Ultimo Aggiornamento:
17 luglio 2019
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Questioni di forma?

Paolo Pombeni - 23.05.2018
Giuseppe Conte

Scrivendo della evidente irritazione del presidente Mattarella per come si sono svolte e ancora si stanno svolgendo le procedure per la formazione del governo molti commentatori hanno continuato a fare riferimento ai poteri di nomina del Presidente della Repubblica per quanto riguarda il presidente del Consiglio e poi i singoli ministri (art. 92 della costituzione). Questi poteri sarebbero stati bellamente ignorati dal duo Di Maio-Salvini incuranti del vulnus alla nostra Carta fondamentale.

Le traballanti conoscenze dei due quanto a grammatica e sintassi costituzionali sono note, ma dalla loro parte c’è la scusante che hanno alle spalle una lunga storia quantomeno di appannamento nell’esercizio dei poteri del Quirinale in materia di nomina del governo. Certo ci sono alcune eccezioni che Mattarella ha voluto richiamare, ma si contano sulla punta delle dita di una mano. Nella prima come nella seconda repubblica i presidenti del Consiglio sono stati quasi sempre indicati dalla coalizione di governo e i ministri dai partiti che la componevano. Quel che differiva da quanto si è fatto in questa circostanza era lo stile e la salvaguardia delle forme.

Ora si dice che le forme sono sostanza e naturalmente c’è del vero, ma lo è altrettanto il fatto che l’avere per decenni consentito che le forme fossero ridotte a formalità un po’ ipocrite è quanto ha consentito ai nuovi venuti di cancellarle brutalmente.

Vediamo di chiarire qualche punto. Oggi ci si lamenta che il programma sia stato steso dai partiti consegnandolo bell’e confezionato al candidato premier. E’ successo molte altre volte, sia nella prima che nella seconda repubblica: tanto per citare, ai tempi del centrosinistra il programma era di fatto lungamente discusso e messo a punto fra i partiti; ai tempi della famosa “Unione” di Prodi era addirittura un corposo volume concordato come base dell’alleanza elettorale. Oggi c’è una differenza non di poco conto, ma che gran parte dell’opinione pubblica non coglierà: il candidato primo ministro non è stato parte attiva, almeno per quanto è noto, nella formulazione del programma e se lo trova in mano confezionato senza il suo intervento. Tuttavia si può anche dire che in linea di principio non c’è obiezione al fatto che egli si riconosca in un programma elaborato da altri (di solito succede con la presenza di vari “suggeritori” esterni) a meno che non si dimostri che è stato obbligato ad accogliere punti sui quali non concorda o che gli sarà precluso di indirizzare con la sua opera l’applicazione del programma.

E’ su questo secondo punto che si appuntano le critiche, perché si sostiene che ove il presidente del consiglio del governo giallo-verde si sottraesse a quanto gli chiedono Salvini e Di Maio il suo esecutivo andrebbe a gambe all’aria. Verissimo, ma è esattamente quello che è successo molte volte nella nostra storia repubblicana, con partiti che ritiravano la fiducia di fronte a decisioni che non gradivano.

Quanto al rilievo che oggi la designazione dei ministri sarebbe in capo ai partiti componenti della coalizione di governo e non al presidente del consiglio e al Capo dello Stato, di nuovo si tratta di una discreta ipocrisia. Qualcuno ricorderà pure che non solo regolarmente sono stati i partiti a scegliere chi mettere nei ministeri, ma che addirittura c’è stata un’epoca, ai tempi del duo Craxi-De Mita, in cui si parlava addirittura di “delegazioni dei partiti” presenti nell’esecutivo. Non sono mancati i casi in cui vuoi il presidente del Consiglio vuoi il Quirinale hanno esercitato poteri di veto su un candidato ad un ministero, ma non è stata la regola e comunque dopo il veto sul candidato X era pur sempre il partito che lo aveva designato a scegliere con chi sostituirlo.

Si è anche sostenuto che l’attuale modo di procedere toglie rilievo al parlamento. Vero, ma anche qui nulla di nuovo sotto il sole. Sin dall’inizio della nostra vita repubblicana si sono levate critiche contro la marginalizzazione del parlamento, perché quasi tutto era deciso fuori di quelle aule, dalle modalità di formazione dei governi alla loro messa in crisi. Anche qui sarebbe una storia lunga: Sturzo tuonò negli anni Cinquanta contro questa espropriazione a favore di sedi extraparlamentari, dimenticando bellamente che nel pre-fascismo Giolitti e Orlando non volevano accettare che la politica parlamentare del Partito Popolare facesse capo ad un prete che del Parlamento non era neppure membro.

La relativa novità della situazione attuale sta nella sceneggiata di aver fatto approvare il cosiddetto contratto non dai parlamentari dei due partiti contraenti, ma da una entità vaga e indefinibile come gli iscritti ad una piattaforma internet o quelli che si recavano ai gazebo di un partito senza alcun filtro. Quei soggetti non erano infatti né rappresentativi degli elettori dei partiti, perché nessuno li aveva delegati ad essere tali, né titolati in altro modo ad esercitare quel ruolo. Tecnicamente si è trattato appunto di una sceneggiata demagogica per scimmiottare una democrazia diretta che non esiste. Tuttavia formalmente quelle manifestazioni non hanno rilievo se non in quanto dei parlamentari le hanno fatte proprie.

Indubbiamente quello che si è aperto con questa fase della nostra vita politica è un capitolo nuovo, ma non perché abbia introdotto chissà quali novità, bensì perché ha inteso mettere brutalmente fine alla convivenza di forme storiche del sistema costituzional-parlamentare con prassi che le avevano da tempo messe da parte. Se volessimo essere anche noi brutali diremmo semplicemente che si sta cercando di imporre a tutti gli effetti la logica della “repubblica dei partiti” con partiti che con quel retroterra non hanno legami.