Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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Leadership "virtuali"

Luca Tentoni - 12.11.2022
La Russa

La nostra è ormai diventata una "democrazia personalizzata". Non è un caso che quasi tutti i leader dei partiti maggiori siano stati o siano - nel caso della Meloni - presidenti del Consiglio (Conte, Letta, Renzi, Berlusconi, Salvini vicepremier per due volte, Meloni) e neppure che tutti (tranne Letta) siano praticamente insostituibili. Nel M5s, nella Lega, in Forza Italia, in FdI non si vede all'orizzonte un leader emergente in grado non solo di rimpiazzare, ma neanche di andar vicino ad insidiare la primazia degli attuali (in quanto a Italia viva e ad Azione, sono identificabili con i loro due capi). Senza contendibilità dei partiti e con un accentramento del potere (anche governativo, come dimostrano i tanti ex premier capi politici), il sistema sembra slittare verso una demo-oligarchia. Non è un fenomeno nuovo, ed è stato variamente etichettato (come la "democrazia del capo", per esempio). La stessa Seconda Repubblica sembra totalmente appoggiarsi su questo schema: partiti personali o personalizzati, tendenza ad andare al potere anziché solo al governo (un pericolo che Giovanni Spadolini vide bene e segnalò, all'esordio di questa era politica), sistemi elettorali che creano maggioranze, partiti che identificano gli ideali e gli interessi degli elettori di governo come quelli dell'intero Paese ("l'Italia ha eletto il suo governo, ci ha scelti, condivide le nostre idee": sostanzialmente, il filo logico che molti seguono è questo), democrazia diretta sostanzialmente fallita (i referendum senza quorum, le primarie che fanno vincere praticamente sempre il favorito di turno), campagna elettorale permanente giocata e vissuta (non solo virtualmente) sui sondaggi settimanali e sulle tendenze dei "social network". In tutto questo, chi vince non ha mai realmente il "potere", perché - anche volendo - non può cambiare la politica estera (se sciaguratamente seguissimo i pacifisti veri o fasulli e smettessimo di inviare armi all'Ucraina, la guerra proseguirebbe ma noi avremmo parecchi guai con gli alleati della Nato), né quella economica (il debito pubblico è talmente pesante che non si possono onorare fantasiose promesse elettorali: se uscissimo dall'euro saremmo fuori anche dall'Europa, ma ci ridurremmo molto peggio della Grecia, eguagliando i vari dissesti che l'Argentina ha vissuto negli ultimi decenni). Ecco perché chi vince si accontenta di giocare con le bandierine identitarie (e col destino dei migranti): la Seconda Repubblica è un castello di carte, perché chi governa non può davvero incidere (se non in negativo, uscendo dai binari del buonsenso e degli accordi internazionali) e non è affatto in "connessione" col popolo che pretende di rappresentare (nessuna maggioranza dal '94 ad oggi ha mai avuto un numero di voti superiore al 50% dei votanti; in più l'affluenza è crollata dall'86,3% di ventotto anni fa al 63,9% del 25 settembre scorso). Su questioni importanti si risponde spesso in modo demagogico ed elettoralistico: si va dall'abolizione per legge della povertà e della disoccupazione (reddito di cittadinanza, M5s) al blocco dell'immigrazione (governo attuale, destra), dalle grandi riforme istituzionali utili solo per dar forza al leader che le ha promosse all'impostazione "legge e ordine" (che però non vale per chi sfila facendo il saluto romano a Predappio) e ai bonus a pioggia, fino alle proposte ireniche (il pacifismo utilitarista dei Cinquestelle, che porta voti se non si ha memoria, perché il M5s sostenne durante il governo Draghi gli invii di armi in Ucraina). Il tutto, accompagnato da una legge elettorale che consente ai capi dei partiti di predisporre e costruirsi su misura - al momento di presentare le candidature - i gruppi parlamentari del post-voto, sapendo già nomi e cognomi della quasi totalità dei probabili eletti. La nostra non è una critica populista, ma ai populismi leaderistici di governo e d'opposizione (tutti eredi del primo berlusconismo, poi adattato e perfezionato da tanti altri). Una critica che non punta a scardinare il sistema o ad abbatterlo, ma che dovrebbe spingere i partiti a rifondarsi, a recuperare la democrazia interna, a rapportarsi con lo Stato non in termini di "conquista del potere" ma di spirito di servizio, a fondare i soggetti politici sulle idee e sui progetti e non su (pochi) singoli. Le persone invecchiano, muoiono, finiscono in uno scandalo (spesso travolgendo il partito) ma le idee - se sono forti e fondate su un'adeguata elaborazione culturale - restano.