Ultimo Aggiornamento:
23 ottobre 2019
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Passaggio a Nord-Est: De Michelis e la Quadrangolare

Lucrezia Ranieri * - 18.05.2019
Gianni De Michelis

Accade talvolta che la personale biografia di un uomo incida non poco sulla sua formazione ideale, sull’orizzonte, cioè, sul quale il suo sguardo finisce per posarsi. Nel caso di Gianni De Michelis, nato a Venezia e fieramente veneziano, il suo essere un uomo del Nord-Est fece posare quello sguardo oltre frontiera, verso il Danubio, diventando una delle caratteristiche del suo agire politico.

Ancor prima di venire nominato ministro degli Esteri, già nel 1988, De Michelis aveva infatti avviato contatti con i rappresentanti dell’Ungheria, dell’Austria e della Jugoslavia, partner che solo un anno più tardi sarebbero stati al centro di un’iniziativa che avrebbe in un certo senso costituito lo sforzo più originale del ministro socialista, quello della creazione della cosiddetta “Quadrangolare”: un’associazione, fra questi quattro stati, il cui scopo era innanzitutto il rafforzamento della cooperazione economica e politica in un’ottica regionale e sussidiaria rispetto alle alleanze esistenti.

L’iniziativa non nasceva dal nulla: già nel corso degli anni ’80 l’area danubio-balcanica era tornata ad essere una delle direttrici principali lungo la quale disporre le limitate risorse della politica estera italiana. Tuttavia, con l’intensificarsi dei segnali di crisi dell’impero sovietico, il legame fra la Penisola e i suoi vicini dell’Est assumeva per De Michelis un senso politico nuovo. Se l’Est europeo stava entrando in una fase di difficile transizione – per quanto allora potesse sembrare lunga questa fase di transizione – l’Italia aveva la precisa responsabilità di aiutare a gestirne le ricadute negative: era un contesto in cui, come ebbe a dire in un’intervista rilasciata al Corriere, «venuta meno in Europa centrale l’omogeneità dell’ideologia, non potendola sostituire con una restaurata fedeltà dinastica, spetta[va] al calcolo degli interessi, rafforzato dalla contiguità geografica, di preservare ed irrobustirne il tessuto unitario». Si trattava, perciò, di recuperare «una parte della realtà dell’impero asburgico, quel ‘mondo dietro le nazioni’ che non era soltanto una forma ma anche uno stile politico»; stile politico, intendeva, assai lontano dalle tendenze totalizzanti e omogeneizzanti dell’esperienza sovietica.

Per una di quelle curiose coincidenze che accadono alle volte nella storia, quest’intervista, preparatoria all’incontro tra i quattro che sarebbe avvenuto il giorno dopo, venne pubblicata il 9 novembre 1989, poche ore prima del crollo del Muro di Berlino; un evento che non poteva che rafforzare le premesse ideologiche dell’iniziativa, così come la sua necessità politica ed economica.

Come scrisse più avanti in un libro-riflessione sulla politica estera dell’Italia, De Michelis non si fece perciò trovare del tutto impreparato di fronte all’eventualità che gli equilibri della Guerra Fredda – equilibri sui quali si era fondata la storia europea dal dopoguerra in avanti – avrebbero potuto improvvisamente terminare, mettendo in discussione quella che lui chiamava “la logica di Yalta”.

L’iniziativa Quadrangolare doveva perciò assumere a quel punto un carattere transitorio e costituire una fase preparatoria per una futura adesione alla Cee – un traguardo ancora lontano, in quel momento, ma fattibile, agli occhi del ministro, e necessario a contrastare le spinte centrifughe del processo di disgregazione dell’impero sovietico.

Il progetto incontrò inizialmente un discreto successo, almeno sul piano diplomatico: a testimonianza di ciò, nel corso del 1990 e del 1991 la Quadrangolare divenne prima una “Pentagonale” con l’ingresso della Cecoslovacchia, e poi un’”Esagonale” con la Polonia. Nel 1992 prese poi la forma dell’Iniziativa Centro-Europea, con l’inserimento di Croazia, Slovenia e Bosnia-Erzegovina, perdendo in parte la connotazione regionale delle origini ed arrivando, nel 1996, a comprendere anche Albania, Bielorussia, Bulgaria, Macedonia, Moldova, Romania, Slovenia e Ucraina e a vedere la creazione Centro per l’informazione e la documentazione dell’Iniziativa a Trieste.

