Ultimo Aggiornamento:
20 ottobre 2021
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L'ora della complessità

Paolo Pombeni - 14.04.2021
Io apro

Il crescere delle inquietudini sociali con l’aperta sfida alla legge di membri di alcune categorie (il movimento “Io apro” di ristoratori e baristi), episodi di rottura da parte di qualche presidente di regione (emblematico De Luca in Campania) e più in generale le notizie sugli umori sempre più esasperati presenti in quote dell’opinione pubblica preoccupano, come è ovvio, il governo. Ci si aggiunga il morso di una situazione economica che fa crescere le disuguaglianze in un paese che ha puntato molto sul settore dei consumi, situazione a cui si può ormai rispondere solo in maniera molto limitata con il ricorso ai “ristori” (che fra l’altro sono pur sempre un ricorso al deficit di bilancio, qualcosa che prima o poi si dovrà pagare).

Sembra adesso che il governo si stia smarcando da una linea aprioristicamente rigorista per provare ad immaginare una politica che consenta di andare incontro al bisogno di un qualche ritorno alla normalità. La scelta è molto onerosa e altrettanto rischiosa perché c’è il timore che si ripeta quel che successe la scorsa estate: le riaperture furono vissute come il classico “liberi tutti” e il virus trovò ottime condizioni per riprendere il suo lavoro contagiando in maniera peggiore di prima. Anche ora non si sa quanto si possa fare conto sul senso di autodisciplina dei cittadini, soprattutto dal momento che il nuovo virus dominante, che è quello che va sotto il nome di variante inglese, è molto aggressivo, si diffonde con maggiore facilità e sembra sia anche più letale. Ci si aggiunga che le possibilità di controllo da parte dell’autorità pubblica sono limitate come si è visto in queste ultime fasi sia nelle zone rosse che in quelle arancioni: il contenimento dei casi gravi di assembramento e violazione delle regole già è complicato, il controllo capillare della circolazione delle persone è impossibile per la quantità di eccezioni che inevitabilmente si devono contemplare (non si può impedire di fare la spesa, comprare i giornali, procurarsi vari generi che servono per la vita quotidiana, fare un minimo di movimento, ecc.).

Draghi si trova alle prese con la complessità di una situazione che non è governabile semplicemente sulla base di criteri astratti, prima di tutto la salute o prima di tutto l’economia. Per arduo che possa essere, è necessario far convivere più esigenze sia per non portare il paese sull’orlo di un conflitto sociale che poi non sarebbe facile dominare, sia per evitare una debacle economica poi difficile da recuperare, il tutto senza far piombare l’Italia in una quarta devastante ondata pandemica che ci metterebbe tutti a terra. Somiglia al classico problema della quadratura del cerchio, insolubile per antonomasia. Eppure una qualche soluzione va trovata: la politica ci si deve impegnare in uno sforzo di ricerca della concordia nella gestione di questa difficile emergenza.

La speranza di risolvere tutto in tempi non troppo lunghi grazie alla immunizzazione di massa attraverso i vaccini va ridimensionata. In parte per carenze strutturali, nostre ma anche dell’Unione Europea. In parte perché comunque a questo punto ci vorranno molti mesi (si parla di una immunizzazione di massa per fine settembre) e non è possibile tenere tutto bloccato sino ad allora. Dunque diventa necessaria una certa pedagogia di convivenza col virus perché sia possibile consentire lo svolgersi dell’attività economica nel quadro di una ripresa della vita sociale.

Senza drammatizzare ed ingigantire i problemi va però riconosciuto che il sistema delle chiusure, per quanto necessario ed inevitabile, ha avuto un impatto sul sistema sociale: ci sarà da recuperare quel che si perso con la rivoluzione forzata nel sistema della fruizione delle scuole, si riscontrano problemi psicologici nella popolazione, alcune reti di relazione che aiutano a diffondere e ad elaborare le reazioni agli eventi sono state di fatto molto ridotte se non sospese (pensiamo, solo per fare un esempio, alla vita delle strutture religiose). È compito della politica occuparsi del ristabilimento di quel che è andato compromesso? Certamente, ed è evidente per esempio per il problema scolastico, che impatta non solo sui ragazzi, ma sulle loro famiglie.

Abbiamo anche scoperto quanto la nostra economia dipenda dai consumi. Magari per i tecnici non è una novità, visto che sono anni che il mito della ripresa e dello sviluppo economico è stato associato all’incremento dei consumi. Ora questo mondo è crollato ed implica non solo un impoverimento dei più immediati gestori di questi servizi, ma anche di tutto l’indotto che vi è collegato. Magari l’aspetto più evidente di questa situazione è dato dal problema dell’industria turistica, che aveva avuto un grande sviluppo negli ultimi decenni anche come dimensione di flussi internazionali. Improvvisamente quella che era sembrata la gallina dalle uova d’oro ha proprio smesso di deporle, anzi si teme che si possa spostare verso altri paesi (qui però andrebbe ricordato che la pandemia è diffusa e che non basteranno le disinvolte dichiarazioni di essere “Covid free”).

Il governo è alle prese con questa complessità, che abbiamo schizzato solo per sommi capi, perché andrebbero aggiunte considerazioni sulla situazione dell’economia industriale, sulle relazioni internazionali, sui servizi pubblici e via dicendo. Chi non distoglie lo sguardo da questo capisce bene cosa significa un ritorno ad un quadro di “solidarietà”. Il concetto è stato ridotto troppo spesso ad un santino moralistico, ad una questione di buoni sentimenti, perdendo di vista la sua dimensione strutturale e politica. Va riconquistata, ma è un’operazione che richiede davvero una solidarietà come nazione, perché non ci sono “ricette”, più o meno scientifiche, che la creino senza un lavoro di ricostruzione di una cultura del coraggio di fronte alle svolte storiche.