Ultimo Aggiornamento:
01 ottobre 2022
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Rappresentatività contro rappresentanza

Fulvio Cammarano * - 31.08.2022
Astensionismo

Come è noto, con il sistema elettorale detto “Rosatellum” gli elettori non avranno modo di scegliere i propri rappresentanti, ma dovranno limitarsi a sottoscrivere, sia nell’uninominale sia nel proporzionale, quelli indicati dai partiti. Il sistema è certamente discutibile, ma nessuna forza politica ha fatto una qualche battaglia per cercare seriamente di cambiare il sistema. Perché le segreterie di partito avrebbero dovuto perdere il privilegio di creare i propri rappresentanti? Nessuno può dire se tale selezione risulti più efficace e virtuosa di quella che avrebbero fatto gli elettori se fosse stata data loro la possibilità di individuare chi inviare in Parlamento. Tuttavia, a fronte di tale dubbio, una questione non banale comunque va posta: perché quei nomi e non altri?

Il problema è un classico della polemica antiparlamentare che dall’Unità d’Italia in poi, ha costantemente ritenuto inadeguati, per non dire peggio, i deputati succedutisi su quei contesi scranni. Sappiamo che per gran parte dell’800 gli eletti erano in sostanza notabili provenienti dalle classi più agiate. È stata la crescita del ruolo dei partiti a modificare tale realtà incentrata sul privilegio sociale, permettendo, con l’estendersi del suffragio, l’ingresso alla Camera anche di figure la cui candidatura era frutto delle scelte dei primi grandi partiti di massa, come il Psi e il Partito Popolare. Dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il ruolo dei partiti nella scelta della rappresentanza politica diventa esclusivo. Per essere eletti bisogna ottenere voti, ma per candidarsi bisogna essere “presentati” dai partiti. Si tratta di un criterio per nulla scontato. Infatti, quando si deve selezionare un aspirante ad un incarico/ruolo pubblico, la nostra Costituzione prevede si tenga un concorso destinato a individuare i più meritevoli. Per i parlamentari questo non è possibile dato che la rappresentanza, a qualunque livello, si colloca in un ambiente di confine tra pubblico e privato che la Costituzione ha affidato alla società civile organizzata in partiti aperti a tutti. Siamo però sicuri che le organizzazioni politiche selezionano sulla base della qualità e delle capacità degli aspiranti parlamentari? No, non lo siamo. In primo luogo, perché non è semplice definire quali debbano essere le qualità di un buon onorevole e comunque, a prescindere, la scelta degli organi direttivi dei partiti si basa su logiche del tutto indifferenti al merito e alla competenza dei futuri deputati o senatori, avendo ben chiaro che gli elettori voteranno soprattutto in funzione della adesione ideologica alla causa e non della valutazione dei candidati. A spoglio ultimato, il successo o l’insuccesso alle urne non vengono mai attribuiti ai nomi individuati, ma al programma presentato o alla abilità del leader e pertanto i partiti, nel compilare le liste, possono continuare a perseguire la logica implacabile dell’interesse “aziendale”: escludendo la quota dei candidati “acchiappavoti”, considerati tali per notorietà e legami con il territorio, vengono preferiti coloro che controllano rilevanti quote di iscritti, o fedelissimi del leader, a loro volta ulteriormente selezionati attraverso gli inevitabili ‘Cencelli’ correntizi e culturali del momento. Tale modalità non esclude affatto che vengano presentati agli elettori i soggetti migliori, rimane tuttavia un dubbio sulla necessità di ripensare i criteri di questa importantissima selezione. Anche il M5S, che ha sempre rivendicato la candidatura dal basso, ha questa volta imposto quindici nomi individuati dal leader, a prescindere dal referendum tra gli iscritti.

È evidente che non c’è una soluzione semplice per un problema complesso. Non è possibile e non sarebbe giusto individuare con qualche tipo di esame professionisti del parlamento dato che quello della rappresentanza è un diritto a cui hanno virtualmente accesso tutti, al di là dell’abilità e della preparazione, proprio perché la politica riguarda l’intera comunità e non dovrebbe essere una sfera per élite e ottimati. Rimane però il fatto che “rappresentare” gli italiani è un impegno che richiede consapevolezza, affidabilità e competenze. Immaginare un sistema in cui siano gli elettori a scegliersi i candidati costringerebbe senza dubbio i cittadini ad assumersi le proprie responsabilità, ma non risolverebbe certo la questione della qualità della classe parlamentare. In questo senso l’indicazione proveniente dai partiti, a cui, come ci ricorda Paolo Pombeni, è stato assegnato il compito di far vivere democraticamente la sfera politica, continuerebbe ad essere la soluzione migliore se i partiti fossero entità vitali ed effettivamente rappresentative del sentimento pubblico, come quelli sorti nel Secondo dopoguerra capaci di individuare i candidati anche sulla base di un concreto e impegnativo cursus honorum svolto soprattutto negli enti locali e nei sindacati. Oggi, gli eredi di quei sodalizi, così sulla difensiva, con un numero di iscritti sempre più ridotto, dilaniati da continue diaspore e secessioni, risultano inevitabilmente meno credibili per una simile, delicata attività di selezione. Siamo dunque al paradosso: invece dei rappresentati impegnati a individuare i propri rappresentanti, abbiamo un sistema in cui, in modo più o meno occulto, sempre più regolarmente, sono i rappresentanti, grazie a segreterie di partiti fragili e poco legittimati, a “scegliere” i rappresentati, manipolando il sistema di voto, bombardando l’opinione pubblica con decine di sondaggi quotidiani, e lasciando dilagare, senza alcun fattivo interesse a limitarlo, l’astensionismo.

 

 

 

 

* Ordinario di Storia Contemporanea – Università di Bologna