Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Le democrazie e la crisi economica (2)

Luca Tentoni - 03.11.2018
Morlino

L'onda lunga della grande recessione che ha colpito l'Europa nel 2007-2008 ha dispiegato i suoi effetti per quasi un decennio, soprattutto nei paesi del Sud Europa. Tuttavia, ancora oggi, vistosi cambiamenti politici, talvolta vere e proprie pesanti "ristrutturazioni" dei rapporti di forza fra i partiti (con l'affermazione di soggetti politici nuovi o percepiti come tali) continuano a manifestarsi in molti degli appuntamenti elettorali principali (persino dove, - per esempio in Germania - la crisi non è stata così profonda come altrove, ma dove la Cdu-Csu e la Spd perdono costantemente consensi, come si è visto anche recentemente in Assia e in Baviera). Non tutti i paesi mediterranei hanno vissuto allo stesso modo questo decennio. Il caso italiano è diverso da quello spagnolo, così come da quello greco e da quello portoghese (quest'ultimo, caratterizzato da una sfiducia astensionista più che dall'emergere di nuovi soggetti politici forti): di queste dinamiche si occupa il recentissimo volume di Leonardo Morlino e Francesco Raniolo "Come la crisi economica cambia la democrazia" (Il Mulino). Secondo gli autori, "gli elettori di due paesi - Portogallo e Grecia - che sono stati colpiti più duramente dalla crisi, reagiscono in modi diversi che sono, però, del tutto coerenti con le loro tradizioni di voto. Il Portogallo mostra un sostanziale declino nella partecipazione, gli elettori alla lealtà verso i partiti tradizionali preferiscono l'uscita dal mercato elettorale: da 64,5% (2005) a 55,8% (2015) con una differenza di quasi nove punti in un decennio. Gli elettori portoghesi alienati hanno paradossalmente finito per conferire un ruolo più incisivo agli elettori moderati che continuano a partecipare rafforzando, di conseguenza, i partiti tradizionali che detestano". Il dato più significativo riguarda però il voto alle elezioni europee: l'affluenza nel periodo 1994-2014 nell'UE è pari al 47,4% (42,4% nel 2014): "durante i due decenni c'è stato un declino della partecipazione di circa dieci punti percentuali in Grecia, di 16,4 in Italia e di 13,3 in Spagna, mentre è più limitato (un punto) in Portogallo. Ma la media portoghese durante i due decenni è del 37%, contro il 68,4% e il 67,5% rispettivamente di Grecia e Italia e il 51,9% della Spagna. In definitiva, l'elettorato portoghese parte già da un livello minimale di affluenza alle urne che molto difficilmente può essere ulteriormente compromesso". Possiamo dunque già delineare due tipi di risposta alla crisi economico-sociale (che non è crisi "della" democrazia, ma "nella" democrazia, è bene ricordarlo): uno che porta gli elettori fuori dal processo elettorale; l'altro che li spinge a cercare altri soggetti politici ai quali affidare il compito di dare rappresentatività parlamentare alla protesta e alla speranza. In Grecia si sperimentano entrambe le possibilità, in tempi diversi: "si verifica prima un declino dell'affluenza alle urne e successivamente - quando vengono alimentate delle speranze nell'elettorato per l'apparire di nuovi partiti - si registra una stabilizzazione della partecipazione con un'ampia scelta di voto che, in questo caso, favorisce i partiti di protesta Syriza e Alba Dorata. Tuttavia ben presto si ha una nuova fase di delusione e, quindi, di alienazione, con una decrescita dell'affluenza elettorale fra gennaio 2015 (63,6%) e settembre dello stesso anno (56,6%)". In Spagna e Italia, invece, "si riscontrano altri due trend. La stabilizzazione sostanziale nell'affluenza spagnola (68,9% nel 2011 e 69,8% nel 2016) nasconde le speranze e le prospettive politiche aperte dall'avvento dei nuovi partiti di protesta, Podemos e Ciudadanos: entrambi hanno raccolto un ampio elettorato che ha scommesso su di loro contro i partiti tradizionali". In Italia si registra un declino netto dell'affluenza (dall'80,5% del 2008 al 72,9% del 2018) più lieve nel passaggio 2013-2018 che in quello 2008-2013: "nonostante una tradizione di partecipazione, rivela una profonda divisione dell'elettorato tra moderati, che si sono rivoltati contro i loro partiti senza però essere pronti ad abbracciare la protesta, ed elettori più radicali, aperti a sostenere il partito di protesta e anti-establishment nato recentemente - il M5s - o altre proposte radicali come quella della Lega di Salvini". Mentre in altri paesi mediterranei la volatilità elettorale sembra essersi attenuata negli ultimissimi anni, in Italia è diminuita nel 2018, ma resta a livelli molto elevati, oltre il 25% ("pur sempre il terzo valore più alto della storia repubblicana", come osservano Morlino e Raniolo), il che indica "un processo di centrifugazione ancora in corso" simile a quello del 1994. Questo dato porta in luce un tema, che la crisi del 2007-2008 ha riportato in primo piano dopo una "pausa" di oltre un decennio: la comparsa dei partiti "nuovi" fa parte "di un processo di cambiamento delle democrazie europee che si può datare all'inizio degli anni Novanta e che arriva fino ad oggi". In questo quadro, spiegano Morlino e Raniolo, "per l'intensità e la durata dei suoi effetti, la crisi economica ha avuto un impatto notevole specie sui cosiddetti anelli deboli dell'area euro. Se guardiamo l'arco temporale considerato, possono essere identificate