L'analisi del sabato. Centro-periferia. L’Italia elettorale tra passato e presente
Un test nazionale?
Per una singolare combinazione, le sette regioni ordinarie dove si voterà fra poche settimane per il rinnovo dei consigli regionali e l'elezione diretta dei "governatori" compongono, viste nell'insieme, un quadro elettorale non dissimile da quello nazionale. Alle politiche del 2013, per esempio, i partiti di centrodestra avevano ottenuto in Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Umbria, Campania e Puglia il 29,2% dei voti contro il 29,1% nazionale, mentre l'alleanza Pd-Sel-Altri Cs aveva avuto il 29,4% (naz.: 29,6%). Il M5S aveva ottenuto il 25,7% (25,5% naz.), mentre i centristi si erano attestati al 10,6% (10,5% naz.). Si tratta di un allineamento significativo, considerando che nelle precedenti consultazioni politiche, europee e regionali il centrosinistra, grazie alle "regioni rosse", aveva fatto registrare risultati migliori mentre il centrodestra era lievemente sottorappresentato ma non troppo, data la presenza fra le regioni in questione della Campania e, soprattutto, del Veneto. Ovviamente, anche nel 2013 la componente leghista, presente in forze in sole due regioni su sette, era risultata più debole (2,9% contro il 4,1% nazionale) a scapito del Pdl di Berlusconi. Per il resto, persino con riferimento all'astensionismo, il "campione" delle sette regioni non si discostava dal dato nazionale: affluenza 74,8%, nazionale 75,2; schede bianche e voti non validi 2,6% contro 2,7%. Alle europee del 2014 la situazione è cambiata solo marginalmente: nelle sette regioni il Pd ha ottenuto il 41,5% contro il 40,8% complessivo (le altre forze di sinistra, invece, hanno percentuali in linea con quelle globali), il M5S si è attestato al 21,5% (21,15% naz.) e FI-Lega-Destra al 26,3% (26,6% naz.) con la Lega al 5 (contro il 6,1% complessivo) e FI al 17,4% (16,8% naz.); i centristi di Ncd-Udc hanno ottenuto il 4,3% (4,4% naz.) e Scelta europea lo 0,7% (0,72% naz.). Nonostante tutto ciò, le regioni nelle quali si andrà alle urne fra poco non possono essere considerate un campione valido per proiettare il risultato del prossimo voto su scala nazionale, sia per la presenza di numerose liste locali, sia per la proliferazione di candidature della stessa area politica (es.: Liguria) e addirittura (Veneto, Puglia) dello stesso partito. Va inoltre rilevato che - se nelle consultazioni "non locali" come le politiche e le europee - i dati tendono ad avvicinarsi a quelli globali perchè l'offerta politica è omogenea sul piano nazionale, le regionali scontano dinamiche diverse, facendo emergere posizioni di forza radicate in alcune realtà (il centrodestra soprattutto in Veneto; il centrosinistra particolarmente in Toscana, Umbria e alcune zone delle Marche) penalizzando (così è avvenuto finora, ma lo "storico" del partito in questione è povero di dati) il M5S. Inoltre, conta non solo il differente grado di astensione rispetto alle altre consultazioni, ma la presenza di voti dati soltanto ai candidati presidenti e non ai partiti coalizzati (il che impedisce una loro redistribuzione e abbassa ulteriormente il monte di voti validi, rendendo possibili raffronti solo con le analoghe elezioni precedenti), senza contare il proliferare di liste locali e di sostegno "al presidente", che non sempre possiamo considerare come assimilabili ad un preciso partito della coalizione. I voti al solo candidato presidente sono stati, nelle regioni in questione, il 5,4% (1 milione e 17mila) nel 2010 e il 6,8% (1 milione e 246mila) nel 2005 su un elettorato complessivo variabile fra i 17,7 e i 18,4 milioni di italiani.
Due Italie?
