Ultimo Aggiornamento:
06 luglio 2024
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Le urne nervose

Paolo Pombeni - 05.06.2024
Borghi e Mattarella

L’abbiamo già scritto, ma più si va avanti e più la situazione si ingarbuglia: colpa di un confronto elettorale che in troppi gestiscono da invasati. L’ultimo episodio (sperando che sia davvero l’ultimo) è l’uscita del leghista Borghi che si è spinto a chiedere le dimissioni di Mattarella perché ha parlato di sovranità europea, esistendo, a parere di questo parlamentare, solo la sovranità nazionale italiana. Banalmente gli è stato fatto osservare che il riconoscimento della presenza di altri sistemi di sovranità a cui l’Italia partecipa è scritto nell’art. 11 della nostra Costituzione: una decisione che fu presa all’epoca avendo in mente un successo per l’ONU che si stava per istituire, ma che si estenderà poi alla nostra partecipazione come soggetto fondatore alla Comunità Europea.

Ci si potrebbe chiedere come mai un parlamentare, che pure come si dice “ha studiato” (è stato anche professore a contratto all’Università Cattolica e alla Luiss), ignori questo fatto, ma ormai il livello di cultura istituzionale è più che basso in troppi rappresentanti che siedono in parlamento. Tuttavia una domanda del genere lascia il tempo che trova.

La questione ben più seria è come mai stiamo assistendo ad un serrate le fila dell’estremismo politico. Ciò che colpisce è infatti che nella maggioranza di governo nessuno abbia reagito nel modo più corretto: dicendo semplicemente a Borghi (ma anche a Vannacci e simili) di non dire corbellerie, perché in politica è un lusso intollerabile. Al contrario ci si è messi ad arrampicarsi sugli specchi, dopo un periodo piuttosto lungo di silenzio: si oscilla fra Salvini, presente e silente mentre le corbellerie venivano pronunciate, che ribadisce la stima sua e della Lega per il Capo dello Stato, e Tajani che precisa che sull’Europa FI ha idee diverse dagli anti-europeisti.

La ragione per cui non si ha il coraggio di isolare coloro che dicono sciocchezze a ruota libera è che vige l’imperativo del serrare le fila a tutti i costi, poiché si teme l’astensionismo e dunque non si può fare a meno degli “arrabbiati” (definiamoli così per andare sul leggero) visto che sul recupero di coloro che si sono distaccati da questa politica esagitata non si fa nessun conto.

Non per par condicio, ma per onesta osservazione della realtà, si può vedere che qualcosa di non molto diverso è riscontrabile anche nell’opposizione di sinistra. Anche qui nessun coraggio ad esprimersi con chiarezza sulla presenza di posizioni che non appaiono conciliabili: il pacifismo di Tarquinio è abbastanza vacuo, le intemerate di Conte a nome del M5S sono difficili da attribuire ad uno che, in teoria, essendo stato per un buon periodo presidente del consiglio, dovrebbe avere una qualche consapevolezza delle complicazioni della politica e dell’economia. Non se ne discute, schierandosi dietro la falsa coscienza (termine che non si sua più, ma che avrebbe un suo peso) del pluralismo come ricchezza di un partito.

Anche su questo fronte domina l’ossessione del serrare le fila a qualunque costo e la ricerca di una credibilità e di una affidabilità verso una vasta platea di cittadini consapevoli non è considerata remunerativa in termini di voti.  I pasdaran di vario conio vanno a votare e forse si impegnano a trascinare qualche altro, le persone che si sono allontanate dalla politica sono difficili da mobilitare con argomenti da esagitati. Sappiamo che invece nell’immaginario dei politici gli astenuti sarebbero composti in gran parte da persone che si sono allontanate perché non accettano la carenza di radicalismo presente nella vita pubblica, ma vedendo quel che sta succedendo nella campagna elettorale in corso è difficile crederlo.

C’è però un altro problema sul quale vale la pena di spendere qualche riflessione: la lotta che i due partiti maggiori, o meglio le loro attuali leadership, stanno conducendo per accreditarsi come gli unici significativi è sempre più evidente. Complice una rappresentazione della politica da talk show, assistiamo a Giorgia che passa il tempo a sfidare Elly e ad Elly che sta al gioco e si impegna ad accettare la zuffa. In realtà entrambe non sono in grado di dominare da sole i rispettivi campi in cui si collocano. Lo abbiamo appena messo in luce, ma non dobbiamo fermarci qui.

Intendiamoci: la rappresentazione della politica come lotta fra due leader che impersonano le alternative in campo è storia vecchia. De Gasperi e Togliatti, per ricordare un caso emblematico italiano, De Gaulle e Mitterand, o Erhard e Brandt per guardare oltre le Alpi. Tuttavia non c’è paragone nella vivacità di dialettica politico-culturale rinvenibile in quei casi e quel che abbiamo sott’occhio oggi. La differenza principale di quei tempi con l’oggi è che allora esistevano i partiti come canali per la formazione di una parte significativa dell’opinione pubblica, ed essi erano radicati in contesti che avevano una ricca tradizione di “sociabilità”, mentre oggi questi canali si sono disseccati e il contesto è dominato dall’individualismo di singolarità.

Non è ancora stato verificato a fondo quanto la gente sia veramente influenzata dalla politica-spettacolo dominante: per esempio non sappiamo quanto la platea che segue i talk show che costituiscono il ring in cui avvengono le zuffe attuali si allarghi a comprendere persone interessate a farsi un’idea di quel che possiamo aspettarci dalla politica e dalle istituzioni, o si riduca ad un misto fra i pasdaran che fanno il tipo per i rispettivi campioni in lotta e persone che sono semplicemente curiose di godersi lo spettacolo delle zuffe.

Forse i risultati che usciranno dalle urne del 8 e 9 giugno qualche indicazione per capire la situazione ce la forniranno. Sarebbe già un bel risultato.