due distinte fasi. La prima è caratterizzata da un declino della politica ideologica, dai vincoli imposti dall'UE con il trattato di Maastricht e dall'esplosione di scandali associati alla corruzione (specialmente in Italia e Spagna); ne consegue l'attivazione di una frattura antiestablishment che contrappone istituzioni rappresentative e cittadini. Tale cleavage ha favorito la flessibilità tipica delle democrazie attraverso l'alternanza al governo tra maggioranze tradizionali" infatti in Italia nessuna coalizione ha mai vinto due elezioni di seguito, fra il 1994 e il 2018, "ma solo nel nostro paese si è avuta una vera e propria crisi di sistema (1992-1993). La prima crisi destrutturante del dopoguerra, alla quale seguirà una seconda nel biennio 2011-2013. La seconda fase ha prodotto una delegittimazione dei leader e dei partiti tradizionali e ampie opportunità per l'affermarsi e il successo di nuovi attori sfidanti, sfruttate da imprenditori politici che hanno cercato di mobilitare il potenziale di protesta, con la conseguenza (tranne che in Portogallo) che la logica della competizione bipolare è sostanzialmente mutata". L'ondata di disaffezione che ha colpito i partiti tradizionali li ha penalizzati perché - da un lato - non sono stati più in grado di effettuare (a causa della crisi) politiche redistributive e talvolta clientelari e - da un altro lato - perché hanno perseguito un'austerità che li ha accomunati, nella "condanna popolare", all'Unione europea sulla quale i politici locali hanno cercato di scaricare le responsabilità. Il gioco "prevalente in quasi tutti i paesi membri è il blame shift, cioè i governi trasferiscono la colpa alle autorità europee delle politiche sottrattive che hanno formulato e implementato". In questo modo, il crollo di fiducia nell'UE è accentuato, ma i partiti al potere non si salvano e vengono travolti (come in Spagna, dove gli elettori si accorgono che il Pp di Rajoy fa la stessa politica - ferocemente ma ipocritamente avversata prima delle elezioni - del Psoe di Zapatero). A farne le spese sono soprattutto i partiti socialisti, che pagano dazio più di quelli moderati e conservatori. Entrambe le famiglie politiche, insidiate dall'astensionismo ma soprattutto da nuovi soggetti politici, finiscono per patire l'emergere di forze nuove che trasformano il bipolarismo in tripolarismo o quadripolarismo. Riassumendo quanto è avvenuto nell'ultimo decennio, Morlino e Raniolo delineano la dinamica dei processi sociali e politici che hanno cambiato il quadro dell'Europa del Sud (e non solo): "a) una crescita della suscettibilità all'insoddisfazione o effetto rimbalzo, con gli orientamenti degli elettori sempre più reattivi alla congiuntura; b) cronicizzazione dell'insoddisfazione e del risentimento; c) generalizzazione dell'insoddisfazione e del risentimento, che si propaga ad altri oggetti politici - dalle politiche, alle istituzioni nazionali ed europee; d) amplificazione dell'effetto catalizzatore, nel senso che le tre caratteristiche dell'insoddisfazione, con l'ausilio di specifiche condizioni istituzionali, aumentano l'intensità e la portata dell'effetto". In sostanza, "appare centrale un tema: la crisi di legittimità delle democrazie avanzate - un deficit particolarmente rilevante sul lato dell'offerta del sistema politico, dove ciò significa un'abdicazione della responsabilità delle istituzioni rappresentative di fronte alle domande dei cittadini - e più in generale la contestazione della teoria e pratica della democrazia rappresentativa". Si è posto dunque, laddove i partiti di protesta hanno avuto accesso al governo, il quesito su come avrebbero potuto e potranno affrontare la gestione della cosa pubblica, passando "dall'altro lato della barricata". Come spiegano Morlino e Raniolo, "a) l'effetto unificante della frattura anti-establishment viene indebolito dalla necessità di adottare specifiche decisioni che inevitabilmente colpiscono alcuni interessi; b) sebbene i partiti di protesta siano piuttosto radicali nello stile di comunicazione e nei programmi, nelle scelte concrete diventano più moderati, il gioco di fare troppe promesse termina quando devono governare e il rischio di deludere i propri elettori è elevato; c) questi partiti non hanno ancora una classe politica professionale che di certo, ha bisogno di tempo per formarsi; d) ci imbattiamo in un meccanismo tanto paradossale quanto ovvio: i nuovi leader devono ricorrere al vecchio personale burocratico o ad esperti esterni dotati di esperienza, che avevano dichiarato di sostituire con la promessa del rinnovamento". La conclusione degli autori torna al punto di partenza, la crisi economica: "in un contesto di cultura politica dove la maggioranza dei cittadini crede che la democrazia debba distribuire risorse e benefici e dove di conseguenza l'obiettivo della partecipazione e della competizione è di favorire una maggiore responsività delle istituzioni di governo, con tutte le complicazioni che abbiamo discusso quando abbiamo analizzato la forte influenza dell'UE nel processo decisionale, il risultato effettivo può essere quello di una crisi permanente con i leader che vengono continuamente sfidati e dove le tensioni interne ed esterne sono sempre presenti". Il discorso vale per i paesi dell'Europa del Sud ma sembra estendersi, in parte e con modalità diverse, all'intero Occidente.