L'analisi del sabato. Terza Repubblica, un cantiere ancora aperto
Se l'ipotesi di un "doppio" sistema dei partiti non è, in questo momento, del tutto irrealistica, è opportuno, prima di analizzare nei successivi interventi le dinamiche del voto regionale (tendenzialmente ancora "abbastanza bipolare" pur essendo multipartitico) soffermarsi sullo stato di quello nazionale, che è tripartitico, sebbene con un soggetto politico, il Pd, che assume caratteristiche tali, per dimensione e posizionamento sull'asse destra-sinistra, da poter essere considerato "centrale" (quindi pivotale, non centrista). Le transizioni non seguono tutte necessariamente lo stesso percorso, ma quella dal primo al secondo sistema dei partiti aveva caratteristiche che in parte o in tempi diversi si stanno riproponendo (con adattamenti) al passaggio verso il terzo sistema, quello che ancora non appare concluso. L'ultima vera elezione della "Prima Repubblica" dei partiti è quella del 1987, non la successiva (1992). Lo vediamo da tre elementi: 1) nel 1987 la coalizione maggiore (Dc-Psi-Pri-Psdi-Pli) è in linea con i livelli percentuali delle consultazioni precedenti (57,4% contro il 56,4% del 1983 e il 56,8% del 1979; 2) la percentuale di voto dei primi due partiti (indice di bipartitismo) è nel 1987 pari al 60,9% (62,8% nel 1983, 68,7% nel 1979: distante solo dal livello del 1976 - 73,2% - ma non dal 65,8% del 1972, dal 66% del 1968 e dal 63,6% del 1963); 3) il numero di voti ai due partiti principali, che nel 1987 è di 23,484 milioni (13,233 Dc, 10,250 Pci) contro i 23,185 del 1983 e i 25,186 del 1979, costituisce sempre la maggioranza assoluta del corpo elettorale (non solo quella dei voti validi: gli elettori sono, infatti, 45,6 milioni nel 1987 contro i 44,5 del 1983). Circa il secondo indicatore c'è da osservare che il dato sul bipartitismo del 1987 risente del lento ma inesorabile declino elettorale del Pci, iniziato nel 1979, e della tenuta della Dc intorno a una nuova quota (32,9% nel 1983, 34,3% nel 1987) dopo il calo dovuto agli avvenimenti interni ed esterni al partito verificatisi all'inizio degli anni Ottanta. Il sistema, quindi, nell'ultima elezione politica del decennio, è solido. Lo conferma anche l'indice di volatilità elettorale (D'Alimonte, "The Italian elections of February 2013: the end of the Second Republic?", 2013) che nel 1987 è pari al 9,1% (nel periodo 1958-1983 è oscillato sempre fra il 5 e il 9%) cioè un valore basso, segno di una fedeltà elettorale elevata e di passaggi di voti circoscritti e limitati. La destrutturazione e ristrutturazione del sistema dei partiti ha luogo invece – inizialmente in modo “carsico” - fra il primo (1991) e il secondo referendum sul sistema elettorale (1993) dopo elezioni regionali (1990) che vedono un primo importante successo del Carroccio al Nord (4,1% su scala nazionale, dopo il discreto e inatteso risultato della Lega lombarda alle europee 1989: 1,8%), ma confermano ancora, per l'ultima volta, la forza dei partiti di governo e in generale di quelli "di sistema". Le piccole crepe aperte dall'affermazione crescente della Lega si ampliano con le elezioni politiche del 1992, che demoliscono bipartitismo e coalizione di governo. In quella occasione abbiamo tre indicatori di forte discontuità col passato: 1) la coalizione di governo (che nel frattempo ha perso il Pri) passa dal 53,7% al 48,8% (53,2% contro 57,4% se consideriamo anche i repubblicani) cioè, per la prima volta, non è più maggioritaria nel Paese; 2) la percentuale di voto dei due maggiori partiti scende al 45,8% contro il 60,9% (anche associando – impropriamente - Rifondazione comunista avremmo Dc, Pds e Rc al 51,4%); 3) i voti assoluti ai due principali partiti sono soltanto 17,9 milioni (-5,5 milioni; anche aggiungendo Rc se ne recuperebbero solo 2,2) su 47,486 milioni di elettori. Le tre maggioranze (% delle forze di governo su voti validi; % dei due maggiori partiti; voti assoluti dei maggiori partiti su totale elettorato) svaniscono. Tuttavia, il Sud non sembra risentire dello “scossone” del 5 aprile ’92: nelle regioni meridionali e insulari (cfr. il mio “Fra consenso e crisi”, Acropoli, 1993) la Dc passa dal 39,7% del 1987 al 39,3% (nei comuni non capoluogo perde solo lo 0,3% e resta al 40,9%) mentre il Psi sale dal 14,5% al 16,7% (guadagnando voti prevalentemente nei comuni non capoluogo). Su 100 voti democristiani, nel 1987 solo 37,4 vengono dal Sud (44,4 Nord, 18,2 Centro); nel 1992 sono 42,8 (38,6 Nord, 18,6 Centro). Lo stesso vale per il Psi, il cui elettorato resta però in lieve maggioranza settentrionale (41,7 voti su 100 al Nord contro 39,6 al Sud e 18,7 al Centro) ma molto meno rispetto alle politiche precedenti (Nord 48,9, Centro 18,2, Sud 32,9). Ad ogni buon conto, il processo di scomposizione del sistema dei partiti è solo all’inizio. Dopo due anni di sorprendenti risultati alle elezioni amministrative, caratterizzati dalla nascita di nuovi soggetti politici e dal crollo di quelli tradizionali si giunge alle politiche del 1994, che creano un sistema tripolare nel quale solo per effetto del sistema elettorale un "polo", quello di Berlusconi (formato a sua volta da due "mini poli" FI-Lega al Nord e FI-AN nel Centrosud) ottiene la maggioranza dei seggi, peraltro alla Camera e non al Senato (dove il Cavaliere deve ricorrere all'aiuto di "transfughi" centristi per ottenere la fiducia). La volatilità passa al 19% nel 1992 e raggiunge il 36,7% nel 1994. È come se l'edificio apparentemente molto solido del vecchio sistema fosse stato prima indebolito da una scossa di terremoto di media intensità (1992) e poi abbattuto dalla successiva (1993-'94). Tuttavia, così come è il 1987 l'ultima prova elettorale della Prima Repubblica, la prima vera elezione della Seconda è quella del 1996, non la precedente (1994),. La volatilità torna al 13% perchè nel '95-'96 il tripolarismo debole e imperfetto creato provvisoriamente si ristruttura in bipolarismo, con le elezioni regionali prima e poi con le politiche. Il fatto che nel 1996 la Lega non faccia parte della coalizione di centrodestra non rileva (se non per l'effetto politico di rendere possibile la vittoria del centrosinistra) ai fini sistemici: in quel momento, gli attori principali del nuovo sistema hanno basi solide per poter proseguire fino a tutto il primo decennio del nuovo secolo. Come insegnano anche i fatti degli ultimi mesi del primo governo Prodi (e il tentativo - riuscito - dei partiti di riprendersi la centralità nel sistema, come si capisce anche dal discorso di D'Alema a Gargonza) la Seconda Repubblica è ormai una realtà solida. Differentemente rispetto alla Prima, tuttavia, la durata è limitata a un effettivo quindicennio. Prima le elezioni amministrative del 2011-2012, poi le politiche del 2013 infliggono al sistema un colpo decisivo (39,1% di volatilità elettorale) seguito da una nuova, più lieve, ondata di mutamento elettorale alle europee 2014. L'ultima vera elezione della Seconda Repubblica è quella del 2008: 1) la coalizione maggiore ha il 46,8% dei voti (sostanzialmente in linea con la media delle coalizioni vincitrici delle elezioni precedenti; c'è da aggiungere che, ricomprendendo nel centrodestra l'Udc che in questa occasione ne è rimasto fuori, si arriva ad una percentuale complessiva del 52,4%; nel 2006 il raggruppamento di centrodestra e quello di centrosinistra si erano attestate entrambe poco sopra il 49,7%); 2) la percentuale di voto dei primi due partiti (Pdl e