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18 settembre 2019
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Referendum, note a margine

Luca Tentoni - 23.04.2016
Affluenza referendum trivelle

Il referendum del 17 aprile è giunto a 42 anni di distanza da quello sul divorzio (12-13 maggio 1974) e a 21 anni dall'ultima consultazione che superò comodamente il quorum (quella dell'11 giugno 1995). In questa storia in due atti dell'istituto referendario ci sono altrettante eccezioni che confermano la regola: il mancato quorum del 1990, il quorum scattato nel 2011. Per il resto, fra i primi e i secondi 21 anni di referendum c'è un abisso. Il primo è stato il periodo della battaglia sul merito e nelle urne; il secondo, quello dell'astensionismo di supporto al "no". Che la tendenza ad abrogare le leggi fosse ormai diffusa era già chiaro alla fine degli anni Ottanta. Nelle consultazioni del 1974 (divorzio), 1978 (finanziamento partiti, legge Reale), 1981 (aborto - 2 quesiti - abolizione dell'ergastolo, ordine pubblico, porto d'armi), 1985 (scala mobile) il "no" vinceva sempre e comunque, anche con scarti minimi come nell'ultimo referendum della serie, caratterizzato da una contrapposizione fra Craxi e Pci-Cgil che chiuse forse definitivamente le porte ad una possibile futura "alternativa di sinistra". Nel primo quarto di storia referendaria, dunque, prevalsero l'alta affluenza (sempre minore rispetto alle politiche, però) e la tendenza dell'elettorato a confermare le leggi dello Stato, anche le più sgradite (quella sul finanziamento ebbe il 43,6% di sì: un campanello d'allarme per la Prima Repubblica; del resto, in quel drammatico 1978 l'elettorato italiano non era ancora pronto, come sarebbe stato nel 1991-'93, per dare una "spallata" al sistema). Dal 1987 in poi, tuttavia, i "sì" partono quasi sempre in vantaggio: su 58 quesiti, in 51 casi (con quorum o meno) hanno prevalso i favorevoli all'abrogazione contro i 7 nei quali (tutti nel 1995: altra eccezione che conferma la regola) ha vinto il "no". Da quasi trenta anni a questa parte, insomma, i difensori di una legge hanno sempre meno speranze che il popolo voti per confermarla. Da un lato perchè i comitati per il sì sono più agguerriti e mobilitati (trattandosi, peraltro, per la maggior parte, di questioni in genere meno note al grande pubblico ma capaci di sollecitare la partecipazione dei settori dell'elettorato più sensibili a determinati temi) e da un altro lato perché il “fronte del no”  comprende, fra il 1987 e il 1995, che le partite "a viso aperto" stanno premiando gli sfidanti e decide dunque (grazie all'"azzardo astensionista" tentato con successo, nel '90, dai partiti desiderosi di non inimicarsi i cacciatori, contrari ai quesiti ambientalisti) di dar vita al "secondo tempo" della storia referendaria: quello del "non voto". Dal 1997 in poi, infatti (tranne l'eccezione del 2011) si dispiega la seconda parte della storia referendaria, caratterizzata dall'alleanza fra un astensionismo strutturale di solito più forte di quello fatto registrare per tutti i tipi di elezioni (europee, politiche, regionali ed amministrative) e i partiti schierati per il "no". La percentuale media dei votanti ai referendum, che negli anni '70 era stata dell'84,4% e nel decennio successivo era scesa ad un pur sempre ragguardevole 74,1%, era sicuramente destinata ad erodersi, ma non a crollare. Seguendo il declino della partecipazione elettorale per altri tipi di consultazione, si sarebbe potuto scendere verso una quota intorno al 50%, ma sarebbe rimasto possibile mantenere in primo piano la battaglia fra il sì e il no, lasciando sullo sfondo quella sul quorum. Invece l'idea del “fronte del no” di disertare le urne ha fatto precipitare l'affluenza media: 53,2% negli anni '90 (durante i quali il periodo 1991-'95 è stato ancora all'insegna della mobilitazione, soprattutto in chiave antisistema, mentre nel '97-'99 si è affermato il partito "del no astensionista") fino al 32,1% fatto registrare nel periodo dal 2000 ad oggi. Per curiosità va rilevato che quel 32,1% corrisponde quasi perfettamente all'affluenza del primo