Ultimo Aggiornamento:
16 novembre 2019
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Politica senza pace

Paolo Pombeni - 22.03.2016
Daniela Santanché talk show

Pochi pensavano che la politica italiana trovasse se non pace, almeno una modalità di confronto meno soggetta alle spinte estreme. Come ha detto Renzi si poteva sperare che in una fase delicatissima della situazione internazionale potesse prevalere un minimo di senso di responsabilità da parte di tutte le forze politiche. Peraltro questo avrebbe richiesto un po’ di strategia di pacificazione anche da parte del premier, pur comprendendo che lui è il soggetto meno idoneo a poter agire in quella direzione visto che si trova nella posizione del bersaglio indicato da tutti.

Il fatto è che quando si avvia una fase di ridefinizione complessiva del sistema è piuttosto difficile che la politica mostri quella freddezza razionale che sarebbe necessaria. Bisogna tenere presente che sono in discussione due parallele ridefinizioni delle due parti che hanno retto il bipolarismo imperfetto della cosiddetta seconda repubblica.

Il caso più eclatante è quello del centrodestra, ma anche quel che sta avvenendo nel centrosinistra non è da sottovalutare. Sul primo versante sotto i riflettori c’è la questione della leadership di Berlusconi. La vicenda delle amministrative romane è la punta di un iceberg, perché non c’è solo l’incapacità del vecchio leader di intercettare una strategia vincente per Roma (in fondo non l’ha mai avuta, al massimo ha lasciato la Capitale nelle mani di AN), ma assai più la ormai lunga assenza da parte sua di una strategia a livello parlamentare e nazionale.

Forza Italia non può certo tornare ad imporsi con Brunetta alla Camera e la Santanché nei talk show. Ci vorrebbe una proposta che fosse qualcosa di diverso dalla critica a prescindere a qualsiasi cosa faccia Renzi, visto che quella la fa anche la sinistra radicale inclusa quella che sta dentro il PD. Alla possibilità che da sola FI possa tornare egemone non crede più nessuno e del resto Salvini non ha alcuna intenzione di mettersi al carro di Arcore, né può contare su FdI, partito già piccolo di suo, per di più in evidente crisi di rappresentanza.

Paradossalmente l’unica via d’uscita del centro-destra dal suo attuale impasse è riprovare se sia possibile una grande coalizione col PD di Renzi. In fondo Berlusconi potrebbe forse dare un senso politico ad una impresa di questo tipo rifuggendo dalla semplice logica da ascari di Alfano e Verdini. Significherebbe cedere lo scettro e accettare che i tempi sono definitivamente cambiati, ma potrebbe voler dire che si ritrova un ruolo, che è quello di aggregare il moderatismo storico all’impresa renziana del cambiamento di verso.

Da un certo punto di vista è quel che sta cercando di fare Parisi a Milano, perché la conquista della “capitale morale” sarebbe per FI una grossa carta da spendere sia per sedersi con un suo peso al tavolo della ipotetica grande coalizione, sia per marginalizzare Salvini e i suoi (e per di più per farlo a casa loro).

Ovviamente si tratta anche di una carta avvelenata da giocare nei confronti di Renzi. Se Berlusconi e i suoi fossero in grado di convincere l’attuale premier a coalizzarsi con loro (può avvenire anche in modo non formalizzato), potrebbero contare sulla possibilità di scatenare la famosa scissione nel PD col risultato che un Renzi indebolito da questo evento diventerebbe molto più malleabile.

E’ realistico questo scenario? Certamente non è un esito obbligato delle tensioni in corso. Il premier/segretario è alle prese con un passaggio molto difficile: ha due prove impervie come le amministrative e il referendum costituzionale e le deve affrontare con una sinistra interna in perenne fibrillazione per di più sostenuta da una fetta di “intellettualità” che mostra una volta di più come la politica non sia affare per lei.

Renzi appare in questo momento troppo chiuso nel fortilizio tenuto dai suoi pretoriani. Il suo problema non è tanto quello di venire a patti coi suoi avversari interni, men che meno di “asfaltarli” nel partito, quanto quello di isolarli a livello di opinione pubblica guadagnando consensi che possano opportunamente controbattere quella “intellettualità” (il termine è naturalmente sproporzionato) che vuole tenerlo sotto tiro. L’operazione non è semplice, perché un premier non ha il tempo di occuparsi in prima persona di una operazione del genere, ma in compenso non sa a chi affidarla: certo a quel fine non gli servono i personaggi di cui si serve per le battaglie nei talk show o per la gestione del partito (peraltro debole e poco brillante).

Tanto le amministrative quanto il referendum costituzionale potrebbero essere due buone occasioni per mostrare la differenza esistente fra una politica che sa “pensare” ed una che si nutre solo di slogan. Fino ad oggi però risulta piuttosto difficile individuare un pensiero sia sul primo che sul secondo versante. Nelle amministrative è tutto sfrangiato sui diversi livelli locali senza che esista un disegno comune. Per il referendum sembra si voglia giocare tutto in termini di referendum pro o contro il premier.

Certo con una competizione modesta come quella del centrodestra e anche con una certa crisi del grillismo che, caso Roma a parte, non sembra più rifulgere, Renzi e i suoi possono credere di essere di fronte al classico “molto rumore per nulla”. In tempi di crisi generalizzata e di cambiamenti il cui avvento si sente ormai nell’aria le cose sono però molto più complicate e tenerne conto sarebbe atto di saggezza politica.