Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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La politica ha bisogno di una prospettiva

Paolo Pombeni - 19.10.2022
Berlusconi e Salvini

C’è la politica politicante e poi c’è la politica seria, quella che costruisce o almeno prova a costruire una qualche prospettiva. Il confine fra le due componenti è incerto e molto mobile, ma esiste, sebbene la prima provi costantemente a ricattare la seconda.

Appartiene alla politica politicante il confronto fra i partiti della coalizione di destra-centro che ha vinto le elezioni: spartirsi i ministeri (e vedremo poi cosa succederà con i sottosegretari), le presidenze di Camera e Senato, mostrare i muscoli per sottolineare i pesi reciproci. Questa è una dimensione che non si esaurirà certo negli esordi della legislatura. Abbiamo sentito anche questa volta ripetere da Salvini il famoso “dureremo cinque anni”, frase che non porta fortuna: ricordarsi che lo diceva anche il presidente Prodi e non gli andò benissimo.

Il primo round l’ha vinto Giorgia Meloni, ma al prezzo di concedere molto a Salvini, anche se non proprio tutto quello che voleva. La posizione di vicepremier non sarà paragonabile a quella che condivise con Di Maio nel Conte 1, ma gli consentirà di fare show, una pulsione a cui non sa sottrarsi. Berlusconi esce fortemente ridimensionato nella sua ambizione di mettere in scena la sua seconda “discesa in campo”, ma riuscendo a piazzare la Ronzulli capogruppo al Senato sarà in grado di creare qualche problema sebbene i suoi parlamentari qualche domanda sul loro futuro se la porranno visto come sta andando.

Si può speculare sulla qualità del governo che si sta costruendo, ma si deve tenere conto che molto è condizionato dalle difficili situazioni in cui ci troviamo e dalle dipendenze varie, interne e internazionali, che limitano gli spazi di manovra. Molto dipenderà dalle capacità dei futuri ministri e dei loro vice e sottosegretari di usare in maniera appropriata degli staff burocratici dei ministeri. In molti casi lì ci sono le competenze per gestire la congiuntura e basta lasciar loro spazio. In altri più che competenze ci sono grumi di potere corporativo, ma per tenere sotto controllo quelli ci vogliono politici davvero preparati e di qualità.

Tutto questo sarà per buona parte politica politicante, ma si andrà sempre più nel campo della politica di prospettiva, perché tutto convergerà sul tema del cosa vogliono essere in prospettiva i tre partiti che formano la coalizione che andrà al governo. Il problema più grande è quello di FdI e della Meloni. Sono arrivati al potere sull’onda delle varie insoddisfazioni per i partiti in campo e anche grazie al fatto che queste insoddisfazioni hanno tenuto lontano dalle urne circa 18 milioni di potenziali elettori. È altamente improbabile che il successo di FdI sia dovuto ad una conversione di massa ad una certa ideologia di destra dura, per non dire estrema, che il partito ingloba come eredità (ingombrante?) di una certa storia. Assai più credibile che ci sia stato un moto di reazione ad un certo progressismo demagogico e di conseguenza una domanda per una politica concentrata sulla ricostruzione di un universo di riferimento che si ritiene consolidato da un certo ricordo di un più o meno mitico tempo più tranquillo (non dimentichiamoci che per una buona quota siamo un paese di… anziani).

Per diventare un partito che risponda stabilmente a questa domanda FdI ha molta strada da fare. Meloni ci riuscirà? Per farlo avrà bisogno di dar prova di guidare un blocco di conservazione moderata, consapevole che i tempi stanno cambiando, capace di governare per risolvere problemi e non per piantare bandierine (si tenga conto che per gran parte dell’opinione à la page se non pianti bandierine non fai politica …). L’operazione non è semplice perché deve essere condotta in un contesto fortemente ostile.

Ovvio che i partiti a cui ha tolto il potere remino contro, sebbene converrebbe almeno alle componenti più intelligenti tra loro, capire che la vera sfida si vince entrando, sia pure da prospettive diverse, in questa domanda di stabilizzazione socio-culturale. Il problema è che inevitabilmente a remare contro questa trasformazione di FdI in partito conservatore saranno i suoi alleati, o meglio i loro leader, cioè Salvini, Berlusconi e i loro pasdaran.

La ragione è banale. Se la prospettiva di un partito conservatore avrà successo, funzionerà ancor più da calamita verso i loro elettorati (come in parte è già successo), ma anche verso i loro quadri, parlamentari e non. Forza Italia è già toccata da questa sfida, non fosse altro per l’età del suo padre-padrone, ormai malfermo da molti punti di vista. La Lega è in una situazione più ambigua, perché le resta in parte la risorsa dell’agitazione demagogico-populista cara a Salvini, in parte quella del regionalismo para federalista. La prima è però in disfacimento, perché i tempi non consentono fughe nell’utopia. Lo si vedrà sulla questione della riforma delle pensioni, dove non si potrà andare, visti i nostri limiti di bilancio, oltre un qualche modesto aggiustamento di alcuni giacobinismi della Fornero. La seconda, che Salvini ha voluto rendere emblematica con l’elezione di Fontana al vertice di Montecitorio, è un’arma spuntata, perché, sempre per il quadro economico in cui ci muoviamo, suppone l’apertura di una incognita verso la metà d’Italia (non solo al Sud) che verrebbe penalizzata dalle autonomie differenziate. La rivolta contro questo, oltre a ridar fiato alle opposizioni basate in quelle regioni (Cinque Stelle ma non solo), metterebbe in difficoltà la stessa tenuta di FdI come partito di largo consenso elettorale.

Insomma sta iniziando una fase di trasformazione del nostro quadro politico i cui esiti non sono affatto scontati e neppure prevedibili. Quello che si deve sperare è che tutti collaborino, da dentro, ma anche da fuori le istituzioni (l’opinione pubblica ha un ruolo fondamentale) a togliere la politica dalla dimensione solo politicante e la incalzino per un lavoro di prospettiva sul nostro futuro.