Ultimo Aggiornamento:
27 luglio 2022
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Non ci sarà vera pace senza nuovi 1989

Andrea Frangioni * - 06.07.2022
Ucraina

Uno dei commenti più convincenti sulla drammatica guerra in Ucraina è stato quello di Angelo Bolaffi: questa è la guerra per l’Impero che Gorbačëv tra il 1989 e il 1991 non volle fare. È una guerra contro il 1989. Per questo se le forze russe, come sembra in queste settimane, prevarranno nel Donbass, non avremo un Putin “non umiliato” che accetterà di negoziare ma l’offensiva proseguirà verso Odessa, per congiungersi con la Transnistria e coinvolgere la Moldavia. E tornerà il progetto iniziale di prendere Kyiv e instaurarvi un governo fantoccio. Se questo scenario è corretto, la prima iniziativa non può che essere quella di armare ancora di più la resistenza ucraina in vista di una controffensiva che riporti le forze russe, il più possibile e per quanto possibile, alle posizioni del 24 febbraio. A quel punto si potrà negoziare.

La resistenza all’aggressione russa non è però solo quella armata. Dall’inizio dell’invasione molto altro è stato fatto: i civili ucraini hanno tolto i cartelli stradali e sono stati fatti blocchi stradali per rallentare i mezzi russi; coraggiose manifestazioni pacifiche si sono svolte nelle città ucraine occupate, come Kherson; in Russia nelle prime settimane le manifestazioni contro l’invasione sono state superiori alle aspettative e ora, dopo una dura repressione, continuano in forme sotterranee e fantasiose (le scritte contro la guerra sulle monete, le donne che protestano vestite a lutto con una rosa bianca); è ancora attiva, dopo la repressione delle proteste seguite alle elezioni presidenziali truccate dell’agosto 2020, l’opposizione bielorussa, anche con attacchi hacker sul web. E gli hacker di Anonymous hanno con successo colpito a più riprese siti governativi russi. Sono queste forme di resistenza nonviolenta che ispirano queste brevi note.

 

Per una fondazione Tocqueville-Havel

 

Dopo la vittoria talebana in Afghanistan dello scorso agosto in tanti hanno sostenuto che la democrazia non si può esportare, in particolare con le armi. E per molti il retropensiero era in realtà che della promozione della democrazia in giro per il mondo non ci si dovesse occupare punto e basta. L’aggressione della Russia all’Ucraina ora ci mostra però l’altra faccia della medaglia: un mondo multipolare che veda tra i suoi protagonisti potenze autoritarie (la Russia, ma, in prospettiva, soprattutto la Cina) è un mondo che conduce alla guerra.

Se vogliamo evitare la guerra l’unica via, per quanto difficile e per quanti sorrisi di sufficienza possa provocare tra i “realisti”, diventa allora quella del sostegno ai movimenti che in modo nonviolento lottano per la transizione dall’autocrazia alla democrazia liberale e allo Stato di diritto. Le rivoluzioni pacifiche culminate negli eventi del 1989, da Solidarnosć, il KOR, Charta ’77 ai Forum civici sono il modello. Ed è in fondo quello che Putin e Xi Jinping temono di più, è quello contro cui combattono.

Oggi si è generalmente scettici su questo modello dopo le “rivoluzioni colorate” e le primavere arabe, quasi sempre fallite dopo un primo successo. Ma è proprio da questi fallimenti che si può ripartire. La capacità di mobilitazione di fasce giovanili e urbane della popolazione, alimentata in particolare nelle primavere arabe dai social network, ha condotto a sottovalutare la difficoltà di un più profondo radicamento sociale. È in fondo un po’ quello che era già capitato ai giacobini napoletani rievocati da Cuoco nel Saggio storico sulla rivoluzione partenopea.

E questo è il punto. Ai tempi delle primavere arabe si parlò molto di Gene Sharp (1928-2018) e della sua Albert Einstein Institution di Boston che produceva manuali e istruzioni su come organizzare proteste pacifiche e forme di disobbedienza civile. In modo simile hanno agito Srdja Popovic e gli attivisti di OTPOR, dopo aver rovesciato Milosevic in Serbia nel 2000. A questo supporto “tecnico” si dovrebbe ora unire una più profonda riflessione sulla democrazia, sui presupposti necessari al suo radicamento, sul suo rapporto con la nonviolenza intuito ad esempio da Karl Popper, anche sulle sue “difficoltà”. E la nostra tradizione storica ed umanistica può molto aiutare.

Ci vorrebbe insomma una fondazione Tocqueville-Havel per lo studio e la promozione delle società e dei regimi democratici, una via di mezzo tra la Albert Einstein Institution, Freedom House e il nostro Istituto italiano per gli studi storici fondato da Croce a Napoli. Si potrebbe iniziare con inviti e borse di studio (senza bandi burocratici) presso le nostre Università per ospitare storici, studiosi di discipline umanistiche, giuristi, studiosi di politica economica dissidenti in Russia o in Bielorussia (o in Cina, in Turchia, in Iran) o in fuga dall’Ucraina e poi cercare di realizzare con loro una biblioteca e un luogo di dibattito e riflessione. Aperto a tutti coloro che con diversi accenti si sentono, come Lezlek Kolakowski, socialisti-conservatori-liberali.

 

 

 

 

* Storico, dirige per la casa editrice Rubbettino la collana “L’Isola di Jura – Storie di dissidenti”