Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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La riorganizzazione autoritaria dell’Egitto

Azzurra Meringolo * - 04.11.2014
Abdel Fattah Al-Sisi

Approfittare della mancanza del Parlamento per legiferare per decreto. È questa l’ultima ricetta egiziana per tornare a controllare la sfera pubblica che ha cercato di guadagnare voce dopo la rivoluzione di piazza Tahrir. È da più di un anno che l’Egitto non ha un parlamento. La camera bassa è stata sciolta nel giugno 2012 e quella alta ha smesso di lavorare dopo l’intervento militare del luglio 2013, prima di venir definitivamente abolita dalla Costituzione entrata in vigore lo scorso gennaio. Aspettando l’elezione di un nuovo legislativo – prevista entro fine anno, ma ancora in alto mare - il governo ha approfittato degli spazi lasciati dall’art.156 della Costituzione per rispondere con ampia discrezionalità a questioni ritenute urgenti. Attraverso un mix di misure di controllo dirette e indirette, il nuovo regime sta quindi restringendo nuovamente lo spazio pubblico egiziano.

 

Sfruttando le lacune istituzionali esistenti, già lo scorso novembre l’esecutivo ha promulgato una legge sulle manifestazioni che garantisce al Ministero dell'Interno ampi poteri discrezionali sulle proteste e individua diverse circostanze in cui i manifestanti violano la legge, dando alle forze di sicurezza briglia sciolta contro i manifestanti. A giugno, è stata poi presentata l’ultima bozza della legge sulle Organizzazioni non governative che imporrebbe una maggiore vigilanza da parte del governo, attraverso un Comitato di coordinamento con potere di veto sulle attività e sulle finanze delle Ong, nonché pene più severe per coloro che non sono conformi alle normative. Da quando, il 20 ottobre, sono state finalmente riaperte le università, le autorità hanno cercato di controllare anche il dibattito interno ai campus, storicamente terreni fertili a insurrezioni anti-governative, anche di colore islamista. Oltre all’impiego di agenti di sicurezza privati con il compito di garantire la sicurezza all’interno dei campus, molte università – il cui rettore è nuovamente scelto dal presidente della Repubblica- hanno modificato i regolamenti interni, prevedendo la sospensione di dipendenti che incitano la violenza, partecipano a manifestazioni all’interno dell’Università e appartengono a organizzazioni estremiste.

Il controllo capillare del regime si estende fino ai luoghi e alle pratiche religiose. Per evitare che le moschee si trasformino in un terreno fertile per l’affermazione e la diffusione del discorso islamista - più o meno radicale - il nuovo governo egiziano ha infatti rafforzato il controllo su di esse. Già nell’estate 2013 i militari tornati al potere hanno progettato a tavolino una vera e propria offensiva in grado di passare ai raggi X almeno le maggiori moschee del Paese. Sotto la guida di Mohamed Mokhtar Gomaa, ministro degli Affari Religiosi, sono state chiuse molte zawaya, i luoghi di preghiera informali. Il tassello successivo l’ha messo Adly Mansour, il presidente ad interim che ha transitato il paese nelle mani di Abdel Fattah Al-Sisi. A inizio giugno si è concentrato sul controllo dei sermoni, promulgando la legge 51 che proibisce agli imam di recitare omelie  che non hanno ottenuto l’autorizzazione ufficiale. Attualmente, gli unici che possono predicare sono i religiosi laureati ad Al-Azhar- massima autorità dell’islam sunnita- o in istituzioni affiliate al Ministero. Il contenuto dei sermoni del venerdì è stato poi standardizzato. Il ministero decide i temi e gli argomenti della preghiera comunitaria. Dati alla mano, da luglio a settembre, il nuovo regime è riuscito ad allontanare dai pulpiti circa 12 mila imam. Oltre ai 58 mila predicatori permanenti, il governo ha aumentato il numero di quelli regolarmente salariati. Se fino al 2013 erano solo 21 mila, ora sono almeno 38 mila gli imam che mettono in tasca circa 150 euro al mese. I predicatori con il bollino del governo sono quindi circa 96 mila, una squadra sufficiente a controllare le 80mila moschee rimaste attive nel paese.

Attraverso questa strategia di controllo diretto, il regime sta riuscendo a escludere fisicamente i cittadini dallo spazio pubblico, quando questi si ostinano a esprimere liberamente la loro opinione senza conformarsi a quella ufficiale. Al contempo però, in Egitto stanno tornando alla ribalta altre vecchie strategie di controllo, meno dirette ma non meno invadenti. Secondo Amr Hamzawy, analista che ha pagato le conseguenze del suo non allineamento al nuovo regime, la repressione indiretta si basa su diverse strategie: 1) la paura dei nemici, sia in patria che all'estero; 2) il giudizio morale del popolo che, in situazioni percepite come eccezionali, accetta misure contrarie allo stato di diritto nei confronti ti alcuni cittadini, considerandole necessarie per la protezione dello stato e della società; 3) la sensibilizzazione del pubblico verso urgenze  collettive.

Tutto ciò trova terreno fertile in un paese ferito da un’escalation di azioni terroristiche che, dal luglio 2013, prendono di mira soprattutto, ma non solo, le forze di sicurezza. Anche se le diverse cellule di estremisti hanno da sempre fatto del Sinai la loro base, ultimamente si sono fatte minacciose anche lungo il poroso confine libico e all’interno d’importanti centri urbani. La lotta al crescente terrore domestico è stata poi abilmente inserita da Al-Sisi nella lotta globale al sedicente califfato. In tale contesto, la sicurezza torna a essere la priorità per un paese alle prese con una turbolenta e sanguinosa transizione. Appare quindi sempre più offuscata la capacità di analizzare criticamente i rischi da eliminare, siano essi quelli che minacciano la sicurezza o quelli che, negando lo stato di diritto, creano un terreno sempre più fertile alla nascita di sfere parallele nelle quali possono trovare spazio coloro che si sentono esclusi dalle nuove dinamiche politiche.

 

 

 

* Ricercatrice presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), e caporedattrice di Affarinternazionali.