le esigenze dello spirito (qualsiasi cosa si voglia intendere con questo termine), di coltivare le arti e la letteratura, di contemplare la bellezza e apparendo simile alle macchine e agli automi che ha contribuito a costruire e che si vogliono ansiosi di librarsi dal controllo dell’apprendista stregone.

 

L’assurdità di questa dicotomia appare evidente ove lo sviluppo del sapere scientifico venga osservato dalla prospettiva storica da cui possono essere lette complesse interazioni con altre forme culturali: filosofia, religione, letteratura, arte, scienze sociali e da cui emerge chiaramente come la complessità del paradigma scientifico abbia preso forma attraverso una profonda interazione con altre discipline ed ambiti culturali.

 

La visione basata sulle “due culture” inoltre portatrice di una diffusa tolleranza nei riguardi dell’ignoranza scientifica e fa si che le scienze naturali costituiscano il fanalino di coda dell’istruzione obbligatoria e va quindi contrastata radicalmente.

 

La cultura scientifica deve essere pienamente ricondotta nell’alveo delle espressioni dell'attività intellettuale umana superando la contrapposizione tra scienza e umanesimo  riportando la scienza nell’ambito della cultura e viceversa, pena il diffondersi di una percezione anestetizzata da parte del cittadino della realtà che lo circonda come delle

delle problematiche relative ai fattori tecnico-scientifici in azione che investono, ed investiranno sempre di più, ogni aspetto della vita quotidiana.

 

L’elenco delle tematiche completamente assenti dal dibattito culturale e politico e’ tristemente lungo. Molte questioni come, ad esempio, quale strategia adottare per il nostro fabbisogno energetico sono sul tavolo da decenni senza aver mai trovato risposte adeguate ma nuove sfide già incombono: da quelle legate all’intelligenza artificiale ed al suo impatto in svariati ambiti, in primis la completa automatizzazione dei sistemi di trasporto, all’emergere di nuove realtà in ambito finanziario come le cripto-valute svincolate dal controllo di autorità monetarie centrali (un valido esempio di come non solo il tempo ma anche la matematica sia denaro), allo sconvolgimento totale, anche etico, davanti alle inaudite possibilità operative della manipolazione del materiale genetico umano: ricordiamo che, nell’indifferenza generale dei media, la vita artificiale e’ realtà dopo la produzione del primo cromosoma sintetico nei lieviti.

 

Senza una diffusa consapevolezza di queste tematiche diventa difficile immaginare uno scenario in cui la scelta del cittadino possa condizionare in modo positivo i processi decisionali della classe politica relativamente alle opportunità o ai rischi introdotti dalle tecno-scienze

 

Parallelamente, lo sviluppo di un’economia capace di crescere nella competizione globale richiede che una parte significativa della popolazione sia in possesso di una sufficiente cultura tecnico-scientifica consentendo così alle attività industriali di orientarsi verso la produzione di alto valore aggiunto piuttosto che verso la svalutazione del costo del lavoro nella vana speranza di reggere l’impatto con le economie emergenti.

 

Senza una sufficiente massa critica di cittadini acculturati scientificamente potremo continuare a produrre individualità di livello, che spesso hanno dovuto vivere e lavorare all’estero per conseguire proprio i risultati per cui vengono celebrati, ma non sarà mai possibile gettare le basi per una nuova società industriale, né post-industriale, che sia caratterizzata da un forte sviluppo di servizi nel terziario avanzato. A latere, la diffusione puntuale della cultura scientifica e’ necessaria anche per consentire ai cittadini un consumo consapevole di prodotti ad elevato contenuto tecnologico orientandone la produzione grazie a scelte consapevoli e selettive e, cosa non meno importante, per limitare i fenomeni di esclusione sociale legati ai brevetti, alle rendite di posizione ed allo sfruttamento proprietario. Un esempio illuminante di una tecnologia “open source” ideata ad uso e consumo dei ricercatori ora divenuta il substrato di una intera economia e di un nuovo modello si comunicazione sociale e’ il protocollo HTTP sviluppato al CERN che “aziona” il web.

