Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Per un "nuovo umanesimo europeo": a proposito dell'utopia di Francesco.

Raffaella Gherardi * - 14.10.2017
Papa in piazza San Domenico

L'importanza del discorso tenuto da Papa Francesco di fronte alla comunità accademica dell'Alma Mater Studiorum, che lo ha incontrato in Piazza San Domenico, nella sua ultima visita a Bologna (domenica, 1 ottobre), non è sfuggita ai commentatori più attenti, che ne hanno messo in luce aspetti e indirizzi teorico-progettuali diversi e profondi. Larga eco ha trovato, per esempio, la proposta di Francesco affinché il diritto alla cultura, il diritto alla speranza, il diritto alla pace, possano rappresentare la concreta prospettiva di una nuova progettualità da mettere in campo e alla quale i giovani possano essi stessi indirizzarsi. Particolare attenzione, da parte di alcuni commentatori, è stata rivolta soprattutto al forte richiamo fatto dal Papa allo ius pacis, il che segnerebbe, stando a qualche commento, una vera e propria svolta e l'assoluta archiviazione di ogni possibile giustificazione della guerra o della cosiddetta teoria della guerra giusta. E in effetti l'invocazione da parte di Francesco allo «ius pacis come diritto di tutti a comporre i conflitti senza violenza» e il ribadito appello e monito «mai più la guerra, mai più contro gli altri, mai più senza gli altri», giungono dopo aver chiamato in causa, contro le presunte  «ragioni della guerra», importanti testimoni del secolo scorso quali Benedetto XV (che nel 1917 definì la guerra «inutile strage»), il Cardinal Lercaro, l'articolo 11 della Costituzione italiana e, in generale,  l'insegnamento che si può trarre dalla storia («La storia insegna che la guerra è sempre e solo un'inutile strage»). Pure, al di là degli accenti  di dura condanna della guerra e di tutte le guerre, il discorso del Papa è, a mio avviso,  lontano da una prospettiva meramente irenica e di pacifismo oltranzista; ne è prova il fatto che, in apertura dell'ultima parte del suo discorso  (dedicata al diritto alla pace), egli tiene a ricordare che nell'anno in corso si è celebrato il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, che hanno dato origine all'Europa unita: «Dopo due guerre mondiali e violenze atroci di popoli contro popoli, l'Unione è nata per tutelare il diritto alla pace.» Occorre dunque ridare vita con coraggio al «progetto europeo». Certo non ci si può attendere dal Papa la ricetta di come questo processo di istituzionalizzazione della pace in Europa possa oggi essere rilanciato, non è suo compito: ciò dovrebbe, a mio parere,  stare a cuore alle cittadine e ai cittadini d'Europa e la Politica (ammesso che quest' ultima sia ancora pensabile con la "p" maiuscola) dovrebbe raccogliere tale sfida, dotandosi innanzitutto di positiva immaginazione in tal senso, magari cercando di trarre qualche lezione dalla storia. Ma la via da seguire, fatta di vero dialogo fra istituzioni diverse, fra la cultura e la città, forse Francesco l'ha voluta indicare, come prospettiva generale da perseguire: mi riferisco al grande rilievo che,  fin dall'inizio del suo discorso, egli dà al significato dell'umanesimo quale importante eredità dell'Europa moderna. Si tratta di un tema più apparentemente "neutro" rispetto ai grandi problemi toccati, ma, secondo me, altrettanto rilevante. Vale la pena citare espressamente due brani del discorso, il primo all'esordio del saluto iniziale al mondo universitario bolognese e il secondo, poco oltre:

«L'Università di Bologna è da quasi mille anni laboratorio di umanesimo: qui il dialogo con le scienze ha inaugurato un'epoca e ha plasmato la città.»

«Tutto qui è iniziato attorno allo studio del diritto, a testimonianza che l'università in Europa ha le radici più profonde nell'umanesimo, cui le istituzioni civili e la Chiesa, nei loro ruoli ben distinti, hanno contribuito.»

Alla luce di tali considerazioni anche l'invito conclusivo rivolto da Francesco in primo luogo ai giovani a pensare e a sognare "in grande" e "ad occhi aperti" («Sogno un'Europa universitaria e madre che, memore della sua cultura, infonda speranza ai figli e sia strumento di pace per il mondo»: così suona il commiato finale da parte del Papa) assume un significato che va ben oltre il semplice richiamo alle coscienze e all'indirizzo di vita dei singoli, sgombrando il campo dall'idea che realtà e sogno siano concetti di per sé alternativi e oppositivi e che non sia possibile dar corpo a un progetto che li comprenda entrambi. È l'eredità dell'umanesimo che balza ancora una volta con grande evidenza alla ribalta e che Francesco rilancia nella prospettiva del presente: «Rinnovo con voi il sogno di un nuovo umanesimo europeo, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia.» Ci sarebbe molto da riflettere sulla direzione appena indicata, così come su ogni singolo concetto richiamato; una riflessione a tutto campo farebbe certamente bene alla cultura e alla politica di un oggi che aspiri a fare i conti col passato per proiettarsi, con cognizione di causa, nel futuro. Per ora, a chi scrive, viene in mente, di fronte a prove non certo edificanti della politica sulla scena europea, ciò che Massimo Cacciari e Paolo Prodi sottolineano nel loro suggestivo volume Occidente senza utopie (Il Mulino, 2016) e cioè che il loro libro «nasce da un dialogo intorno all'Europa e al tramonto non solo dell'utopia ma di ogni progetto per il futuro».

 

 

 

 

* Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche – Università di Bologna