Ultimo Aggiornamento:
18 marzo 2023
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Abecedario: introduzione al pensiero di Abe Shinzō

Giulio Pugliese * - 02.05.2015
Abe Shinzō

La visita del primo ministro Abe Shinzō a Washington ha già prodotto risultati di portata storica per le relazioni nippo-americane e, più in generale, per la stabilità dell’Asia Pacifico. Visto il ruolo di spicco del primo ministro Abe nell’orientare la ricca agenda di politica estera e di sicurezza giapponese e in virtù della probabile longevità politica del premierato Abe, questo breve articolo intende delineare l’ideologia di riferimento e gli obiettivi del primo ministro. Interessato a lasciare una netta eredità politica nell’arcipelago, Abe presenta una personalità caratterizzata da forti valori di riferimento, da una visione del mondo e da interessi politici ben definiti. Il retaggio spiccatamente nazionalista e la formazione di Abe nel cuore dell’establishment di destra del Partito Liberal Democratico (PLD) non solo hanno favorito la sua rapida ascesa al centro della scena politica nazionale, ma ne hanno preservato l’idealismo di destra. Egli ha manifestato la chiara ambizione a riguadagnare una posizione di preminenza per il Giappone sulla scena internazionale, con un occhio di riguardo per questioni di sicurezza nazionale, prosperità e prestigio.

Abe ha ereditato tali ideali soprattutto dal controverso nonno materno, Kishi Nobusuke. Questi fu responsabile per le politiche industriali nello stato fantoccio del Manciukuò, verosimilmente con l’inclusione del lavoro forzato, quindi ministro delle Munizioni nel governo di Hideki Tōjō, responsabile dell’apertura delle ostilità contro gli Stati Uniti d’America nel dicembre del 1941. Kishi fu sospettato di crimini di guerra di classe A, ovvero responsabile per crimini contro la pace, ma fu in seguito rilasciato e appoggiato ‒ spesso segretamente ‒ dagli Stati Uniti, in relazione alla necessità di promuovere il Giappone in chiave anti sovietica. Successivamente sarebbe divenuto Primo Ministro del Giappone postbellico tra il 1957 e il 1960  Invero, la figura di Kishi ricorre numerose volte negli scritti e nei discorsi pubblici di Abe, da ultimo in apertura al discorso al Congresso degli Stati Uniti riunitosi in sessione plenaria.

Il pensiero di Abe presenta similarità sorprendenti con quello del nonno materno, a partire dal desiderio di emularne il combattivo stile politico e le strategie di grande respiro e di taglio radicalmente conservatore. Abe esplicitamente assegna la precedenza ai «compiti lasciati dal governo di Nobusuke Kishi» (Kishi Nobusuke naikaku ga nokoshita shukudai) ovvero all’emendamento o alla reinterpretazione della costituzione pacifista, che limitava il mantenimento e l’utilizzo di armamenti solo a quelli necessari per la legittima difesa nel caso di aggressione esterna. Per Abe la prospettiva nel lungo periodo rimane quella della piena autonomia militare. Nell’immediato però la reinterpretazione dell’Articolo IX, avvenuta il primo luglio del 2014 attraverso una decisione dell’esecutivo Abe, comportava per il Giappone la possibilità di esercitare la legittima difesa collettiva insieme all’alleato USA. Il risultato sarebbe stato quello di definire l’alleanza trans-pacifica in maniera più equilibrata, permettendo al Giappone il diritto di esercitare una diplomazia più muscolare, soprattutto nei confronti di una Cina, con la quale Tokyo era invischiata in una disputa territoriale potenzialmente esplosiva. D’altronde, la visibile ascesa cinese preoccupava anche Obama, il quale ha avuto difficoltà a dare sostanza alla promessa dell’Asian pivot.

