Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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La politica estera francese ai tempi di Macron

Daniele Pasquinucci * - 20.12.2017
Brexit e Trump

Dall’ascesa di Emmanuel Macron all’Eliseo, la Francia e il suo presidente sono stabilmente al centro dello scenario globale. Una sintetica rassegna delle principali iniziative in campo internazionale del nuovo presidente testimonia lo sforzo di restituire a Parigi – su basi nuove rispetto alle esperienze di Sarkozy e Hollande - il ruolo di capitale politico-diplomatica. L’iperattivismo del nuovo inquilino dell’Eliseo non pare semplicemente frutto di una concezione Jupitérienne della presidenza, se con l’aggettivazione si intende segnalare un’inclinazione egotista; al contrario, esso pare basato su unpensiero politico-culturale che (al di là del giudizio che se ne vuol dare) è teso a legare strettamente i piani nazionale e internazionale, come parte di una risposta alla crisi dei sistemi democratici occidentali. Macron si autorappresenta come un leader mondiale, che naturalmente non si dimentica di essere francese – anzi, non solo agisce anche a protezione dei concreti interessi del suo paese, ma interpreta quel ruoloin quanto vuole salvare la democrazia in Francia. Una sua intervista concessa nel 2015aiuta a capire questo passaggio. In essa, egli parlava di un senso di incompletezza della democrazia, e continuava affermando che nella politica d’oltralpe c’era un’assenza, rappresentata dalla figura del re, la cui morte i francesi in realtà non avrebbero mai voluto. Per colmare questo vuoto, la democrazia andava “incarnata”, temperando la tendenza a far prevalere le grigie procedure democratiche, e rivitalizzata  con il recupero della verticalità – ossia tornando ad accettare l’esistenza di una base e di una élite – e con la mobilitazione della società al fine di creare una repubblica “plus européenne, inscrite dans la mondialisation”. La bandiera europeista brandita da Macron in campagna elettorale (contro l’euroscetticismo antielitario, “anti-verticale” e populista di Marine Le Pen) si iscrive in questo disegno, il quale aiuta anche a capire perché questo leader mondiale, tale in quanto “principe repubblicano” di Francia,in politica estera tenda a parlare (abbia bisogno di parlare) a nome dell’Europa – un’autoinvestitura, quest’ultima, che non rappresenta un’usurpazione, ma semmai costituisce la riappropriazione da parte dell’Esagono di un ruolo che negli ultimi tempi si era un po’ scolorito ma che è – almeno per i francesi, ma non solo per loro – giustificato storicamente.

Per iniziare la rassegna proprio dall’Unione europea, occorresottolineare la spinta data da Macron per superarne l’attuale stallo. Nel lungo discorso pronunciato alla Sorbona alla fine di settembre, il presidente ha proposto un ambizioso progetto di riforme, tra le quali spicca il consolidamento della zona euro, con un incremento del budget europeo e la creazione un ministro delle finanze per i paesi che hanno adottato la moneta unica.

Ma ci sono anche altri scenari nei quali Macron ha operato incisivamente. Ad esempio il Medio Oriente, dove la Francia ha dimostrato di voler e saperinstaurare rapporti ad ampio raggio. Questo dipende anche dai contatti stabili e dalla conoscenza di quella zona da parte del Quai d’Orsay, una infrastruttura che distingue la Francia da molti altri paesi e che Macron utilizza perdialogare con tutti gli attori di quell’area– come si è visto chiaramente con l’affaire Saad Hariri, su cui Macron è intervenuto efficacemente e in cui erano convolti direttamente il Libano, Hezbollah, i Sauditi e l’Iran. Né va dimenticato il côté economico della diplomazia macroniana, come mostra l’accordo del valore di 15 miliardi di euro firmato con il Qatar,nel quale è inclusa la vendita all’emirato di 12 aerei da combattimento.

L’ultimo quadrante geopolitico su cui mi soffermo è quello africano. Anche qui ragioni storiche e infrastrutturali spiegano ampiamente l’impegno di Macron,che ha già visitato – come capo di Stato – alcuni paesi di quel continente. In questa occasione, egli ha messo alcuni punti fermi, condannando i crimini della colonizzazione, prendendo le distanze dalla guerra in Libia voluta da Sarkozy, promettendo di incrementare la percentuale di PIL francese destinata agli aiuti allo sviluppo.Il messaggio politico lanciato da Macron durante questo viaggio è stato chiaro: la Francia intende modellare i rapporti con l’Africa su un piano di parità, rinuncia a una politica africana, ovvero a una politica di egemonia neo-coloniale, e intende investire in progetti destinati ai giovani, in particolare alla loro istruzione, nell’economia digitale e nell’ambiente. Naturalmente, ci si può chiedere se questo sia l’immancabile elenco di buone intenzioni destinate a rimanere sulla carta.Va però detto che il viaggio in Africa occidentale è stato preparato da Macron sulla base di consultazioni da lui tenute con un organismo che aveva promesso di creare in campagna elettorale e che poi ha effettivamente istituito, il Consiglio presidenziale per l’Africa, formato da 11 esponenti della società civile (quasi tutti francesi di origine africana) – una novità che potrebbe confermare l’impegno astabilire relazioni nuove con l’Africa, non più vista come “le pré carré français”, ma quale partner su un piede di parità.Anche l’impegno militare francese in Africa appare destinato a mutare di segno. Proprio pochi giorni fa un verticeG5 Sahel a Parigi ha condotto all'accordo per l'istituzione di un comando unico a livello regionale che sostenga sul campo la forza integrata delle NU presente in Mail per la stabilizzazione di quel paese. È vero che questa scelta dipende anche dalla più generale necessità di diminuire il livello di impegno dell’esercito francese. Ciò non toglie che un giornale non sospetto di filo-macronismo, Libération, all'indomani del vertice ha affermato:“François Hollande a été l’homme de la guerre au Mali. Emmanuel Macron a l’ambition d’être celui de la paix”, riferendosi agli sforzi intrapresi per stabilire un accordo tra tutti gli attori coinvolti.

Detto tutto questo, se c’è un dossier nel quale l’aspirazione di Macron a ergersi a leader mondiale si manifestano con più chiarezza è probabilmente quello del contrasto ai cambiamenti climatici. Il “Make the planet great again” con cui Macron ha sfidato (e irriso) Donald Trump, reagendo alla decisione di quest’ultimo di far uscire gli Stati Uniti dall’accordo COP21 siglato a Parigi nel 2015 e rilanciando con determinazione la lotta all’aumento della temperatura globale – anche con l’organizzazione di un secondo vertice sul clima a Parigi, senza gli americani -,segnala più di ogni altra cosa, forse, lo sforzo di leadership globaledel presidente francese. 

Le ambizioni internazionali di Macron sono certo sostenute da un carattere volitivo e da un indubbio carisma; dalla credibilità che si è guadagnato dai tempi della sua partecipazione alla commissione Attali fino alla campagna elettorale, per molti versi sorprendente, che egli ha condotto per le elezioni presidenziali; dalla volontà di portare la Francia, senza esitazioni, dentro ai processi di europeizzazione e mondializzazione. Ma non c’è dubbio che larga parte della sua “sovra-esposizione” sia dovuta al vuoto creato dalla caotica presidenza Trump, dal ripiegamento del Regno Unito ai tempi della Brexit e dalla inattesa debolezza politica di Angela Merkel. Se queste contingenze hanno favorito (o indotto) il dinamismo di Macron, c’è da credere che il presidente francese sia il primo ad augurarsi che alla sua immagine (“faccia pubblica della diplomazia occidentale”, secondo il New York Times) tornino ad affiancarsi presto quelle dei suoi tradizionali partners. Per quanto rilanciata nella sua grandeur, per la Francia sola il mondo è troppo vasto.

 

 

 

 

* Daniele Pasquinucci insegna Storia delle relazioni internazionali nell’Università degli Studi di Siena