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Labirinto italiano

Paolo Pombeni - 16.10.2014
Tar

Il dibattito che si è aperto sulle responsabilità per l’ennesima catastrofe ambientale a Genova dovrebbe essere istruttivo per il nostro sistema, ma temiamo che, al solito, non lo sarà. Non basta infatti proclamare come fa Renzi che “spaleremo il fango della burocrazia”, men che meno servono le sceneggiate di Grillo che vuole dimissioni di questo e di quello. La questione è capire come mai nel nostro paese non si riescono a spendere i soldi per investimenti necessari anche quando i soldi ci sono.

Si può semplicisticamente dare la colpa di tutto ai TAR e al cavillismo di cui è impregnata la nostra scienza giuridica? No, bisogna andare più a fondo.

Il problema del controllo giurisdizionale sull’attività della pubblica amministrazione, in cui rientrano, come vertici, anche gli amministratori locali eletti è in sé un principio di garanzia. Tende infatti ad evitare che, lasciate libere di fare quel che vogliono, le amministrazioni agiscano contro le regole e per interessi non limpidi, per tacere del pericolo di corruzione che nel nostro paese sta inquinando tutta la vita pubblica.

Detto questo, è però da chiedersi se il controllo di tipo formale alla azzeccagarbugli sia veramente il metodo migliore per ottenere gli obiettivi sacrosanti di cui sopra. Le cause davanti ai Tribunali Amministrativi, sia a livello regionale (TAR) che nazionale (Consiglio di Stato), non riguardano il merito delle questioni, cioè nel nostro caso se un appalto è stato assegnato ad una impresa perché collusa con l’amministrazione o ad una impresa che non era in grado di realizzare quanto richiesto, ma quasi sempre trattano questioni formali: se effettivamente la lettera del bando è stata scrupolosamente rispettata (con bandi scritti spesso coi piedi è come dire: mai), se effettivamente tutti i concorrenti avevano presentato ogni documento nella forma prescritta, ecc. ecc.

Il risultato è che le opere pubbliche sono preda di ricorsi continui alla giustizia amministrativa (e non solo), ricorsi che bloccano i lavori. I giudici dicono spesso che loro peraltro dedicandosi a giudicare il provvedimento coi tempi lunghissimi della nostra procedura non per questo intendono sospendere i lavori, se non nel caso in cui ciò sia apertamente prescritto. Peccato che si ometta di rilevare una banalità: se l’ente pubblico appaltante perde la causa dopo che la ditta vincitrice giudicata non ammissibile ha realizzato i lavori, esso deve pagare sia quella ditta sia l’altra che avrebbe dovuto farli secondo il TAR. Ciò configura quello che si chiama un danno per l’erario di cui la Corte dei Conti chiamerà a rispondere di tasca propria gli amministratori. E’ così strano che di fronte a questo rischio gli amministratori preferiscano aspettare le sentenze definitive, anche se questo significa non fare niente per anni?

Se si vuole affrontare il problema dell’inefficienza della spesa pubblica di investimento bisogna prendere questo toro per le corna. Bisogna arrendersi all’idea che non si può farlo affidandosi alle cavillosità di un sistema giuridico che somiglia sempre più alle famose “grida” seicentesche messe in ridicolo dal Manzoni. Occorre ridare alla sfera decisionale dell’amministrazione uno spazio di discrezionalità, il che non significa accettare a scatola chiusa qualsiasi sua decisione. Significa piuttosto inventarsi dei sistemi di verifica dell’azione pubblica che siano basati sull’indagine sui risultati raggiunti, la congruità delle spese, l’assenza di corruzione. Indagini e valutazioni che vanno affidate non a sistemi giurisdizionali basati sul formalismo legale, ma a corpi di valutazione che a loro volta possano entrare nel merito dei problemi e non affidarsi all’esame di conformità a criteri astratti e il più delle volte fumosi.

Sappiamo benissimo che queste proposte sconvolgono i giustizialisti togati e non. E’ facilissimo denunciare il rischio di “quel che allora avverrebbe in Sicilia” (e altrove), evocare le tenebre della corruzione imperante. Tutti rischi veri, intendiamoci. Quel che non è vero è che con l’attuale sistema la corruzione sia bloccata e che “in Sicilia” e altrove non si sia trovato il modo di sperperare denaro pubblico nonostante i mille cavilli legali inventati per rendere tortuoso il percorso (perché il malaffare sa benissimo come destreggiarsi colle varie leggi …).

Del resto affrontare un problema di questo genere non è utile solo per l’efficienza della spesa pubblica. Ormai siamo vittime del formalismo giuridico in troppi campi: dai concorsi pubblici (tipiche le normative per quelli universitari) alle scelte parlamentari (si veda il vergognoso caso della scelta dei giudici costituzionali, impossibilitata per un quorum ingestibile, per cui minoranze organizzate possono bloccare tutto).

Il labirinto italiano è stato creato dal perverso intreccio di vuoto formalismo giuridico, di burocrazia da mandarini e di una politica a cui per molto tempo ha fatto comodo usare questi mezzi per bloccare il lavoro dei propri avversari. Se davvero si vorrà voltare pagina ed affacciarsi al nuovo secolo, di tutto questo si dovrà discutere: non per cavarsela disboscando col lanciafiamme del populismo (i danni sarebbero irreparabili), ma per mettere al lavoro le intelligenze che come a suo tempo inventarono un efficace controllo di tipo giurisdizionale classico oggi potranno bene inventare qualcosa di più adatto ai tempi in cui viviamo.