D’altronde, Abe è sicuramente un fervente nazionalista sensibile alla restaurazione dell’ethos e dei valori tradizionali peculiari alla storia dell’arcipelago. Come egli stesso ha affermato: «Il nazionalismo rappresenta l’identificazione dell’individuo con la natura, gli antenati, la famiglia e la comunità locale da cui si proviene e con la quale si diventa familiari. Tale identificazione e senso di appartenenza non sono imposti dall’esterno, ma sono assolutamente naturali e spontanei». Eppure, Abe ha attivamente promosso tali sentimenti «spontanei» nel convincimento che il «superamento del regime post-bellico» comportasse l’affrancamento definitivo dalle politiche e dalle leggi imposte dalle forze di occupazione USA nel dopoguerra, in modo da poter procedere alla riappropriazione dell’identità culturale e dell’«agenzia/soggettività» (shutai-sei) del Giappone, da lui intesa come il primato della comunità, e quindi soprattutto dello stato, sull’individuo. Tale ideologia era stata alla base, ad esempio, dell’emendamento del 2007 della Legge Fondamentale sull’Istruzione, atto ad enfatizzare i valori di gruppo e della comunità e, in particolare, dello stato-nazione. Tale riforma aveva modificato l’impostazione di taglio liberale imposta nel dopoguerra.

Infine, parte del nazionalismo di Abe è la sua controversa e miope visione storica revisionista, orientata a minimizzare le responsabilità coloniali e di guerra del Giappone durante la prima metà del XX secolo. Tale atteggiamento conferma ancora il suo forte legame con la figura del nonno materno. Vero è che nel 2006-2007, e solo parzialmente dal 2013 in poi, esigenze di governo hanno imposto ad Abe di ribadire le dichiarazioni di Kōno del 1993 e di Murayama del 1995. La prima riconosceva le colpe da parte del Giappone durante la sua politica espansionista; la seconda si scusava per le cosiddette «donne di conforto», cioè il reclutamento coatto di donne prevalentemente non giapponesi, utilizzate per soddisfare i bisogni sessuali delle truppe nipponiche almeno dal 1932 in poi. Ciò nonostante, l’atteggiamento assunto in passato, nonché la ripetuta volontà di evitare pubblicamente l’argomento delle responsabilità di guerra nei confronti dei vicini asiatici, sono indicative del retaggio revisionista. La carriera parlamentare di Abe ha avuto inizio proprio dal disconoscimento delle pubbliche dichiarazioni di contrizione sulle responsabilità storiche del Giappone imperiale. Egli era stato, ad esempio, già dal 1993 un personaggio chiave per le attività della «Commissione PLD per le indagini sulla storia» (Jimintō rekishi kentō iinkai), di cui era vice segretario nel 2013. Tale associazione promuoveva la grottesca lettura storica secondo la quale «la ‘Guerra per la Grande Asia Orientale’ non fu guerra di aggressione, bensì di autodifesa e per la liberazione dell’Asia». A conferma della visione storica di Abe, egli non aveva presenziato nel 1995 alla votazione della Dieta a favore della sentita e auspicabile dichiarazione di scuse del primo ministro Murayama Tomiichi, in occasione dei cinquant’ anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalla resa dell’impero giapponese.

Così, se l’appartenenza privilegiata ad una delle principali famiglie del conservatorismo giapponese e l’influenza del ceppo materno hanno infuso in Abe un’ideologia di destra ben definita, di contro hanno causato un’impermeabilità ad altre idee e un’incapacità a relazionarsi con punti di vista diversi dal suo. Per questi motivi le politiche adottate durante la seconda amministrazione Abe sono sorprendentemente coerenti con quelle della breve parabola governativa del 2006-2007, insieme all’entourage di policy-making responsabile per le stesse. Allo stesso tempo, così consistente è l’idealismo di destra di Abe che tutte le orecchie, specie dei vicini cinesi e coreani, saranno puntate sulla nuova dichiarazione che Abe effettuerà in occasione dell’anniversario a settant’anni dall'annuncio del Rescritto imperiale che indicava la volontà di resa incondizionata del Giappone. Invero, al rinnovamento del principale pilastro di stabilità per l’Asia-Pacifico, l’alleanza nippo-americana, deve necessariamente accompagnarsi un tentativo di riconciliazione con i vicini asiatici. Tale riconciliazione dipenderà certamente dalla volontà di Seoul e Pechino di reciprocare evitando di riaprire le cicatrici della storia in chiave vittimista, ma non può non partire dal pubblico riconoscimento di Abe dei mali commessi in Asia con la sventurata esperienza imperiale giapponese.   

 

 

 

 

* Assistant Professor presso l’Istituto di Studi Cinesi dell’Università di Heidelberg e collaboratore della rivista “Asia Maior”.