Ultimo Aggiornamento:
24 febbraio 2024
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Le elezioni romane e la ricomposizione del centro destra

Maurizio Griffo * - 24.03.2016
Alfio Marchini

Con la vicenda del candidato a sindaco di Roma, il centro destra sembra aver toccato il punto più basso della sua parabola. Un copione  che il migliore sceneggiatore di "disaster  movies" avrebbe avuto difficoltà a immaginare. Molte discussioni, tante laboriose trattative; poi, dopo accordi faticosamente raggiunti, ecco che si rinnegano candidature già accettate, si piantano paletti identitari e ciascuno è pronto a correre con il proprio candidato di bandiera, sicuro di non arrivare al ballottaggio. Tutto questo trascurando un candidato dal forte profilo civico, come Marchini. Un candidato non legato a nessun partito ma vicino al centro destra, in grado di intercettare non solo una parte del voto di protesta, ma anche di raccogliere il consenso di quell'elettorato moderato che, incapace di rassegnarsi al voto antisistema, si è rifugiato da tempo nell'astensione. Un candidato, insomma, che aveva tutti i requisiti per ripetere l'exploit di Luigi Brugnaro, vincitore a sorpresa nella corsa a sindaco di Venezia meno di un anno addietro.

Pure, a riguardare le cose a mente fredda, il disastro romano non solo non è irreparabile, ma contiene in sé il germe (e forse qualcosa in più di un germe) di una possibile ripresa per il centro destra. Per intenderlo, però, è necessario abbandonare la cronaca corrente e fare un piccolo esercizio di memoria.

Anche negli anni in cui il centro destra faceva il pieno dei consensi la sua azione di governo non è stata particolarmente efficace. Uno scompenso dipeso solo in parte da un difetto di esperienza e di capacità (difetti comprensibili per uno schieramento politico nato in modo quasi estemporaneo), ma si può riportare a un conflitto presente al suo interno che non è mai stato affrontato e risolto. Intendiamo riferirci alla  diversa attitudine politica che caratterizzava da un lato Forza Italia (e poi il PdL) e dall’altro la Lega nord. Il partito guidato da Berlusconi  si è sempre caratterizzato per un liberalismo moderato, teso a cercare soluzioni legislative possibili. La Lega, invece, si è sempre distinta per un approccio demagogico-populista, ignaro delle compatibilità politiche e istituzionali. La coesistenza fra queste due anime ha pesato in maniera esiziale sulla capacità di governo. Per chiarire quanto stiamo dicendo sarà sufficiente fare alcuni esempi significativi. Fra i cavalli di battaglia del centro destra ci sono la riforma della giustizia e quella costituzionale. Su nessuno di questi temi si è riusciti, in oltre dieci anni di governo, a portare a casa un risultato anche parziale. A questo insuccesso la Lega ha dato un contributo decisivo. Nel corso della quattordicesima legislatura che ha visto in carica il lungo governo Berlusconi, i ministeri della giustizia e delle riforme erano appannaggio della Lega. Se dal piano della valutazione delle policies ci spostiamo a quello politico generale la situazione non cambia. Dopo le elezioni del 2001, trionfali per il centro destra, ministro degli esteri fu nominato Renato Ruggiero.

L’ambasciatore Ruggiero non era solo un tecnico di larga esperienza, ma aveva ricoperto ruoli di primo piano nel gruppo Fiat. La sua presenza in un ministero chiave era leggibile come un’apertura di credito da parte del nostro establishment economico-finanziario. Una circostanza assai significativa in assoluto e ancora di più se si considera che Berlusconi era un imprenditore di prima generazione, un homo novus che non faceva parte del salotto buono. In capo a pochi mesi, però, Ruggiero entrava in conflitto con alcuni collegi del governo, leghisti o ben disposti verso la componente leghista. La vicenda si concludeva a gennaio 2002 con le dimissioni di Ruggiero. Il governo perdeva così l’accredito conquistato pochi mesi prima, indebolendosi in modo non immediatamente visibile ma certo decisivo.

La morale che si può trarre da questo ragionamento è semplice. Ricostruire un centro destra competitivo sul piano elettorale non sarà semplice. Ma per farlo è bene essersi sbarazzati della zavorra demagogica della Lega.

 

 

 

 

* Insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli