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01 ottobre 2022
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Le "capitali regionali" nel 2019

Luca Tentoni - 17.09.2022
Capitali regionali

Il nostro viaggio nel voto delle "capitali regionali" prosegue con le elezioni europee del 2019, che videro la grande vittoria della Lega. In quella occasione, le liste di centrodestra ottennero il 49,6% dei voti a livello nazionale, contro il 28,7% del centrosinistra e il 17,1% del M5s. Una situazione che - forse incautamente - accostiamo a quella immaginata da taluni per il 2022 (ma che nessuno può dire se sia verosimile o meno, tanto più in un periodo nel quale non ci sono sondaggi, quindi resta tutto una pura ipotesi). Ebbene, nel 2019, nei capoluoghi di regione (oggetto di un mio volume sulle elezioni europee pubblicato quell'anno dal Mulino) il centrodestra ebbe il 39,1% contro il 37,8% del centrosinistra e il 17,6% del M5s. In pratica, come nel 2018, una competizione impossibile fra i due poli tradizionali diveniva non solo probabile ma reale nelle grandi città, dove solo l'1,3% li separava (contro il 20,9% nazionale). Anche in questo caso, il rendimento delle liste nei comuni maggiori rispetto agli altri è stato differente da partito a partito: Forza Italia ha perso l'1,1% nelle "capitali regionali" dove Fratelli d'Italia ha invece ottenuto lo stesso risultato che altrove, mentre la Lega ha avuto il 24,9% contro il 34,3% nazionale (-9,4%); rilevante la differenza a favore del Pd (+7,7%) e da segnalare quelle di Più Europa (+1,1%) e Verdi (+0,6%), mentre il M5s ha avuto nei grandi centri solo lo 0,5% in più che in quelli minori. Così, alle elezioni europee, se la Lega è stata il primo partito (34,3%) a livello nazionale, nelle "capitali regionali" il primato è andato al Pd (30,4%). Nelle circoscrizioni si notano importanti differenze fra metropoli e "periferia": al Nord-Ovest, la Lega cede il 13,4% mentre il Pd guadagna il 10,4% (e sorpassa il Carroccio: 33,8 a 27,3 contro 23,4 a 40,7 nel totale macroregionale); al Nord-Est, Lega -11%, Pd +8,1% (Pd primo nelle capitali regionali col 31,9 contro il 29 leghista, mentre nel complesso vince Salvini 41 a 23,8); al Centro, la Lega flette dell'8% mentre il Pd guadagna il 4,3% (capoluoghi: Pd 32,1, Lega 25,5; complesso: Pd 26,8, Lega 33,5); al Sud, nei capoluoghi, il M5s guadagna il 4%, la Lega perde il 6%, mentre il Pd è del 3,6% sopra il dato macroregionale; nelle Isole, infine, il M5s perde l'1%, la Lega flette del 2,8% mentre il Pd guadagna il 3,7%. Tutti questi dati delineano uno scenario che a livello nazionale ha un polo dominante (il destracentro) e uno e mezzo all'inseguimento (centrosinistra e M5s), mentre nei capoluoghi di regione la partita è a due su scala nazionale, ma a tre nel Mezzogiorno. L'anello debole, nelle città, della compagine formata da FI, Lega e FdI è insomma il partito di Salvini, mentre nel centrosinistra il vero valore aggiunto viene dal Pd. Anche qui, come nel 2018, si conferma la maggior concentrazione di voti di centrosinistra nei quartieri centrali delle "capitali regionali" che va gradualmente ma inesorabilmente svanendo man mano che ci avvicina ai comuni più lontani e periferici della provincia e della regione. Un divario centro-periferia che si sintetizza bene nel dualismo Pd-Lega: i due partiti, presi insieme, prendono il 57% a livello nazionale e il 55,3% nelle metropoli, il 64,1% nel Nord-Ovest (61,1%), il 64,8% nel Nord-Est (60,9), il 60,3% nel Centro (57,6%), il 41,3% al Sud (38,9) e il 40,9% nelle Isole (41,8): sembrano quasi compensare le differenze centro-periferia, sommando i loro voti. Dove è più forte il Pd (Centro, metropoli) è più debole l'altro (la Lega va invece bene al Nord e nei centri minori).