Tuttavia, fu proprio durante un convegno a Trieste, qualche anno più tardi, che Gianni De Michelis avrebbe constatato il sostanziale fallimento della strategia italiana nell’area, incapace di cogliere i frutti e le possibilità offerte dal crollo del Muro di Berlino: «allora pensavamo a una prospettiva straordinaria per il Nordest italiano, che ritenevamo essere destinato per natura a diventare il cuore della nuova Europa. Il giorno dopo la caduta del Muro firmammo quel Quadrangolare la cui efficacia si è oggi ridotta a un ‘Ince’ che non è che una pallida raffigurazione delle potenzialità racchiuse nel progetto di allora».

Cosa andò storto? Nonostante l’Iniziativa avesse avviato un metodo di lavoro piuttosto strutturato e pragmatico, ossia di cooperazione “a geometria variabile” mediante l’utilizzo di specifici “gruppi di lavoro”, fu ben presto evidente l’esistenza di un problema di natura molto concreta: l’assenza dei finanziamenti necessari all’avvio dei progetti cooperativi. Anche in questo caso l’impegno di De Michelis fu notevole, riuscendo a far approvare dal Parlamento, nel 1991, un finanziamento di 1400 miliardi di lire per le “aree di frontiera” che poteva essere usato anche per l’ICE. Gli altri paesi, tuttavia, non avrebbero potuto contribuire allo stesso modo, visto lo stato ancora disastroso delle loro finanze.

Ma un problema ancor più pressante lo pose senza dubbio il peggiorare delle relazioni intra-jugoslave e lo scoppio della guerra che in qualche anno avrebbe portato al disfacimento della Federazione.

Il non troppo brillante ruolo svolto dall’Italia in una crisi di tal fatta è abbastanza noto, come è nota la preponderanza assunta dalla Germania nell’area, che ha fortemente ridimensionato il ruolo italiano. Tuttavia, l’iniziativa Centro Europea sopravvive ancor oggi, peraltro affiancata dall’Iniziativa Adriatico-Ionica, ed è forse un’eredità incompleta, quella che ha lasciato De Michelis nelle vesti di “uomo del Nord-Est”, ma è pur sempre un’eredità per lo più positiva; se non altro perché connotata da un legame tra pensiero e azione, tra visione e progetto che costituisce un aspetto non così banale e non necessariamente valido per tutti gli uomini politici che negli anni hanno occupato le loro poltrone, qui come altrove.

Mi si permetta, per concludere, una riflessione a margine: con la sua retorica distruttiva il 1992 ha travolto tutto, compresa la memoria pubblica di molti dei protagonisti di un cinquantennio di storia italiana, oggi ridotti spesso e volentieri ad una rappresentazione macchiettistica e/o sprezzante che raramente restituisce la tridimensionalità naturalmente propria di un essere umano o la complessità dell’habitat politico. Così, in questo strano universo parallelo che è ormai internet, come di Craxi si ricordano per lo più le monetine all’Hotel Raphael e di Andreotti la gobba e qualche tardiva apparizione televisiva, De Michelis torna in auge sui social come un’«avanzo di balera», citato più per il libro guida alle discoteche d’Italia che non per l’essere stato tre volte ministro – un trend a cui si sono adeguati, il giorno della sua scomparsa, anche non pochi quotidiani nazionali. Non che questo rappresenti un fatto del tutto negativo: a volte anche l’ironia di un “meme” intelligente e ben fatto può risvegliare in qualcuno l’interesse per temi altrimenti ignoti. Bisogna tuttavia che ogni tanto si rifletta sulla nostra storia politica al di fuori della diffusa impostazione folkloristica e decontestualizzante, nella consapevolezza che anche nell’incapacità di interloquire seriamente ancorché serenamente con il nostro passato possa risiedere una delle ragioni della nostra eterna adolescenza politica.

 

 

 

 

* Dottoranda in Storia Contemporanea all’Università di Viterbo