Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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L'alfabeto del cuore

Francesco Provinciali * - 26.01.2019
Giornata della memoria 2019

Perché è più facile che saggezza, armonia e senso della giustizia abitino l’anima di persone semplici

piuttosto che l’intelletto di persone colte?

Albert Einstein risponderebbe che la saggezza non è un prodotto dell’istruzione ma è il risultato del tentativo di acquisirla, tentativo che dura tutta la vita.

Le persone veramente sagge sono infatti quelle che, umilmente, non smettono mai di imparare: tutto quello che si apprende può aiutarci a crescere in equilibrio e cultura a condizione che non si presuma di arrivare a un punto della vita in cui si possano chiudere le porte della mente e dell’anima alla conoscenza e alla ricerca della verità.

L’errore del presuntuoso consiste nel pre-giudizio che altro non è che una forma di violenza sulla realtà, una sua indebita distorsione.

Vivendo in un mondo attraversato da continue forme di prevaricazioni e di soprusi, di intolleranze e di coercizioni, di puntigliose note a piè di pagina sulle cose dell’esistenza ci rendiamo impenetrabili alla comprensione della verità.

Se gli apprendimenti, le competenze e la cultura non sono permeati da una generosa disponibilità all’ascolto viene interrotto quel circolo virtuoso che ci permette di stabilire relazioni positive con gli altri.

Facendo leva sullo spirituale amore caritatevole o sulla laica disponibilità alla concordia, chi suggerisce mitezza e temperanza, pazienza e tolleranza indica la via maestra per realizzare i valori universali di una “dignitata” umanità, che non ha colori, cittadinanze e confini.

Ma per rispondere al discorso avviato con l’interrogativo iniziale, è bene che saggezza, armonia e senso della giustizia non si esauriscano soltanto nella limpida disponibilità ad imparare, per quanto onesta essa sia e per quanto questa ricerca interiore della conoscenza e della verità tratteggi un percorso di apertura e di umiltà.

Chi ricorda – per averlo ascoltato o per averne sentito parlare – il famoso discorso di Papa Giovanni XXIII chiamato poi “della luna” non avrà certamente dimenticato come, nella sua improvvisazione, riuscì a comunicare con il mondo intero toccando le corde più vive della sensibilità e del sentimento degli uomini.

In quelle parole – oltre il loro valore strettamente religioso – c’era un compendio di amore e di civiltà: ripensandolo oggi fa venire in mente il razionalissimo stupore di Kant di fronte all’universo e alla legge morale che pulsa dentro di noi.

In entrambi i casi c’era un “fuori” e un “dentro”, l’universo e l’anima.

Allora fu detto di lui che era un “Papa buono”, adesso si potrebbe aggiungere che era anche e soprattutto un “papa saggio”, pieno di quella “sapientia cordis” che è bontà dell’animo e sagacia, intima ricchezza, acuta lungimiranza della mente, dono di sè.

Parlando della luna presente quella sera, della carezza ai bambini e del conforto a chi soffre, quel Papa era riuscito in poche parole a comunicare un messaggio intellegibile all’universo intero in quanto amore, ispirazione, affanno e sofferenza sono parte dell’uomo, oltre i distinguo delle fedi religiose, culturali e ideologiche, oltre le sottili disquisizioni teologiche.

Perché le parole più schiette e genuine, pronunciate in nome dell’amore universale e della bontà sono quelle che vanno diritte al cuore?

Si potrebbe rispondere: perché nascono esse stesse dal cuore di chi ce ne fa dono e ce ne rende partecipi.

Ai formalisti si potrebbe dire: non si diventa buoni per decreto ma per vocazione o per scelta, se non lo si è già per natura.

Imparando o possedendo l’alfabeto del cuore si possono alzare i piani (dell’etica dei comportamenti, del rispetto reciproco, della concordia, dell’amore) abbassando le altezze (del puntiglio, dell’alterigia, del rancore, dell’odio).

Esattamente quello che fece quella sera di ottobre del 1962 Papa Giovanni con il suo messaggio: “Continuiamo dunque a volerci bene…. guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà….”.

Se gli uomini e i popoli della terra cercassero di applicare con tutto il loro cuore, con la loro mente e le loro energie quell’insegnamento, che non può non essere condiviso, basterebbero meno parole per intendersi e vivere nel segno di una ritrovata concordia e di una ricomposta serenità.

Ci sono stati proclami, trattati, convenzioni, accordi, intese, protocolli che nella loro voluminosa e ridondante previsione regolamentativa hanno articolato proposte e indicazioni, norme e prescrizioni poi largamente disattese.

La sovrabbondanza delle parole crea sovrastrutture complicate che allontanano gli uomini dalla verità, costruiscono impalcature che sorreggono scheletri inanimati da un soffio di bontà interiore.

Oltre la verbosità delle ostentazioni linguistiche e dottrinarie resta la coraggiosa via dell’esempio che non necessita di corollari esplicativi.

Perché Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Don Giovanni Barbareschi e Giovanni Palatucci si prodigarono per aiutare e salvare migliaia di ebrei profughi o deportati nei campi di concentramento, fino a meritarsi il titolo di “Giusti tra le nazioni”?

Perché nel loro cuore abitava il sentimento della bontà, i loro occhi non si voltarono altrove per evitare di soffermarsi su quello spettacolo di vergogna e di umiliazione ma, incrociando gli sguardi di quegli esseri umani ormai privi di speranza, disvelarono a se stessi il senso vero della vita: tendere la mano, amare, fare del bene.

Perché Madre Teresa si prodigò per la redenzione morale e materiale dei poveri diventando un esempio mondiale di amore e dedizione che le valse il premio Nobel per la pace e la beatificazione?

Perché riuscì a domare la ribellione della sua anima di fronte a tanta sofferenza e a trasformarla in una straordinaria energia interiore che, a dispetto della fragilità della sua condizione fisica e del suo aspetto minuto e macilento, rivelò la forza incredibile della sua determinazione che si rinnova ogni giorno come monito e richiamo alle nostre indolenze, ai nostri effimeri turbamenti mondani, alle nostre debolezze.

La forza dell’amore spinse queste e molte altre persone a mettersi in gioco, a dare un senso preciso a quella parte della loro esistenza che non poteva non essere condizionata dalla folgorazione di un incontro, dalla possibilità di un gesto, di una scelta coraggiosa, di una decisione che dipendeva solo dallo slancio dei sentimenti, dalla consapevolezza morale e dalla volontà di fare.

Ma quella svolta fu resa possibile nella mente e nell’anima di chi se ne rese eroico protagonista, e si ripete ogni volta in ogni gesto di amore e di bontà, proprio grazie alla straordinaria potenzialità emotiva e spirituale che abita nel cuore di ogni uomo e che rivela con rinnovato stupore quanto sia grande e ancora inesplorata la via che porta alla verità e al bene.

 

 

 

 

* Giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Milano