Ultimo Aggiornamento:
19 giugno 2024
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Lo Sri Lanka verso la riconciliazione nazionale?

Miriam Rossi * - 14.03.2015
Mahinda Rajapaksa

Come tentare di assicurare la riconciliazione nazionale in un Paese dopo anni di violenza e guerra civile? Negli anni Novanta le sperimentazioni in tal senso hanno affiancato il sistema dei Tribunali internazionali ad hoc, istituiti nei casi della ex Jugoslavia e della Sierra Leone, ereditando, se così si può dire, il modello di Norimberga e anticipando la creazione della Corte Penale Internazionale, a inediti esperimenti di Commissioni nazionali per la verità e la riconciliazione, consacrati dal banco di prova del Sudafrica post-apartheid. Una cosa è certa: fare i conti col passato diventa una necessità a cui non ci si può sottrarre all’infinito. I fantasmi di un genocidio vecchio un secolo, quale quello armeno, riecheggiano ancora oggi in Europa, così come l’assenza di un processo condiviso di ricostruzione della storia e della giustizia nell’Italia repubblicana, nata dalle ceneri del fascismo e della seconda guerra mondiale, incide tuttora profondamente sulla cultura e sulla politica del Paese.

È per questa ragione che genera perplessità l’assenza di un qualsivoglia sistema di giustizia e di rielaborazione di quel conflitto, seppur silenzioso e a bassa intensità, che si è combattuto per venticinque anni fino al 2009 nella regione di Jaffna, situata nella parte settentrionale dello Sri Lanka, tra la popolazione cingalese e quella tamil. All’affermazione della pace con l’annientamento della resistenza dei tamil nel maggio 2009 non è seguita alcuna azione politica per disinnescare la conflittualità e ricomporre il corpo sociale del Paese, dilaniato dalla guerra civile e dagli attentati terroristici che dal 1983 hanno portato la guerra anche nel resto dell’isola. Il perché è chiaro: la fine della guerra è stata costellata di episodi di una tale violenza da costare la vita a più di 40mila persone solo nelle ultime settimane del conflitto, per la maggior parte civili tamil incontrati sul cammino dell’esercito nazionale cingalese avente l’ordine di annullare la compagine militare delle cosiddette Tigri del Tamil (LTTE). Furono bombardate scuole, ospedali e accampamenti civili, vennero usate armi “non convenzionali” come bombe a grappolo e al fosforo; si sarebbe ricorso a stupri, torture, rapimenti, esecuzioni extra-giudiziarie di massa e trasferimenti forzati. Numeri incerti, stimati dall’ONU sulla base di testimonianze e valutazioni successive, data l’assenza di una copertura degli avvenimenti da parte dei media, allontanati dalle autorità di Colombo insieme alle organizzazioni umanitarie intervenute in soccorso dei civili.

Una realtà su cui l’ONU intende far luce formalmente dal 2014, puntando innanzitutto il dito contro l’allora presidente dello Sri Lanka (capo del governo e delle forze armate) Mahinda Rajapaksa, e contro i referenti militari dell’esercito, accusati di crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani. Con l’improvvisa, e inaspettata, uscita di scena del presidente Rajapaksa nelle elezioni dello scorso gennaio, che hanno decretato la vittoria di Maithripala Sirisena con il 51,2% dei voti, sembra aprirsi uno spiraglio di dialogo tra il governo di Colombo e la comunità internazionale. Sirisena, ex ministro della Sanità del governo Rajapaksa, nei mesi dell’annientamento del movimento indipendentista tamil ricopriva la posizione di ministro della Difesa ma oggi sembrerebbe voler compiere un primo passo verso la riconciliazione nazionale, anche allentando il controllo militare diretto sulle province del nord e dell’est dello Sri Lanka (che si è talvolta trasformato in una espropriazione dei terreni) e le gravi restrizioni alle libertà e ai diritti civili della popolazione tamil. In passato il deciso rifiuto di Rajapaksa di istituire qualsiasi commissione indipendente che facesse luce su quanto avvenuto in quella tragica primavera del 2009 è stato reiterato nella scorsa campagna elettorale anche da Sirisena, che ha dichiarato di opporsi all’ ingerenza dell’ONU aggiungendo inoltre che non avrebbe mai acconsentito alla messa in stato di accusa di Rajapaksa e dei comandi dell’esercito nazionale. Una posizione che gli ha consentito di ottenere i voti dei cingalesi ma di ammiccare al contempo ai tamil, rilasciando generiche dichiarazioni sulla necessità di procedere a una modifica dell’assetto del Paese, specie nei loro riguardi. Nessuna promessa né sulla creazione di una commissione nazionale sui crimini di guerra, né sulle esasperate richieste dei tamil di predisporre un’inchiesta che accerti la sorte dei “desaparecidos” della guerra, di restituire i territori confiscati alla popolazione durante e dopo il conflitto, di rilasciare i prigionieri politici, di dare un segnale forte contro i ripetuti casi di abusi sessuali commessi dai militari che occupano i territori tamil, di porre fine alle politiche governative di immigrazione forzata dei cingalesi nel nord del Paese, volte a un indebolimento etnico dell’elemento tamil. Tuttavia l’appoggio e i voti dei tamil, a conti fatti, gli hanno fruttato la vittoria elettorale.

In molti ora si chiedono se Sirisena sarà in grado di cogliere questa “storica opportunità” di effettiva pacificazione, come l’ha definita il Sottosegretario ONU agli Affari Politici, Jeffrey Feltman, di ritorno da un recente viaggio in Sri Lanka nel quale ha rilevato il differente clima politico, preambolo di una rimozione della cultura repressiva verso i tamil. Probabilmente i tempi della “giustizia e verità” ricercati dal Consiglio ONU per i Diritti Umani, e auspicati anche da Papa Bergoglio in visita pastorale proprio all’indomani delle elezioni, sono ancora lontani. Tuttavia non possono che essere questi i parametri necessari per promuovere la riconciliazione della comunità nazionale.

 

 

 

 

* Redattrice di Unimondo e Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali