Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Nove miti da sfatare sull'immigrazione in Italia

Simone Paoli * - 17.02.2015
Barcone di immigrati

In Italia un dibattito serio, sereno, laico sul tema dell’immigrazione non è mai esistito. Spesso polarizzato tra la vuota retorica del “rimandiamoli tutti a casa loro” e l’altrettanto vuota retorica dell’“accogliamoli tutti a casa nostra”, esso si è raramente interrogato sui nodi centrali di una moderna politica dell’immigrazione che, inevitabilmente, avrebbe dovuto legarsi alle più generali strategie di programmazione socio-economica, di intervento educativo-culturale e di politica internazionale del paese; ammesso che si ritenesse utile l’apporto di lavoratori stranieri, i soggetti interessati avrebbero dovuto pubblicamente interrogarsi su quanti immigrati fosse ragionevole e conveniente accogliere e, al limite, da quali aree geografiche, quali settori economici richiedessero manodopera straniera e con quali percorsi di formazione fosse opportuno prepararla, quali modalità di reclutamento fosse utile adottare e quali canali e modelli di integrazione sarebbero stati sostenibili e vantaggiosi nel contesto italiano.

Questo breve articolo non intende certo rispondere a queste domande; francamente, non possiedo né strumenti di conoscenza né, soprattutto, visione politica sufficienti per pormi come soggetto autorevole in un tale dibattito. Le mie ricerche storiche sulla politica di immigrazione italiana, però, mi hanno consentito di apprendere qualcosa che, credo, non tutti sappiano; spero che queste piccole “rivelazioni” possano contribuire a un dibattito più maturo, più consapevole e, se così si può dire, più fruttuoso, prima che la situazione, complice la crisi economica e le crescenti tensioni internazionali, esploda con tutte le sue, irrisolte, contraddizioni.

 

Non è vero che l’immigrazione in Italia sia cominciata all’inizio degli anni Novanta, con gli sbarchi degli albanesi a Brindisi. In realtà, i flussi in arrivo cominciarono a superare i flussi in partenza già all’inizio degli anni Settanta, come conseguenza dei massicci rientri di nostri emigranti e, per la prima volta nella storia post-unitaria, di significative ondate immigratorie provenienti da ex-colonie italiane (Etiopia e Somalia), da paesi africani (Capo Verde) e asiatici (Filippine) di religione cattolica e da paesi mediterranei geograficamente prossimi (Egitto, Marocco, Tunisia e Iugoslavia).

 

Non è vero che il fenomeno sia passato inizialmente inosservato agli occhi della classe politica. Documenti dell’Archivio Centrale dello Stato e, in particolare, dell’Archivio Aldo Moro dimostrano come, già all’inizio degli anni Settanta, il tema dell’immigrazione fosse al centro delle relazioni tra Italia e paesi di provenienza.

 

Non è vero che il fenomeno sia passato inizialmente inosservato agli occhi dei principali commentatori politici. A seguito di un articolo scritto da Romano Prodi alla metà degli anni Settanta e pubblicato su Il Corriere della Sera con il titolo “L’Italia è diversa e mancano i negri” si aprì, infatti, un primo, vivace, dibattito che coinvolse una piccola ma qualificata platea di esperti e intellettuali.

 

Non è vero che il fenomeno immigratorio fosse inevitabile. Come suggeriva Romano Prodi nello stesso articolo, infatti, sarebbe stato probabilmente sufficiente sviluppare «una politica di investimento in loco e di collaborazione più stretta e coordinata […] con i paesi poveri del Mediterraneo» e, soprattutto, creare «una diversa gerarchia di valori per cui il lavoro manuale sia reso veramente pari agli altri lavori e ne siano perciò riconosciuti vantaggi economici sufficienti a recuperare il maggior disagio e il minor prestigio sociale di cui esso gode»; bisognava passare, in altri termini, a «una gerarchia salariale di tipo moderno, dove all’ultimo gradino non troviamo i lavoratori manuali, ma quelli impiegatizi di tipo ripetitivo». Sia in tema di strategia internazionale sia in tema di politica economica si è, in realtà, percorso una strada opposta.

 

Non è vero che fosse impossibile contenere i flussi migratori. Come dimostrano le statistiche, al netto dei ricongiungimenti familiari e dei richiedenti asilo, infatti, i paesi dell’Europa centro-settentrionale ebbero un certo successo nel limitare l’afflusso di lavoratori stranieri quando, all’inizio degli anni Settanta, adottarono politiche più rigorose in materia di controllo dell’immigrazione; il rifiuto italiano di adottare e, poi, mettere in pratica queste stesse politiche fu, perciò, più frutto di una scelta che presa d’atto di un’impotenza.

 

Non è vero che il fenomeno migratorio abbia avuto origine da una carenza di offerta di lavoro per cui, pur in presenza di alti livelli di disoccupazione, esistevano, comunque, “lavori rifiutati” dagli italiani e accettati solo dagli stranieri. A riprova, si può citare non solo la circostanza che l’immigrazione si affermò inizialmente nelle aree più depresse del paese ma anche l’evidenza che essa fu spesso accompagnata dalle proteste dei lavoratori occupati e disoccupati indigeni, a cominciare dalle lotte dei braccianti e dei pescatori siciliani danneggiati dalla concorrenza degli immigrati tunisini tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta.

 

Non è vero, di conseguenza, che l’immigrazione convenne a tutti i soggetti sociali e, comunque, non nella stessa misura. Spesso, infatti, al massiccio ricorso a lavoratori stranieri in certi settori, soprattutto nel primario e nel terziario, fece da contraltare l’abbandono e la vera e propria espulsione di lavoratori italiani.

 

Non è vero che la sinistra sia sempre stata pro-immigrazione e che la destra sia sempre stata anti-immigrazione. Al contrario, i sindacati statunitensi e, poi, europei furono i soggetti organizzati più ostili a consistenti processi di immigrazione mentre, in Francia, fu il Partito Comunista la prima forza politica a sollevare obiezioni sull’eccessiva presenza e sulla iniqua distribuzione degli immigrati sul territorio nazionale; se la sinistra italiana fu, per lungo tempo, l’area politica più favorevole all’immigrazione, ciò fu dovuto a peculiari condizioni storiche, politiche e ideologiche. Allo stesso tempo, se è vero che le associazioni imprenditoriali e i partiti liberaldemocratici sono tradizionalmente stati i principali sostenitori dei processi di immigrazione, è altresì vero che persino la destra radicale neo-fascista, a cominciare dal Movimento Sociale Italiano sotto la breve segreteria di Pino Rauti, ha talvolta sostenuto la necessità dell’immigrazione in nome di una solidarietà terzomondista anti-sovietica e anti-statunitense.

 

Non è vero, infine, che le politiche migratorie siano state esclusiva funzione di dinamiche e considerazioni nazionali. La rete dei rapporti internazionali e, nello specifico italiano, il quadro dei vincoli europei sono stati, infatti, fattori decisivi nella definizione delle scelte immigratorie, spesso a prescindere e, persino, a danno di orientamenti e interessi interni.

 

 

 

 

* Simone Paoli, dottore di ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Universita' di Firenze, e' assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell'Universita' di Padova.