Ultimo Aggiornamento:
16 giugno 2021
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Quel che resta delle parole

Francesco Provinciali * - 20.02.2021
Quel che resta del giorno

La metafora del viaggio, anche nella suggestione della rivisitazione intimista, ben si presta a concedere pause di stacco dalle assorbenti consuetudini ed è occasione di riflessione sulle cose della vita.

Qualcuno rammenterà come fosse ben descritta nel romanzo “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, dal quale prese spunto il regista James Ivory per un omonimo film che ci fece dono della magistrale interpretazione di Antony  Hopkins.

Ciascuno, a un bel punto della propria esistenza, ha modo di ripercorrere il senso delle cose fatte, delle occasioni mancate e delle opportunità realizzate.

E’un cammino a ritroso nel labirinto dei ricordi, un percorso introspettivo che rinnova memorie, rimpianti, soddisfazioni, fatti, parole e che traccia sempre provvisori bilanci.

L’allegoria del ricordo riaffiora nei chiaroscuri dei dubbi e delle improbabili identità del signor Onoff (un grandioso Gerard Depardieu) in un’altra celebre pellicola – “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore - e nel leit motiv della sua colonna sonora : “ricordare, ricordare è un po’ come morire….perchè tutto ritorna anche se non vuoi. E scordare, scordare è più difficile….se vuoi ricominciare. Ricordare, ricordare quel che c’è da cancellare”.

Quello che resta della nostra esistenza ha i nomi, le situazioni, i suoni, gli odori, i colori e le voci del nostro passato e il viaggio a ritroso non sempre è indolore: come ha scritto Rainer Maria Rilke a volte è importante ricordare ma altre volte è ancora più importante dimenticare.

Aggiungerei: “saper” dimenticare, infatti sovente il ricordo è legato alla sofferenza e al dolore e non sempre questa censura ci è facilitata, riaffiora il rammarico e a volte anche l’angoscia che si accompagna  ai sensi di colpa.

La sola memoria evoca i fatti, ripuliti dai loro sedimenti, dai depositi, dalle scorie ma le parole si materializzano nel ricordo e lasciano traccia nell’anima, specialmente quelle legate a contesti esistenziali per noi significativi.

A volte ci sembra di udire le voci che accompagnano quei ricordi, come se fossero vive accanto a noi e invece sono solo ombre nella nostra mente.

Più delle movenze e dei gesti le stesse parole, le cose dette e ascoltate, ci rinnovano la loro presenza, ora rassicurante ora inquieta, ora furtiva, ora preponderante.

Anche i silenzi riempiono la memoria, il riemergere di quegli spazi apparentemente vuoti tra le parole e tra i gesti, gli intervalli tra le presenze: pure il silenzio ha una sua dignità, c’era allora e si rinnova oggi se lo facciamo galleggiare nei chiaroscuri del nostro passato.

E’ come se il silenzio fosse silenzio due volte: per come era e per come lo ripensiamo rinnovandolo alla nostra mente.

Di tutte le cose dette, sentite, fatte, vissute ci resta quello che la nostra memoria riesce a selezionare, a volte per difetto di volontà altre per esplicita rimozione, spesso in modo piacevole oppure con rimpianti o rinnovato dolore.

Le voci restano dentro, come sopite e latenti e sono parole, domande, risposte in tutte le loro sfumature espressive.

Dovremmo reciprocamente ricordarci che le parole rimangono retaggio della nostra memoria e che quelle cattive, fuori luogo, che umiliano, che offendono sono come fotografie che il tempo può sbiadire ma non cancellare, foto ingiallite che escono dal cassetto e che ti possono far male, ti feriscono l’anima ogni volta che le riprendi in mano.

Quando parliamo, narriamo, raccontiamo, scriviamo e ogni volta che ci rivolgiamo al prossimo dobbiamo avere ben presente che molta parte delle parole che usiamo – e non si tratta sempre di quelle che vorremmo fossero dette a noi – può, nel bene e nel male, lasciare un segno indelebile nell’animo umano, più di un’impronta sulla sabbia, più di un segno sulla pelle - sia esso una carezza, un bacio o una ferita-  che invece il tempo rimuove e cancella.

 

 

 

 

* Già dirigente ispettivo MIUR