Pd) è del 70,4%, in linea con i risultati dei quattro soggetti politici fondatori (Pd-Ulivo: Ds e Margherita; Pdl: FI-AN) i quali avevano ottenuto il 67,2% nel 2006 e il 72,5% nel 2001; 3) i voti ai partiti principali sono 25,738 milioni su 47,1 milioni di elettori, perfettamente in linea con le elezioni del 2006 nelle quali Ulivo, FI e AN avevano avuto 25,699 milioni di voti, con un corpo elettorale delle stesse dimensioni. Come le europee del 1989 e le regionali del '90, anche le europee del 2009 e le regionali del 2010 fanno registrare la solidità dei partiti di sistema. Tuttavia, stavolta la crepa nel sistema è rappresentata, da un lato, in parte minore, da una forza che alle regionali del '10 è ancora piccola (M5S: ma sta affermandosi, per esempio in Emilia-Romagna, dove ottiene il 6%) e, dall'altro, da un forte aumento dell'astensione. Il partito del "non voto" (astenuti, voti "bianchi" e nulli) aumenta di circa 2 milioni di unità alle europee 2009 rispetto alla tornata precedente (l’astensione sale dal 28 al 33,5% dell’elettorato); alle regionali 2010 l'affluenza alle urne passa dal 72 al 64,2%. Il "terremoto elettorale" che aveva abbattuto e sostituito il primo sistema dei partiti fra il 1992 e il 1996 si ripete venti anni dopo, con forti avvisaglie alle elezioni amministrative (Parma, maggio 2012: il candidato sindaco del M5S arriva al ballottaggio e vince contro le previsioni; intanto a Milano e Napoli, l'anno precedente, erano stati eletti candidati dal profilo più simile a quello dei sindaci affermatisi alle comunali del '93 che ai tradizionali esponenti dei partiti). La transizione dal secondo al terzo sistema dei partiti riproduce e unisce, nelle elezioni del 2013, caratteristiche del voto del 1992 a quelle delle politiche '94. Da un lato, come nel '92, indebolisce (in misura più netta rispetto ad allora, tuttavia) partiti e coalizioni maggiori; dall'altro lato, "produce" un sistema tripartitico più equilibrato (non ci sono, come nel '94, due poli e mezzo, con un centro numericamente più debole, ma tre quasi alla pari: centrosinistra, centrodestra, M5S, senza contare il "mezzo" polo centrista di Monti) creando una situazione di totale ingovernabilità. Come nel '94, il voto per le europee del 2014 è però l'occasione per provare a compiere un primo consolidamento del nuovo - embrionale - sistema, col partito maggiore che ottiene un largo successo: il Pd passa dal 25,5% delle politiche al 40,8% (da 8,6 a 11,1 milioni di voti) così come (a pochi mesi dal voto per le Camere) Forza Italia era salita, nel '94, dal 21% al 30,6% (da 8,1 a 10 milioni). Ciò non vuol dire, tuttavia, che si sia giunti ad un nuovo approdo bipolare (per il quale, nel '94, si dovrà attendere circa un biennio) o che le scomposizioni dei "nuovi" partiti non siano finite (ieri come oggi, il fenomeno investe le liste di centro, ma anche la galassia dei minori di sinistra e, stavolta, probabilmente, Forza Italia). La transizione, dunque, non è compiuta: non basta un Pd che potrebbe essere il partito predominante della Terza Repubblica come la Dc fu nella Prima, perchè non è chiaro quale sarà il ruolo e il peso di altri soggetti come la Lega di Salvini e il M5S di Grillo. Stavolta, come vedremo nel prossimo appuntamento con "Mentepolitica", le regionali non serviranno come laboratorio per un nuovo sistema dei partiti per via delle divisioni a livello locale (l'altra parte, più bipolare, del "doppio sistema politico" al quale si faceva cenno in un articolo precedente) che impediscono esperimenti e, forse, renderanno ardui persino i raffronti in termini di voti rispetto alle elezioni politiche ed europee.
* Analista politico e studioso di sistemi elettorali
di Luca Tentoni *
di Paolo Pombeni