Prima di addentrarci - in un prossimo intervento - nell'analisi comparata dei risultati elettorali ottenuti da poli e partiti nel periodo fra il 2005 (regionali) e il 2014 (europee: in tutto sette consultazioni in nove anni) non possiamo non soffermarci, in questa occasione e nella prossima, su una caratteristica già presente nella "Prima Repubblica", intesa come sistema dei partiti, ma accentuata nella Seconda (e, probabilmente, confermata dalla nascente Terza): la differenza di rendimento di "famiglie politiche" e singoli soggetti nel raffronto fra il voto nei comuni capoluogo e nei centri restanti. Tranne che in alcune regioni - la Toscana, per esempio, dove il fenomeno è minore - si registrano talvolta differenze tali da far pensare a "due Italie". In questo, le sette regioni non si discostano dalla tendenza nazionale. Rispetto alla media, infatti, il centrodestra si è mantenuto – nel complesso dei capoluoghi italiani - costantemente al di sotto (-3,8% alle politiche 2013; -4,4% alle europee 2009; -3,4% alle politiche 2008), mentre il centrosinistra è risultato sempre sovrarappresentato (2013: +3,9%; 2009: +6,1%; 2008: +4,7%). Il risultato del M5S è pressoché identico, a livello nazionale, confrontando il complesso dei voti nei capoluoghi e negli altri comuni. Per i centristi, infine, ci sono variazioni minime: nel 2013 Scelta civica, ad esempio, ha ottenuto il 9% nei capoluoghi contro l'8% degli altri comuni, mentre i suoi alleati Udc e Fli si sono attestati all'1,9% contro il 2,5% (confermando la tradizione di minor forza, nei grandi centri, del partito di Casini). La divergenza fra i dati delle città maggiori e delle altre è così marcata che nel 2008 la coalizione di Veltroni (Pd-Idv) avrebbe addirittura potuto competere per la vittoria con quella di Berlusconi (Pdl-Lega-Mpa) se si fosse votato soltanto nei capoluoghi (42,2% contro 42,7%: 102mila voti di scarto fra i poli su 14,3 milioni di elettori) mentre il distacco nazionale (circa il 9%) è stato quasi tutto prodotto dal voto nei comuni minori (centrodestra 48,2%, centrosinistra 35,6%). A spiccare maggiormente sono la sottorappresentazione della Lega nei capoluoghi (rispetto alla media nazionale: -3,8% nel 2008; -3,9% nel 2009; -1,9% nel 2013) a fronte di una sovrarappresentazione del Pd (+4% nel 2008; +3,3% nel 2009; +2,5% nel 2013).
Centro e periferia nella “Prima Repubblica”
Come dicevamo, il differente comportamento elettorale fra gli elettori delle diverse categorie di città non è nuovo. Nelle ultime due elezioni della Prima Repubblica (1987, 1992) il quadro era il seguente: nei capoluoghi, Dc e Lega erano sottorappresentati (anche il Psi, ma nel 1992, non nel 1987) mentre Pri, Pli, Radicali, Verdi, Msi erano decisamente sovrarappresentati (il Psdi, invece, aveva un lieve svantaggio nel 1987 e un impercettibile +0,1 nel '92). Per il Pds si doveva invece fare un discorso a parte: in generale più forte nei capoluoghi, aveva però un rapporto "centro-periferia" variabile a seconda delle zone dove era più o meno radicato. Pci e Dp, nel 1987, avevano complessivamente il 28,1% dei voti nei capoluoghi contro il 28,3% degli altri comuni (Dp, tuttavia, era più forte nei grandi centri). Ciò non toglie, come vedremo in un successivo intervento, che negli anni precedenti – soprattutto fra il 1975 e il 1985 – il Pci sia stato il “partito delle metropoli”, capace di conquistare molte città capoluogo di regione in elezioni amministrative e politiche. Come ricorda Celso Ghini (“L’Italia che cambia”, 1976) il Pci sorpassa la Dc nei comuni capoluogo in occasione delle regionali del 1975, ma lo fa ottenendo risultati non significativamente superiori alla media ottenuta dal partito nel totale dei centri dove si vota. I comunisti, nel ’75, hanno il 33,02% nei capoluoghi contro il 32,69% dei democristiani, ma nel complesso delle regioni a statuto ordinario il Pci ha il 33,46% e la Dc il 35,27%. E’ la minor forza della Dc nei grandi centri a fare la differenza. Infatti, in 94 capoluoghi, i risultati di Dc e Pci nel periodo 1968-1976 sono i seguenti (fra parentesi i dati complessivi di tutti i comuni al voto): 1968 – politiche – Dc 32,63% (39,12%), Pci 26,99% (26,9%); 1970 – regionali – Dc 31,37% (37,83%), Pci 26,66% (27,86%); 1972 – politiche – Dc 32,69% (38,66%), Pci 27,07% (27,15%); 1975 – regionali – Dc 32,69% (35,27%), Pci 33,02% (33,46%); 