Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Non siamo un Paese indipendente. Qual è la novità?

Omar Bellicini * - 02.06.2018
Italia non indipendente

Come al solito, ci concentriamo sui protagonisti, analizzando la politica con le stesse modalità con cui valuteremmo una soap opera. Probabilmente, è una tendenza inevitabile. Qualcuno dà la colpa ai talk show, ma chiunque si sia occupato di comunicazione (o di letteratura) sa che i personaggi sono sempre stati più intriganti dei concetti, in qualunque narrazione. Il racconto della vita pubblica non fa eccezione. Ma proprio per questo è necessario ribadire un principio: in politica gli uomini contano, ma conta ancora di più il contesto in cui si muovono. Vale, naturalmente, anche per quest'ultima crisi italiana; e sul punto occorre, forse, aggiungere qualcosa. Se il problema della "sovranità limitata" derivasse dall'arrendevolezza dell'attuale Capo dello Stato nei confronti delle pressioni internazionali, i cosiddetti sovranisti avrebbero gioco facile: scaduto il settennato, o sostituito anzitempo il Presidente (qualcuno continua a sperare), vedremmo magicamente rinnovata l'autonomia della Repubblica. Basterebbe eleggere un Presidente "del popolo", evitando il "solito amico dei poteri forti". Uno scenario semplice come uno slogan. Già, come uno slogan. Invece, a dispetto delle semplificazioni strumentali e dei personalismi di cui sopra, il fenomeno della "sovranità limitata" (che esiste) non è questione di individui, ma di sistema. Mi spiego: l'Italia non è "totalmente indipendente" per il semplice fatto che, nel mondo contemporaneo, nessuno lo è. Nell'era della globalizzazione compiuta, i mercati sono strettamente (e fatalmente) interconnessi. Lo si dice spesso, ed è vero. Ciò significa che, nel caso fallisse un'economia di grandi o medie dimensioni, in qualsiasi parte del Pianeta, il tracollo si ripercuoterebbe su tutti, con effetti potenzialmente devastanti per la maggior parte dei popoli. Insomma, oggi come oggi, se un tassello vacilla, cadono tutti. Come in un domino. Può non piacere, ma è lo stato delle cose. È quindi evidente che i vari attori in gioco abbiano tutto l'interesse ad avere dei partner che siano (e si dimostrino) completamente affidabili. Il libero flusso delle merci e dei capitali è stato un "investimento" comune, che ha prodotto enormi benefici di crescita, ma che comporta anche delle responsabilità. Delle responsabilità comuni, che richiedono una gestione condivisa: nessuno si illuda di poter fare da solo. C'è, però, dell'altro: l'Italia è effettivamente meno autonoma rispetto ad altri Paesi. Per via di una congiura? No, a causa delle sue debolezze strutturali. Gli Stati che mirano ad assicurare adeguati livelli di welfare (anche per scongiurare tensioni sociali) si trovano, nella stragrande maggioranza dei casi, nella necessità di reperire, sui mercati internazionali, fondi ulteriori rispetto a quelli che producono. Insomma, devono chiedere dei prestiti (proprio come fanno le persone). Se i debiti vanno oltre una certa soglia, che varia a seconda della capacità del Paese di creare ricchezza, è chiaro che quest'ultimo si trovi a essere sempre più assoggettato a chi gli presta denaro.

Ecco: il nostro debito è stratosferico, e da più di 40 anni continua a salire (anche se promettiamo continuamente, ai nostri "soci", di ridurlo). Capito perché non siamo più in grado di fare come ci pare?

L'assunto è semplice, e riguarda sia le Nazioni che gli individui: se si è forti, si è liberi. Se si è deboli, l'unica speranza è di unirsi ad altri, per diventare forti (e quindi liberi). È il motivo per cui si è sviluppato, nell'ultima parte del Novecento, il grande sogno di un'Europa unita: una lega che ci avrebbe permesso di non essere alla mercé di fondi di investimento e banche d'affari. Ma hanno prevalso gli egoismi nazionali (da parte di tutti) e il progetto si è arenato, trasformandosi in qualcosa di diverso rispetto a quanto si era pensato e sperato. È dunque il momento della domanda dalle cento pistole: possiamo dire no alle "ingerenze"? Certo. Ma l'esito sarebbe, con ogni probabilità, la chiusura dei rubinetti di valuta, e conseguentemente il default; che è una bella parola, finché non si traduce in licenziamenti del pubblico impiego, riduzione delle pensioni, prelievo forzoso sui conti correnti e impossibilità di accedere ai mutui. Perciò, se volete prendetevela col Presidente Mattarella, fate pure. Ma non sarà cambiando l'inquilino del Quirinale che modificheremo la realtà. Un'alternativa di lungo periodo, sia chiaro, ci sarebbe: una politica responsabile, che punti alla riduzione del debito a tasse invariate. Una prospettiva possibile, ma solo a patto di essere davvero indipendenti. Indipendenti dai nostri egoismi, dalle illusioni e dalle facili risposte.

 

 

 

 

* Omar Bellicini, redattore italo-algerino, vive tra Italia e Nordafrica. Si è formato giornalisticamente nella redazione del sito all-news Tgcom24 ed è coautore del saggio Einaudi “Nella mente di un terrorista”.