 

Tecnologie aperte come il web, wikipedia o linux riguardano l’umanità intera e hanno un ovvio impatto sul settore umanistico favorendo l’acculturazione di massa e modificando profondamente lo stile e l’approccio alla ricerca anche negli ambiti culturali “classici” rendendo inoltre possibile un aggiornamento continuo (anzitutto a livello scolastico).

 

Inoltre, il web ed i social network sono fondamentali per ridurre il divario tra i protagonisti della ricerca e dell'innovazione da un lato e i cittadini dall’altro perché compensano, almeno in parte, la mancanza di disponibilità e di attenzione dei media tradizionali generalmente focalizzati su temi tesi a stimolare gli istinti più bassi nella ferrea convinzione che il pubblico ami questo genere di approccio che ha contaminato tutti i livelli informativi, dibattito politico incluso.

 

Tuttavia l’entusiasmo delle decine di migliaia di persone che hanno pagato di tasca loro un biglietto aereo o ferroviario per visitare il CERN testimonia che e’ possibile e potenzialmente anche remunerativo in termini di pubblico dedicare più attenzione al settore della ricerca certamente usando forme comunicative appropriate da un punto di vista della fruibilità.

 

I media sono chiamati a ricoprire un ruolo primario al fine di veicolare un messaggio preciso e scevro da ambiguità basato sulla chiarezza di pensiero e di linguaggio. Questi aspetti comunicativi sono fondamentali per la diffusione di consapevolezza a tutti i livelli, senza la quale ogni informazione, non solo quella scientifica, diviene praticamente inutile.

 

Riconciliare i cittadini con una visione più critica ed obbiettiva delle tecno-scienze dovrebbe quindi essere un irrinunciabile imperativo per gli operatori dei media come direttori di testata, autori e giornalisti, cui si richiede uno sforzo per trasformare il modo di fare comunicazione divenendo loro stessi più consapevoli delle tematiche scientifiche trovando un rapporto più maturo e corretto con i protagonisti della ricerca e dell’innovazione tecnologica il cui ego, va detto, a volte non e’ immune alle tentazioni offerte da una facile spettacolarizzazione.

 

A loro volta, gli scienziati dovrebbero sforzarsi di smentire i luoghi comuni che assediano loro stessi e le ricerche che li impegnano. Quando gli impegni operativi me lo consentono, tengo con piacere dei seminari per i ragazzi delle scuole superiori tra vi saranno certamente i futuri protagonisti della ricerca e della classe dirigente italiana ed europea. A loro cerco di far capire come, malgrado l’apparente distanza dal mondo “di tutti i giorni” la ricerca di base abbia plasmato il mondo di oggi e come la ricerca di oggi stia già plasmando il mondo di domani e oltre.

 

Mi piace trarre spunto per questa figura retorica da un quadro di Vincent van Gogh, “i mangiatori di patate”. Il dipinto mostra, all'interno di una stanza scura e misera, illuminata solo da una lanterna a olio, alcune figure di contadini che consumano il pasto serale servendosi da un unico piatto di patate dopo una giornata di duro lavoro. I mangiatori di patate non erano certo consapevoli del lavoro di fisici come Faraday e Maxwell sull’elettromagnetismo e che il loro “mondo di tutti i giorni” illuminato dalla tenue luce della lanterna ad olio sarebbe stato spazzato via da una ricerca che all’epoca veniva giudicata “molto astratta” su un fenomeno come l’elettricità giudicato buono al massimo per gli spettacoli circensi.

 

Oggi vi sono milioni stanze rischiarate dal bagliore schermi LED e programmi TV in 3D, smartphone e tablet, ma temo che la condizione di inconsapevolezza dei “mangiatori di patate” non sia affatto superata.

 

 

 

 

* Associato scientifico al CERN di Ginevra e ricercatore presso l'istituto Nazionale di Fisica Nucleare