appuntamento della serie (21 maggio 2000, 32,2%) ed è molto vicino al 31,2% di domenica 17 aprile 2016. Nel frattempo, abbiamo avuto tre consultazioni con un'affluenza fra il 23 e il 26% (2003, 2005, 2009) e una col quorum raggiunto (2011, 12-13 giugno, anche in questo caso in un periodo di fermenti sociali e politici, quasi come venti anni prima). Non è difficile ipotizzare che, senza la mobilitazione delle ultime settimane sul quesito relativo alla trivellazione in mare, anche il referendum del 2016 avrebbe fatto registrare una partecipazione al voto inferiore al 25%. Da un lato, insomma, abbiamo avuto stavolta un probabile surplus di affluenza dovuto all'aumentare della tensione politica intorno alla consultazione, ma - come al solito - abbiamo avuto almeno un 15-20% di elettori che avrebbero potuto optare per il no ma sono stati orientati verso l'astensione. Ad oggi non è dato sapere se, in presenza di uno scheramento di tutti i partiti per il sì o per il no (ma comunque per il voto) si sarebbe raggiunto il quorum (data l'affluenza di regionali ed europee recenti, solitamente più alta che nei referendum, il dubbio è legittimo). In qualche modo, sembra esserci quasi un'eterogenesi dei fini: la mancanza del quorum a fronte dell'impegno di tutti i partiti per il voto sarebbe stato un atto di sfiducia e rifiuto dell'intero sistema politico. La scelta di taluni soggetti (diversi, in questi ultimi 16 anni) di defilarsi per rivendicare la "vittoria anti abrogazionista" utilizzando i "non voti" del "partito dell'astensione" ha dato forza a chi ha usato questo espediente, ma in realtà ha ottenuto probabilmente l'involontario risultato di riuscire a mascherare una più generale debolezza e perdita di credibilità dell'intera classe dirigente politica. In altre occasioni, infatti, nelle quali l'astensionismo non poteva essere utilizzato (alle elezioni amministrative in particolare) si è assistito a consultazioni con un'affluenza vicina se non inferiore al 50% (regionali 2015: 53,9%; regionali Emilia-Romagna 2014: 37,7%; regionali Calabria 2014: 43,8%; comunali Roma 2013: 52,8%). Al di là, dunque, delle polemiche politiche che hanno accompagnato le scelte di schieramento ("nel voto" o "fuori dalle urne") dei diversi partiti e leader, resta il problema della partecipazione popolare. Lo scarso interesse per un quesito può avere un peso, ma limitato a pochi punti percentuali. Lo dimostra il fatto che molti cittadini - in numero sempre maggiore - non si mobilitano per esercitare il loro diritto di voto neanche per scegliere da chi far governare il proprio comune, la propria regione, il Paese. È opportuno tenere conto di questo fattore, non solo per le imminenti comunali del 5-19 giugno ma soprattutto per il referendum costituzionale di ottobre. È bene ricordare, infatti, che se l’ampia riforma voluta dal centrodestra nel 2005 e sottoposta al voto del 2006 è stata bloccata col "no" popolare in una consultazione nel corso della quale ha votato il 52% degli aventi diritto, nel 2001 la più circoscritta riforma del Titolo V della Costituzione è stata approvata dall'elettorato, ma con un'affluenza molto modesta (il 34,1%). Com'è noto, il referendum costituzionale non ha quorum, ma fin qui è stato utilizzato per sottoporre al giudizio popolare progetti vasti e di elevata eterogeneità e complessità, non per singoli articoli o istituti. Nei referendum del 2001 e del 2006, come in quello di fine 2016, si è sempre deciso su importanti variazioni della Carta Repubblicana. Verosimilmente, a ottobre tutti i partiti cercheranno di mobilitare l'elettorato per ottenere una partecipazione alta, perciò - su un banco di prova importante come la modifica della Seconda Parte della Costituzione - si capirà se le forze politiche saranno in grado di coinvolgere la maggioranza assoluta degli italiani a pronunciarsi per il “sì” o per il “no”. Se neppure in un clima che si presuppone di scontro e di alta tensione politica, con un cambio istituzionale in gioco, il "quorum morale" del 50% più uno sarà raggiunto, la Terza Repubblica nascerà (con o senza la riforma) sotto il peggiore degli auspici.