1976 – politiche – Dc 34,86% (38,71%), Pci 34,89% (34,37%). La Dc, invece, era un partito urbano solo grazie alle sue notevoli dimensioni (nel complesso dei capoluoghi era pur sempre al primo posto: nel 1992, col 25,5% dei voti; nel 1987, col 29,9%) ma negli altri centri guadagnava più di sei punti percentuali (31,6% nel '92; 36,4% nel 1987). Così la Lega, al 7% nei capoluoghi ma al 9,4% nei comuni minori (un divario modesto, in confronto a quello che si sarebbe registrato nella Seconda Repubblica). Se fino al 1992 c'era dunque quello che si definiva "voto d'opinione" e che era considerato più diffuso nelle grandi città, va specificato che il fenomeno riguardava una fascia dell'elettorato che andava dai partiti laici al Msi. In particolare Pri, Msi, Pli, Verdi e Radicali, infatti, ottenevano un complessivo 23,3% nei capoluoghi (1987; nel 1992 la percentuale era scesa al 22%) contro il 14,2% degli altri centri (1992: 14,1%) rivelando - pur nella loro eterogeneità - una sostanziale stabilità pur di fronte a mutamenti di voto generali e soprattutto dimostrando di possedere la caratteristica di essere in grado di rappresentare un'Italia culturalmente e socialmente molto diversa da quella dei due maggiori partiti. L'area socialista (Psi-Psdi), invece, più omogenea, aveva ottenuto nei primi anni '80 successi nelle aree urbane, ma nel 1987 vi raccoglieva il 16,7% dei voti (16,3% nel '92) a fronte di un 17,5% nei comuni minori (16,8% nel '92). Considerando infine le singole regioni dove si voterà il 31 maggio prossimo, nel 1992 si aveva il seguente quadro:
Liguria - nei capoluoghi la Dc è al 18,3% (26% negli altri centri); abbiamo il Pci al 21,7% (15,2%), la Lega al 13,4% (15,3%), il Pri al 5,6% (3,8%);
Veneto – la Dc è al 24,9% nei capoluoghi ma al 33,9% altrove (Lega 15,9% contro 18,5%; Pds 12,3% contro 9,2%, Pri 5,8% contro 3%);
Toscana – il voto alla Dc non presenza notevoli differenze fra categorie di comuni (21,5% maggiori, 22,4% minori) ma il Pds al 25,5% nei capoluoghi e al 31,8% negli altri centri;
Umbria e Marche – la rappresentanza Pds sostanzialmente equilibrata fra le due classi di comuni, mentre quella Dc è più forte (fra il 4,5 e il 6%) nei centri minori;
Campania - Dc e Psi, nel 1992, restano fortissimi nei centri minori (rispettivamente 43,9% e 20,5%, contro il 33,2% e il 16,9% dei capoluoghi), mentre il Pds scende a livello regionale ad un modesto 12% (15,1% cap. 11,2% altri);
Puglia - si osserva una dinamica simile alla Campania per la Dc (31,4% cap., 37,2% altri comuni) ma più sfumata per il Psi (16%-18,4%), a vantaggio del Pri (5,6% contro 3,4%) e della Lega di azione meridionale di Giancarlo Cito (4,8% contro 0,5%: un divario ottenuto grazie al 17,9% conseguito nella città di Taranto).
Il peso politico dell’”Italia minore”
Nel complesso, le dinamiche regionali e nazionali degli ultimi anni della Prima Repubblica erano più dirette a contrapporre partiti molto radicati sul territorio (la Dc) ad altri con minori strutture e maggior voto "d'opinione" (più volatile, dunque), mentre nella Seconda Repubblica e fino ai giorni nostri non possiamo arrivare a definire il centrosinistra come la "coalizione della borghesia urbana" contrapposta al centrodestra (e in particolare alla Lega radicata nei piccoli-medi comuni del Nord) ma certo è lecito provare a formulare una serie di ipotesi di lavoro in tal senso. Non ci spingiamo a dire che l'Italia delle grandi città sia stata per lunghi anni all'opposizione (durante i governi di centrodestra) ma dobbiamo tuttavia tener presente che nei capoluoghi sono stati chiamati alle urne, fra il 2008 e il 2014, 13,9-14,6 milioni di elettori contro i 32,8-34,5 degli altri 7900 (circa) comuni italiani e che il voto di questi ultimi ha sicuramente contribuito pesantemente ad influenzare (se non a determinare) gli esiti elettorali dell'ultimo ventennio, così come, in misura minore, hanno - durante la Prima Repubblica - consolidato le fortune della Democrazia cristiana a scapito dei partiti laici. Dal quadro nazionale e storico, però, è il momento di prepararsi a passare - nella prossima "analisi del sabato" di Mentepolitica - ad osservare con attenzione la struttura del voto centro-periferia nelle sette regioni dove si andrà alle urne il 31 maggio.
* Analista politico e studioso di sistemi elettorali
di Paolo Pombeni
di Giulio Pugliese *


