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20 aprile 2024
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Meloni: zoppica la stampella della politica estera

Paolo Pombeni - 18.10.2023
Meloni e Netanyahu

Proprio mentre doveva dare conto di una legge di bilancio non esattamente esaltante, a Giorgia Meloni sta venendo meno la stampella della politica estera che era stata sin qui un importante punto a suo favore. Certamente le scelte fatte per la finanziaria sono state tutto sommato ragionevoli e tali da mandare a Bruxelles e ai mercati un messaggio non allarmistico. C’è lo scivolone ridicolo di aver dovuto dare a Salvini i soldi per fare almeno un avvio di propaganda sul ponte di Messina (di più non potrà fare), ma era il prezzo per costringerlo a stare nei ranghi rinunciando alle sue varie bandierine (a cominciare dalla riforma delle pensioni). A Tajani ha dato un aumento delle pensioni minime che non si sa quanto potranno fruttargli sul piano elettorale. Le varie agevolazioni fiscali, nessuna scandalosa, servono più o meno a tutta la maggioranza.

Vedremo se i vantaggi dati ai redditi medio-bassi, apprezzabili in tempi di inflazione, frutteranno un po’ di consenso. Molto dipenderà dall’andamento dell’economia nel prossimo anno (che è il limitato orizzonte temporale in cui valgono la maggior parte dei vantaggi): se i prezzi del carrello della spesa non scendono o addirittura crescono, se il costo di benzina e gas dovesse salire molto, la percezione dei vantaggi ottenuti si cancellerebbe.

Tuttavia, come dicevamo, il governo non è che avesse reali margini di manovra. Lo ha detto la premier, lo ha ripetuto il ministro Giorgetti e molti sono d’accordo. Il fatto è che quel campo della politica estera su cui tanto ha insistito Meloni e che poteva darle quell’avvio di statura e di peso di cui ha molto bisogno per contare nelle relazioni internazionali e per trovare sponde alla sua azione domestica sembra scricchiolare.

Si comincia con l’incepparsi della sua politica africana, che indubbiamente era frutto di una visione intelligente del momento internazionale. Il piano Mattei, cioè la ricerca di partnership paritarie con governi dell’Africa per garantirsi accesso privilegiato a fonti energetiche e anche ad altre materie prime, si è incrinato per il venir meno dell’accordo con la Tunisia. Non si tratta solo del fatto che la cooperazione di quel paese era chiave per arginare il flusso dei migranti, ma del fatto che a determinare il venir meno di quegli accordi è stata la pesante ingerenza russa nell’area.

Il dittatore di Tunisi non era ovviamente contento di vedersi condizionato da accordi economici con la UE che gli imponevano una gestione accettabile del contesto politico e dei diritti umani, ma di soldi aveva bisogno. Glieli darà Putin, o almeno ha promesso di farlo, e certo lo zar del Cremlino non è sensibile alla tutela dei diritti umani. Ora si potrebbe pensare che si tratta solo di un episodio che riguarda un singolo stato, mentre con altri possiamo avere rapporti buoni. Non a caso la premier è andata in Mozambico dove l’Italia qualche credito storico lo ha per avere mediato la fine della guerra civile sia con l’attività della comunità di Sant’Egidio (fu mons. Zuppi l’uomo chiave) sia con quella del governo italiano (e qualcuno dovrebbe ricordarsi della politica africana promossa dall’allora sottosegretario agli Esteri Mario Raffaelli). Ma l’ingresso in campo della Russia non è un episodio che si limita alla Tunisia, come stiamo vedendo con l’attivismo di Putin sulla questione israelo-palestinese e come sappiamo per la penetrazione delle sue varie agenzie nei paesi africani.

Non ci pare che in Europa si reagisca colla dovuta attenzione a questa situazione che dovrebbe preoccupare e temiamo che non siano estranee a queste indolenze le invidie per l’attivismo di Meloni. Anche qui però si aggiunge un fatto nuovo ed è l’esito delle elezioni in Polonia.

A stare agli exit poll il partito di destra da lungo tempo al potere, quello di Kaczynsky e Morawiecki, è risultato il più votato alle elezioni, ma non è in grado di formare una coalizione di maggioranza, mentre ciò sarebbe possibile al partito filo-europeo di Donald Tusk. Ora se effettivamente questo si verificherà, si indebolisce notevolmente il peso del conservatorismo polacco di destra che è un asset fondamentale perché Meloni possa puntare ad inserirsi nel nuovo gruppo di potere che guiderà la UE dopo le elezioni del prossimo giugno (ulteriore brutto colpo dopo il flop del partito spagnolo Vox su cui pure aveva puntato anche con qualche enfasi estremistica).

È sempre possibile che nonostante tutto la nostra premier trovi il modo di abbandonare i suoi vecchi alleati pur di sedersi nel gruppo di comando accanto ad una von der Leyen che spera nel secondo mandato, ma bisogna vedere se gli altri la accetteranno una volta che si sia indebolita.

Il mantenere uno standard internazionale di buon livello è essenziale per Meloni, che sul piano interno è sempre tallonata da Salvini, che in questi ultimi giorni sembra si sia un po’ calmato, ma visto il tipo non c’è da farsi illusioni. I sondaggi a livello nazionale danno FdI sempre su alti livelli, ma registrano anche un blocco della crescita con la perdita anche di qualche punto, segnale che può bastare qualche scivolone del centrodestra in elezioni locali (ormai siamo alla vigila di quelle in Trentino-Alto Adige) per diffondere la sensazione che la stagione galoppante della destra-centro ha perso le sue spinte progressive (e ci sono anche le suppletive a Monza, altro evento che potrebbe essere simbolico trattandosi dell’ex seggio di Berlusconi).

Insomma il mondo si muove, e anche troppo verrebbe da dire, sicché ci pare in esaurimento la stagione dei vecchi furori per eccitare le fantasie facili di un elettorato in crisi per il cambiamento del panorama tradizionale. Vale anche per le opposizioni che non sembrano in generale capaci di cogliere queste opportunità perché ripetono le vecchie, tradizionali litanie. A meno che, come altre volte è successo nella nostra storia politica, un rinnovamento di posizioni non venga dalla periferia, forse più capace di abbandonare i tradizionali, usurati costumi di scena.