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18 maggio 2024
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La rincorsa alla radicalizzazione (di facciata)

Paolo Pombeni - 24.05.2023
Meloni in Emilia-Romagna

Un tempo era un pezzo fisso della satira puntare sullo sketch che presentava una stessa notizia “vista da destra e vista da sinistra”. Un modo per prendersi gioco di come si potevano manipolare i fatti, col retropensiero che in fondo tutti sapevano benissimo riconoscere le mistificazioni strumentali. Era troppo ottimistico, oppure era semplicemente la presa d’atto che tanto, in questo paese strutturalmente di guelfi e ghibellini, ognuno rimaneva attaccato alla sua tribù politica qualsiasi cosa accadesse.

Si trattava però di uno spettacolo messo in scena per le anime semplici, perché appena si saliva un poco di livello c’era consapevolezza che la politica fosse una cosa seria. Peppone e don Camillo erano due maschere che da un lato parlavano per slogan e usavano quelli per i loro duelli più o meno rituali, ma poi nella vita quotidiana finivano per trovare un’umanità comune sulla cui base dialogare. Questa almeno era la rappresentazione che ne dava Giovanni Guareschi e questa spiega il successo dei suoi libri e dei film derivati, più o meno bene, da quelli.

Da tempo non è più così e anzi le cose stanno peggiorando. Schematicamente si usa dire che molto, se non tutto comincia col famoso ’68, quando si impone il mito che fa dipendere il mancato successo delle riforme avviate col centrosinistra da una carenza di radicalità nell’azione politica. Il famoso motto “siate realisti, chiedete l’impossibile” rappresenta bene questa deriva sebbene solo dal punto di vista della fantasia: nella realtà produsse il mito della rivoluzione da riaccendere con tutte le conseguenze che ben conosciamo.

Quanto sta accadendo in questi ultimi mesi rappresenta un nuovo stadio di questa deriva. I comunicatori (definirli intellettuali ci sembra troppo) puntano ormai apertamente alla radicalizzazione di ogni evento o posizione e la gran parte dei politici sembrano seguirli su questa strada. Spieghiamo subito perché abbiamo scritto “sembrano”: perché in realtà accanto all’appiattirsi su queste mode imposte dai talk show e da internet, buona parte della classe politica si muove facendo i conti con la realtà, cercando accordi, cercando di valutare i costi e i benefici delle varie azioni.

Stiamo parlando delle cose significative: politica economica, relazioni internazionali, rapporto con il tessuto sociale. Qui governi e opposizioni, al netto di episodi di superficialità e di improvvisazione che pure non sono mancati, si sono mossi e si muovono con una certa cautela.

Nella scenografia della propaganda, che ormai peraltro si fa per via come si dice subliminale (nessun partito ha un suo talk targato col suo simbolo: si fa lavorare il personaggio vicino, ma indicato come indipendente), la radicalizzazione è la regola assoluta. Quello che fanno i miei amici, o quelli che spero lo diventino, è per definizione buono (al massimo ci sarà qualche peccato veniale), quello che fanno i miei nemici è sempre subdolo e perverso.

Siccome il problema centrale è il governo e controllo del palcoscenico non stupisce che la RAI sia sempre in cima alle preoccupazioni di tutti i partiti, i quali cercano di infilarsi anche nella gestione delle TV e radio private, ma qui devono fare i conti con le scelte dei proprietari di quelle emittenti. Tutti invocano il pluralismo, ma lo intendono solo come spartizione delle sfere di influenza, insensibili al dovere di riflettere un contesto sociale che, tanto per cominciare, non è esattamente centrato sulle battaglie fra le forze politiche. Chi segue con un po’ di malizia queste operazioni vedrà poi che a pro della radicalizzazione si offrono spazi anche a personaggi e sigle che hanno una presenza modestissima nell’opinione pubblica, ma che il “medium” innalza a rappresentanti di espressioni ed idee che meritano di essere fatte circolare. Servono in realtà solo per promuovere confusione nel campo avversario: così il centrodestra dà spazio a chi può disperdere consensi rispetto alla sinistra, mentre per la verità il centrosinistra si limita per lo più a dare spazio a coloro che possono meglio agire come i “caratteristi” degli stereotipi che circolano sulla destra.

Spazi per un vero dibattito sui molti problemi seri che affliggono il nostro paese ce ne sono pochissimi. Il principio che deve passare in queste forme di comunicazione è che la colpa è sempre del diavolo, cioè del vero volto che si vuole attribuire all’avversario. Lo pseudo dibattito sulla emergenza climatica che ha flagellato specialmente Emilia-Romagna e Marche è tipico. Dall’antichità in avanti l’uomo ha cercato di spiegare gli eventi tragici di quel tipo tirando in ballo qualcosa al di fuori del comune: l’ira degli dei, la punizione divina per i peccati, l’azione di forze malvagie che sfuggono al controllo degli uomini. Questa volta è toccato alle vulgate sulle ideologie ambientaliste: gli uni per affermarne la superiorità (se non inquinassimo le piogge torrenziali non ci sarebbero), gli altri per affermare che sono i pregiudizi degli ambientalisti che ci impediscono di difenderci (i no alle installazioni dei vari manufatti ci hanno privati delle necessarie tutele).

Sono sciocchezze le une e le altre spiegazioni, perché i fenomeni naturali hanno una complessità di cause che è illusorio pensare che l’uomo possa metterle sotto controllo totale, ma dar loro spazio accende gli animi come quando si pensava che si potessero placare le presunte punizioni divine con sacrifici rituali.

Stiamo parlando dell’ultimo caso agli onori delle cronache, ma si potrebbe ampliare il discorso. Il tema fondamentale è che sarebbe necessario spingere nell’angolo i fautori della radicalizzazione degli scontri politici, consapevoli che sono tecniche che servono soltanto ai comunicatori senza idee. Il nostro paese, e più in generale l’Europa hanno bisogno di recuperare la dimensione di un serio confronto politico il cui scopo sia la ricerca di soluzioni possibili e razionali per i molti problemi che abbiamo davanti. Nella convinzione che quando ci si muove con serietà ed umiltà su questa strada si trova poi il modo di costruire condivisioni e sforzi comuni.