Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Paolo Borsellino: una morte annunciata già davanti alla Commissione Antimafia

Francesco Provinciali * - 24.07.2019
Paolo Borsellino

Domenica 19 luglio 1992 mentre si accingeva a far visita alla madre, al civico 21 di Via Mariano D’Amelio a Palermo, il magistrato Paolo Borsellino saltò in aria con la sua scorta, per un’autobomba fatta esplodere proprio come era accaduto, con le stesse modalità, nove anni prima per il collega Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo: una Fiat 126 carica di 75 kg di tritolo, un anno dopo l’assassinio del Generale Dalla Chiesa.

Ma il presentimento della fine ormai prossima a cui andava incontro, il giudice Borsellino lo aveva radicato con precisione come un destino che stava scritto nella sequenza delle cose, il 23 maggio di quello stesso anno, giorno della strage di Capaci dove perse la vita il fedele collega ed amico Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo, cioè circa cinquanta giorni prima dell’eccidio di Via D’Amelio.

Sono passati 27 anni da quel duplice omicidio per opera della mafia ma ancora molte verità sono occultate, molte taciute, molti veleni non hanno smesso di circolare nei palazzi dei Tribunali e nelle più alte sedi delle istituzioni dello Stato.

Ogni anno ricordiamo con una partecipazione emotiva che non ha pari, quei tragici eventi.

Ma proprio in questi giorni, a distanza da quel 19 luglio 1992, emergono nuovi inquietanti risvolti e particolari agghiaccianti.

Come se quella lunga scia di sangue e terrore che macchiò per sempre la splendida terra della Sicilia avesse da dirci ancora qualcosa.

A cominciare dalle connivenze, dai sospetti, dalle complicità che avevano ammorbato e reso difficile quel periodo di lotta senza quartiere dei magistrati siciliani contro l’onnipotenza della mafia, che aveva portato al maxiprocesso del 1986/87 e di cui gli attentati fatali a Falcone e Borsellino furono l’epilogo della rivalsa crudele della mafia colpita al cuore.

Ogni anno ricordiamo ed esaltiamo queste figure straordinarie di uomini e servitori dello Stato: forse non abbiamo ancora approfondito a sufficienza i risvolti umani di quel terribile ‘uno-due’ che la mafia assestò allo Stato e alla Giustizia con l’eccidio di Capaci e la strage di Via D’Amelio.

Ci aiuta a ricostruire questa parte non ancora del tutto esplorata la decisione della Commissione Parlamentare antimafia di desecretare tutti gli atti raccolti dalla sua istituzione nel lontano 1962, e in particolare, proprio in prossimità del ricordo di quel tragico fatto di sangue che spense la vita di Borsellino, le audizioni rese dal Magistrato nelle sei occasioni in cui fu sentito dalla Commissione tra il 1984 e il 1991.

Dalla libertà di movimento di cui avevano goduto Bernardo Provenzano e Totò Riina, ai latitanti illustri del trapanese, alle connivenze politiche e alle fonti di finanziamento, fino ad aspetti finora non noti della vita quotidiana stessa - privata e professionale - del giudice Borsellino, della carenza di mezzi e dotazioni persino d’ufficio che lo avevano costretto a scrivere i verbali a mano e a rinunciare all’auto blindata per muoversi con la sua macchina privata: “La libertà la riacquisto - dice tra l’altro Borsellino rispondendo ad un esponente della Commissione - ma non vedo che senso ha perdere la libertà la mattina per essere libero di essere ucciso la sera". Tutto questo si ascolta dai nastri e suscita emozioni agghiaccianti.

Se è doveroso apprezzare il gesto del Presidente della Commissione antimafia di togliere il segreto a quelle audizioni dell’alto magistrato non ci si può non domandare perché – in nome della verità e della giustizia – ciò non sia stato fatto prima. Non ci si può non immedesimare nello stato d’animo di quel giudice e servitore dello Stato, investito di responsabilità gravissime che rivolgendosi alla Commissione parlamentare antimafia mette a nudo tutte le sue difficoltà di uomo di legge e di persona non adeguatamente tutelata.

Un uomo solo, come solo era stato Falcone, magari osteggiato, vittima del disinteresse delle istituzioni, baluardo estremo della legalità di fronte alla più potente organizzazione criminale della Storia di questo Paese: un uomo, con i suoi inevitabili timori, con i suoi affetti, con i sentimenti di consapevolezza della situazione che lo ‘avvertiva’ di una sovraesposizione di se stesso, di una lotta impari, di un destino già scritto. Per questo l’ammirazione e la commozione ogni volta che si rievocano quei fatti ci assalgono non senza la rabbia che proviamo pensando che non fu fatto tutto il possibile per salvare quelle vite.

Dove è finita la famosa agenda rossa dove Borsellino custodiva i suoi segreti professionali e che portava sempre con sè? Se lo domanda a distanza di 27 anni il fratello Salvatore, adombrando che in molti sappiano ma tacciano.

Per non rendere vano il sacrificio di Paolo Borsellino, consapevole che la morte lo attendeva al varco come era successo due mesi prima a Giovanni Falcone ma fiero e coraggioso nel vivere ogni giorno in modo indomito, tutti gli aspetti oscuri di quelle vicende umane ed istituzionali, in tutti i meandri più reconditi ove alberga la verità non del tutto rivelata, devono essere chiariti e resi pubblici.

L’Italia non deve essere più il Paese delle morti eccellenti, dello stragismo senza colpevoli, dei misteri di Stato. Altrimenti le rievocazioni hanno il sapore amaro e beffardo della retorica.

 

 

 

 

* Ex dirigente ispettivo MIUR