Ultimo Aggiornamento:
13 luglio 2019
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La presunta discontinuità della Lega

Maurizio Griffo * - 16.02.2019
Salvini e Bossi

Quasi tutti gli osservatori politici sono concordi nel sostenere che la Lega di Matteo Salvini sia molto diversa dalla Lega di Umberto Bossi. A nostro avviso si tratta di un giudizio infondato, perché gli elementi di continuità prevalgono nettamente su quelli di novità. Per intenderlo converrà analizzare l’atteggiamento leghista su alcuni temi qualificanti dell’agenda politica del partito.

La Lega della prima ora aveva come obiettivo di fondo il federalismo, la devoluzione, se non addirittura la secessione. In sostanza faceva riferimento a formule politiche che, per quanto un po’ diverse fra loro e per quanto declinate variamente secondo la situazione particolare, erano però tutte orientate a contrapporsi al cosiddetto centralismo romano. Questa attitudine, dopo l’avvento al vertice dell’organizzazione di Salvini nel dicembre 2013, sarebbe stata mandata in soffitta e sostituita da dosi massicce di nazionalismo o di sovranismo, cioè da formule politiche che mettono in primo piano l’appartenenza nazionale e la identità italiana minacciata dalla crescente immigrazione.

Se è indubbio che la insistenza su temi nazionali o nazionalitari caratterizzi in modo molto più netto la propaganda leghista, questo non vuol dire che il devoluzionismo sia stato rinnegato, tutt’altro. Come si sa due regioni a gestione leghista, il Veneto e la Lombardia, hanno promosso nel 2017 dei referendum consultivi locali per chiedere una maggiore autonomia su alcune materie, così come previsto dall’art. 116 della Costituzione. Materie in cui la competenza regionale diventerà esclusiva. Sulla scia delle prime due regioni, altre se ne sono aggiunte aprendo una trattativa con il governo di Roma. Un processo che configura una sorta di separazione morbida, che potrebbe portare alla decomposizione dello stato. Come è noto non solo la Lega non si oppone a questo processo, ma lo ritiene un tema centrale dell’azione del governo gialloverde.

La continuità si registra anche su di un altro punto dell’agenda leghista. Nel programma del governo Conte il provvedimento più importante che la Lega sostiene è quello della cosiddetta quota 100 per le pensioni, cioè la possibilità di andare in pensione sommando una età minima di 62 anni e 38 anni di contributi.

Non si tratta di una posizione recente, bensì di una richiesta che è in continuità assoluta con la storia leghista. Nel lontano autunno 1994 il primo governo Berlusconi propose un aumento graduale dell’età pensionabile. La Lega era fieramente contraria a questa riforma, che non era gradita a una parte del suo elettorato. E la divergenza sulla necessità di una riforma delle pensioni fu una delle ragioni, se non la ragione principale, che, nel dicembre di quell’anno, spinse il partito leghista a far cadere il governo.

La storia si ripeté, sia pure con un copione parzialmente diverso, a distanza di diciassette anni. Nell’estate del 2011 la Lega mise il veto alla riforma delle pensioni, cioè all’aumento dell’età pensionabile, sollecitata da una lettera della UE. Una misura che avrebbe evitato il disastro per i conti pubblici e salvato il governo; un governo, sarà il caso di ricordarlo, legittimato dal voto popolare. Il veto leghista paralizzò l’esecutivo che non fece nulla per fronteggiare la crisi finanziaria. Da lì originò anche il governo tecnico di Monti, che varò la riforma Fornero. Come si vede, quota 100 non è che l’ultima incarnazione di una richiesta che il partito leghista ha sempre sostenuto a spada tratta.

La presunta discontinuità sottolineata da tanti commentatori si spiega, a nostro avviso, con un mutamento di stile comunicativo. Bossi articolava la sua propaganda con metodi tradizionali in cui i mass media non avevano un ruolo decisivo. Matteo Salvini, al contrario, si serve molto bene anche e soprattutto dei nuovi media che gestisce con il sussidio di una squadra di professionisti. Si tratta di una differenza non di poco conto ma che non investe gli aspetti essenziali: cioè i programmi e gli obiettivi politici. In questo la continuità è totale, e conferma come quello leghista sia un partito a vocazione demagogica interessato solo all’acquisizione del consenso a qualunque costo.

 

 

 

 

* Insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli