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07 dicembre 2019
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L'analisi del sabato. “Grande Riforma” e “piccole intese” (con la Grecia sullo sfondo)

Luca Tentoni * - 04.07.2015
Matteo Renzi

Mentre in Grecia si gioca - col referendum - una partita forse decisiva per il futuro dell'Europa, in Italia sta per essere messa duramente alla prova, per la prima volta dopo un anno e mezzo di governo Renzi, la tenuta di Esecutivo e maggioranza. In Senato, infatti, i numeri sono meno ampi e rassicuranti che alla Camera. In vista dell'arrivo del disegno di legge costituzionale che riforma - fra l'altro - il bicameralismo, la situazione sembra complicarsi. In teoria la coalizione per le riforme coincide con quella di governo (Forza Italia non ne fa più parte, anche se i senatori vicini a Verdini sembrano pronti a sostenere il ddl costituzionale) e supera di poche unità i 161 voti necessari perchè il progetto possa essere approvato, ma i senatori della minoranza Pd dubbiosi su alcuni aspetti importanti del testo (in primo luogo, sull'elezione indiretta dei componenti di Palazzo Madama) sono più che sufficienti per rendere incerto l'esito di questo (ormai imminente) passaggio politico-parlamentare. La via principale per rinsaldare la maggioranza è, per Renzi, concedere qualcosa ai due "amici-nemici" che possono rientrare in gioco: la sinistra del partito e Berlusconi. Sul bicameralismo, qualche espediente è possibile, ma forse potrebbe non bastare, perciò si potrebbe inserire in un accordo più ampio una leggina di parziale revisione dell'Italicum (la normativa elettorale approvata poche settimane fa dal Parlamento in via definitiva, ma che entrerà in vigore solo nel luglio del 2016). Le variazioni possibili riguardano le preferenze e l'attribuzione del premio alla coalizione più votata (al primo o al secondo turno) anzichè alla lista. Se l'intesa fosse con Berlusconi, il rapporto fra capolista bloccati e preferenze non verrebbe toccato, mentre se fosse con la minoranza Pd si potrebbe iniziare proprio da questo aspetto. Di certo, l'intesa con Berlusconi darebbe a Renzi la possibilità di dimostrare che le grandi riforme "di sistema" (il bicameralismo) non si fanno solo a maggioranza. È possibile, perciò, che si preferisca allargare la coalizione anzichè blindarla (anche perchè, in quest'ultimo caso, i numeri sarebbero comunque esigui, persino col sostegno della minoranza Pd). Alcuni si spingono ad immaginare, in caso di aggravamento della situazione economica internazionale, un ampliamento della maggioranza di governo, anzichè il semplice ritorno del "doppio binario" (da un lato, la coalizione che sostiene Renzi, dall'altro quella per le riforme istituzionali allargata a Forza Italia), ma, allo stato, l'ipotesi sembra meno probabile rispetto a quella di una "piccola intesa" occasionale e circoscritta al passaggio parlamentare del ddl costituzionale. Un accordo, sia pur molto limitato rispetto a quello del Nazareno, è davvero praticabile, oggi? A quale prezzo, per i contraenti? Iniziando da Renzi, è vero che assicurandosi una rapida approvazione della riforma costituzionale otterrebbe la possibilità di far coincidere il referendum confermativo con le amministrative del 2016 (che si svolgeranno, fra l'altro, in grandi città come Milano, Napoli, Torino e forse Roma) sfruttando l'"effetto traino" mediatico della riforma del bicameralismo (soprattutto per quanto riguarda il drastico taglio dei senatori). Tuttavia, rimaneggiare l'Italicum assegnando il premio alla coalizione anzichè alla lista darebbe - come dimostra un recente sondaggio dell'Ipsos di Pagnoncelli - buona possibilità al centrodestra Lega-FI-FdI di giocarsi alla pari col Pd la vittoria alle prossime politiche, mentre - lasciando le cose come sono - l'avversario di Renzi sarebbe il M5S. Nel 2014, alle europee, Renzi ha avuto la meglio drammatizzando lo scontro con Grillo; di fronte a un centrodestra unito, il distacco sarebbe stato molto meno netto. Inoltre, Renzi deve riflettere sul rapporto che vuole avere con la minoranza del suo partito e con gli altri soggetti del centrosinistra. Se si andasse ad una competizione fra coalizioni, il Pd potrebbe correre da solo oppure allearsi con una lista di sinistra sul modello di Sel. In questo caso, all'alleato minore basterebbe ottenere il 4% dei voti per essere determinante in Parlamento: sui 340 seggi del premio di maggioranza, infatti, il partito minore ne avrebbe almeno una trentina, quindi il Pd resterebbe sotto quota 316 (la metà più uno dei deputati) e dovrebbe contrattare ogni provvedimento. In effetti, anche con l'attuale sistema, grazie alle preferenze, potrebbe essere tranquillamente eletta una trentina di deputati della minoranza Pd, con un effetto più o meno simile a quello descritto in caso di coalizione. Anche Berlusconi dovrebbe soppesare bene costi e benefici della "piccola intesa" con Renzi per dare via libera alla riforma costituzionale in cambio di una riapertura del "dossier Italicum". È vero che con la competizione fra coalizioni Forza Italia sarebbe determinante per spingere il centrodestra a disputare il ballottaggio contro il Pd, ma è altrettanto vero che il nuovo "Polo" dovrebbe avere un programma concordato e chiaro su euro, immigrazione e "flat tax". Sulla moneta unica europea Berlusconi è sempre stato cauto, così come i suoi elettori: spostandosi sulla linea di Salvini potrebbe scoprirsi un po', soprattutto perchè è inimmaginabile che Alfano e il Ncd-Udc vogliano sposare le tesi del Carroccio (in questo caso può anzi apparire più probabile una corsa solitaria dei centristi o addirittura una loro più o meno parziale confluenza in un eventuale Pd trasformato in Partito della Nazione). L'elettorato moderato conta: Berlusconi lo sa. Da un lato, l'ex Premier capisce di poter tornare in gioco come azionista forte di un nuovo centrodestra (gli basterebbe avere 50-60 deputati dei 340 attribuiti col premio di maggioranza) mentre col premio al partito attualmente previsto dall'Italicum dovrebbe fare una lista unica con Salvini, dal prezzo politico e mediatico più pesante. Dall'altro, Berlusconi è cosciente che riavvicinarsi ora a Renzi potrebbe costar caro perchè la Lega potrebbe scatenare una campagna mediatica molto pesante contro Forza Italia, accusandola di "collaborare col nemico" pro-euro. Probabilmente, alla fine, la vicenda della nuova lettura della riforma costituzionale in Senato si risolverà in modo semplice, con l'ennesimo taglio al nodo di Gordio (una specialità di Renzi), una drammatica conta nella maggioranza (col soccorso dei verdiniani) e un'affermazione con pochissimo scarto e moltissime polemiche. Su tutto, però, aleggia lo spettro della Grecia che può irrompere sulla scena e scompaginare le carte sul tavolo della politica italiana.

 

 

 

 

* Analista politico e studioso di sistemi elettorali

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